di Luca Ruggeri

I finanziamenti cinesi verso i Paesi del terzo mondo costituiscono una realtà finanziaria di grandi dimensioni; secondo i dati della Johns Hopkins University dal 2000 al 2019, nei confronti dei soli Paesi africani, ammontavano a 153 miliardi di dollari, anche se nel 2019 si è registrato un calo nei nuovi crediti del 30%, rispetto all’anno precedente. Gli interventi finanziati, almeno per l’80% del totale, riguardano infrastrutture: principalmente trasporti, energia, comunicazioni ed acqua.

A fronte di tali massicci finanziamenti si è sviluppato un acceso dibattito che vede due posizioni opposte: da un lato chi sostiene che il supporto economico cinese consente di migliorare la situazione delle economie che ricevono tali finanziamenti; al contrario vi è chi afferma che la politica cinese in tema di sostegno finanziario finisce per vincolare eccessivamente i destinatari sino al punto di ipotizzare una situazione di “trappola del debito”.

In questo dibattito si inserisce un pregevole saggio, How China Lends. A Rare Look into 100 Debt Contracts with Foreign Governments, opera di cinque diversi autori (Anna Gelpern, Sebastian Horn, Scott Morris, Brad Parks e Christoph Trebesch). Il punto di forza di tale lavoro è costituito dal fatto che si basa sull’analisi di un set di 100 contratti tra soggetti cinesi pubblici e governi di 24 Paesi in via di sviluppo in Africa, Asia, Europa dell’Est, America Latina ed Oceania; tali contratti sono stati inoltre confrontati con un set di contratti bilaterali, multilaterali e commerciali a favore di Paesi in via di sviluppo ma con creditori diversi. È rimarchevole il fatto che i contratti con controparti cinesi, oggetto del paper, sono consultabili in un data-base liberamente accessibile, quando nella maggioranza dei casi i finanziamenti cinesi sono coperti da stringenti clausole di riservatezza che ne impediscono la conoscibilità al pubblico.

Sveliamo subito che il paper apporta significativi elementi a sostegno della tesi più critica verso l’intervento finanziario cinese. Il data-base è relativamente limitato ma di dimensioni sufficienti, anche in considerazione della sua uniformità, per consentire di tracciare delle conclusioni generalmente valide. I contratti in oggetto palesano un utilizzo disinvolto delle clausole contrattuali al fine di assicurare ai creditori cinesi una posizione di vantaggio rispetto agli altri creditori, minimizzare il rischio di non ottenere la restituzione dei propri crediti oltre a tutelare interessi pubblici cinesi che poco hanno a che vedere con i singoli finanziamenti.

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In estrema sintesi l’utilizzo di clausole di riservatezza estremamente ampie, il divieto di partecipare ad accordi di ristrutturazione, il plasmare in modo opportuno le clausole spesso presenti nei contratti di finanziamento internazionale consentono ai creditori cinesi, ricordiamo di natura pubblica, di incidere sulle scelte anche politiche dei Paesi debitori.

A titolo esemplificativo si veda l’utilizzo dei conti correnti a garanzia e delle clausole di cross-default; in entrambi i casi si tratta di clausole generalmente presenti nei contratti di finanziamento verso Stati in via di sviluppo, ma che nei contratti analizzati assumono un rilievo ben diverso dall’usuale.

L’utilizzo di conti correnti a garanzia è prassi ad esempio nei contratti di project financing; in tali casi i flussi di cassa prodotti dall’investimento finanziato vengono convogliati in un conto corrente, intestato al debitore ma con limiti di disponibilità, presso una banca di fiducia del creditore, costituendo così una forma generica di garanzia a tutela del creditore stesso. In alcuni contratti oggetto del paper tali conti correnti finiscono invece per riguardare somme che nulla hanno a che vedere con il finanziamento, considerazione tanto più rilevante se si ricorda che il soggetto finanziato è uno Stato. Si pensi a quanto accaduto per il finanziamento di 1 miliardo di dollari concesso dalla China Development Bank (CDB) al Ministro delle Finanze equadoregno garantito da un conto corrente della PetroEcuador presso CDB in Cina, quindi soggetto al diritto cinese, alimentato dai proventi della vendita del petrolio equadoregno a PetroChina, soggetto formalmente estraneo al finanziamento.

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Alla stessa stregua le clausole di cross-default sono generalmente presenti e consentono al creditore di chiedere la restituzione del proprio credito a fronte dell’inadempimento del debitore verso un altro creditore; ciò permette di evitare di finanziare iniziative ormai decotte e di assicurare la parità di trattamento tra creditori. Nella casistica affrontata nel paper le clausole di cross-default consentono la risoluzione del finanziamento con ampiezza molto maggiore rispetto all’usuale (perfino, ad esempio, a fronte di comportamenti che possano danneggiare non meglio precisate entità cinesi o all’interruzione dei rapporti diplomatici), attribuendo quindi al creditore cinese un notevole potere contrattuale anche rispetto a vicende del tutto diverse dall’oggetto del finanziamento.

Uno dei cento documenti analizzati nel saggio, che può quindi essere agevolmente consultato, è stato oggetto dell’interesse dei media qualche giorno fa quando è stata data notizia della richiesta di assistenza finanziaria rivolta all’Unione Europea dal Montenegro. Lo Stato balcanico è infatti in difficoltà nel ripagare un finanziamento di circa 944 milioni di dollari stipulato con The Export-Import Bank of China per la realizzazione di un tratto autostradale costruito da una società cinese (China Communications Construction Company Ltd.).

Rimane lecito chiedersi quale sia la logica nel contrarre un finanziamento di 0,944 miliardi a fronte di un prodotto interno lordo pari a 5,544 miliardi nel 2019 (era 4,588 miliardi nel 2014 al momento della stipula del contratto – dati Banca Mondiale) e con una popolazione di circa 622.000 persone. Un impegno pari ad un quinto del PIL per realizzare una autostrada?! Cosa potrà mai andare male?

Luca Ruggeri, laureato in Economia, ha lavorato per oltre venti anni presso una grande banca italiana ed attualmente svolge la propria attività quale direttore generale presso un investitore istituzionale.