SALZILLO| Immigrazione, criminalità, terrorismo: il caso Boko Haram


Non solo nel Maghreb e nel Sahel ma anche nel cuore arido dell’Africa proliferano instabilità politica e precarietà economica. Sotto la luce dei riflettori l’acutizzarsi di forme violente di interazione sociale tra le comunità stanziate sulle rive del lago Ciad, nella parte centro settentrionale dell’Africa, sui confini di Nigeria, Niger, Ciad e Camerun.

Il lago ha rappresentato, per secoli, elemento di mitigazione climatica favorendo lo stanziamento di molte comunità, principalmente agricole, sulle sue rive. La progressiva desertificazione dell’ambiente, causata dai cambiamenti climatici, ha spinto le popolazioni del nord a migrare in cerca di nuove terre: i pastori seminomadi fulani si scontrano con le popolazioni agricole presenti sulle rive del lago in una lotta per la sopravvivenza dal sapore atavico. Tali dinamiche si intrecciano con le annose questioni locali: la fragilità delle rappresentanze politiche offuscate da altissimi livelli di corruzione e le inevitabili connivenze con le organizzazioni criminali locali, completano un quadro dalle tinte oscure.

In questo contesto trova terreno fertile Boko Haram, organizzazione jihadista che, in un tragico ossimoro, prospera sulla desertificazione di quest’area. Da gruppo integralista che si oppone all’istruzione occidentale e al lassismo dei suoi costumi, dal 2012 si avvicina e stringe alleanza con il jihadismo islamico di Abu Bakr Al Baghdadi con l’obiettivo di estendere il Califfato nel cuore dell’Africa. Di derivazione sunnita salafita, tale movimento persegue l’instaurazione della Sharia come base del sistema legale e giudiziario del paese, peraltro già adottata in dodici Stati del centro nord. In una lettura strettamente geopolitica, scardinare lo schema federale presente in cui i musulmani sono maggioritari al nord e i cristiani al sud e, con esso, un sistema politico corrotto e giudicato incapace di soddisfare le esigenze di un Nord islamico e povero di risorse.

Attraverso una campagna di terrore e violenza, perpetrata con rapimenti, stupri, matrimoni forzati e attacchi suicidi anche con donne e bambini , Boko Haram ha ingaggiato una guerra contro le autorità nigeriane a scapito della popolazione del nord-est del paese, alimentando il flusso migratorio che arriva sulle sponde del Mediterraneo e l’intera filiera della tratta, diventando strumento di profitto per le organizzazioni criminali locali.

Nello sforzo di comprendere quali siano le strategie più efficaci per arginare l’infiltrazione jihadista di Boko Haram ci si interroga anche su quali siano le fonti di finanziamento a cui accede e come rifornisca il proprio arsenale. E non secondario, quali i possibili legami con il crimine organizzato locale e i rapporti, poco trasparenti, con gli apparati governativi. Non a caso Mohamed Yusuf, l’imam che fondò Boko Haram nel 2002, si assicurò i finanziamenti dei governatori degli Stati del Borno e del Kano per costruire la sua moschea e la sua madrasa. Nel 2014, dopo aver dismesso bastoni e machete, l’organizzazione si era ormai dotata di armi automatiche in quantità, notevoli riserve di esplosivo e unità operative in grado di usarlo. Probabilmente qualcuno ha speculato sul terrore. Con più probabilità, interessi politici ed economici locali hanno tratto vantaggio dall’esistenza di tale organizzazione e dal terrore che diffonde nella popolazione.

Riflessioni aperte ma necessarie nella definizione di politiche migratorie che intendano proporsi come soluzioni strutturali ad una problematica che ci riguarda fin troppo da vicino. Non si può non considerare, infatti, il rilievo strategico delle aree intorno al Lago Ciad: direttamente controllate da Boko Haram, che si erge a provincia del Califfato dello Stato Islamico, queste alimentano i flussi verso il corridoio del Mediterraneo. È decisivo, quindi, lo stringente controllo di tali movimenti nella strategia di difesa dalle potenziali infiltrazioni jihadiste che potrebbero intraprendere la rotta africana per raggiungere l’Europa di cui noi siamo lo snodo cruciale.


Venusia Salzillo è analista dell’area medio-estremo-orientale per Geocrime Academy