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La presenza russa in Libia Orientale
Le Primavere Arabe del 2011 e il conseguente regime change in Libia con le operazioni Odyssey Dawn e NATO Unified Protector consegnarono il Nordafrica all’instabilità, in particolare la Libia, e gli effetti furono disastrosi per l’Italia e non solo. Attualmente in Libia vi sono due governi che esercitano il loro potere secondo altrettante sfere di influenza che dividono il paese in due parti (con ampie zone grigie): la Tripolitania a ovest, guidata dal Governo di Autorità Nazionale, il GNU (Government of National Unity) di Tripoli, riconosciuto dalla comunità nazionale e guidato da Abdul Hamid Mohammed Dbeibeh; la Cirenaica a est, controllata dall’Esercito Nazionale Libico, il LNA (Libyan National Army) con sede a Bengasi, guidato dal generale Haftar, che non si riconosce e si oppone alle autorità di Tripoli (almeno al momento).
La situazione sul campo ci porta a parlare di «due Libie» – di fatto ripristinando l’antica separazione fra Tripoli e la Cirenaica – in cui Mosca e Ankara, grazie alle loro politiche assertive, sono riuscite a inserirsi e, in sostanza, ponendosi come nuovi interlocutori privilegiati dell’una e dell’altra parte supportando economicamente, diplomaticamente e militarmente l’LNA, la prima, e il GNU, la seconda. L’appoggio della Russia e della Turchia a ciascuna delle due Libie ha dato loro la possibilità di stabilire una presenza militare sul territorio, ottenendo l’accesso e l’utilizzo di importanti installazioni strategiche. Inoltre, i turchi possono contare sulla base aerea di al Watiyah, verso il confine tunisino, e su quella navale di Misurata, invece, la Russia ha avuto modo di accedere a più siti, fra cui “Al-Jufra, nell’entroterra di contatto fra Tripolitania e Cirenaica, Al-Qordabiya a Sirte, nel sud-sudovest, Brak al Shati e Tamanhent, entrambe condivise con gli Emirati Arabi” (D. Panebianco, Compendio. Sicurezza e Difesa Marittima, Supplemento Rivista Marittima).
Nelle basi di Al-Jufra e Brak al Shati sono stati individuati più volte diversi velivoli russi, da aerei da carico come l’Il-76 e aerei da combattimento come i Mig-29 e Su-24. Questa zona della Libia, dagli spazi enormi e desertici, è storicamente difficile da controllare ed è molto contesa. Inoltre, quest’ultimi ospitano i russi anche ad Al-Khadim, una base aerea in piena Cirenaica, non lontana da Bengasi, e sono presenti anche nell’aeroporto di Benina. La base di Al-Khadim è uno snodo importante per voli diretti verso i Paesi africani a forte presenza russa, come Mali, Burkina Faso, Niger e soprattutto Repubblica Centroafricana. L’aeroporto è stato usato anche come punto di partenza per il contrabbando di armi che i russi hanno fornito agli alleati della milizia Rapid Support Forces (RSF), i ribelli del Sudan che dal 2023 combattono contro le forze governative, in aperta violazione dell’embargo sulle armi. Inoltre, è bene precisare che gli Emirati Arabi Uniti condividono con l’Egitto – altro attore esterno – nel disastrato scenario libico, la base aerea Gamal Abdel Nasser che si trova a Tobruk, mentre gli egiziani hanno una postazione vicino al confine cirenaico a Martuba. La Libia orientale – come accennato in precedenza – rappresenta un’aerea strategica per la Federazione Russa. In aggiunta, con la Siria che, apparentemente, sembra perdere rilevanza geostrategica la Cirenaica emerge come un’alternativa allettante.
Infatti, l’eventualità che Mosca possa stabilire una base aerea e navale in maniera permanente preoccupa non solo l’Italia e i Paesi europei del Mediterraneo, ma anche la NATO. Una presenza russa stabile in Libia rappresenterebbe una minaccia diretta alla sicurezza marittima e all’area nel Mediterraneo Centrale, oltre a consolidare la capacità di consolidare di proiezione militare russa in Nordafrica e nel Sahel. A tale riguardo, la penetrazione russa sembra decisamente consolidarsi proprio nel Sahel dove l’alleanza fra le giunte militari golpiste di Niger, Mali e Burkina Faso guarda sempre più a Mosca per rafforzarsi militarmente e ottenere garanzie di sicurezza. La Russia sta ridistribuendo le sue risorse militari (e non solo) per cercare di massimizzare la sua influenza in aree dove il vuoto di potere il caos offrono importati opportunità strategiche, e la Libia è campo ideale per tale strategia.
Nello specifico, sarebbe la città di Tobruk ad interessare ai russi, poiché ha alcune caratteristiche che la renderebbero idonea ad ospitare una base navale di dimensioni simili a quella di Tartus. Si tratta di un porto con acque profonde, protetto naturalmente dalla baia di Marsa al-Agiusa e militarmente dalla vicina base aerea russo-libica di al-Qardabiyah, lungo la costa sirtica. Il tratto di mare di circa cinquanta miglia fra questa città e Bengasi è strategico perché è un “buco nero” in cui numerose navi provenienti sia a est sia da ovest spengono sistematicamente i loro sistemi di tracciamento, molto probabilmente per vendere prodotti petroliferi di contrabbando. Spostare il proprio dispositivo navale in Cirenaica, per Mosca vorrebbe dire aumentare la già forte presenza nella Libia Orientale, anche in funzione della propria politica africana, che è parte integrante della strategia moscovita di “accerchiamento” dell’Europa. Inoltre, la Cirenaica rappresenterebbe la possibilità di mettere le mani su un avamposto nei mari caldi, pena il declassamento strategico. Infatti, la Cirenaica per Mosca è una base logistica chiave per mantenere una presenza nel Mediterraneo sia per muoversi in Africa.
La Libia, secondo Tarek Megerisi (ricercatore presso lo European council of foreign relations), “è sempre stata un obiettivo della Russia”. Poiché è affacciata sul Mediterraneo e perché è un avamposto utile per le operazioni in Africa dove, secondo il ricercatore, la Russia ha aumentato il suo impegno dopo l’inizio dell’invasione dell’Ucraina, in chiave antioccidentale. “La Libia è il perno di questa strategia, è l’unico spazio sicuro in cui possono spostare risorse, denaro e truppe”. Tuttavia, lo sviluppo, forse, più degno di nota è la creazione dell’Africa Corps, che ha assunto la maggior parte delle missioni in Africa e ha impiegato molti degli ex comandanti e soldati del gruppo Wagner, che pure esiste ancora. Secondo molti analisti l’Africa Corps ha legami ancora più stretti con lo Stato russo, rispetto ai mercenari della Wagner, la cui subordinazione al Cremlino non era ufficiale: probabilmente si basava sulla costante minaccia dell’arbitrario sistema legale russo, sulla sua dipendenza operativa dello Stato russo e sui combattenti reclutati fra i soldati russi in pensione. La catena di comando nel nuovo Africa Corps, invece, si ritiene che “arrivi direttamente al GRU, il servizio di intelligence militare, e fino al viceministro della Difesa russo”.
Per l’Italia, la presenza della Russia in questa aerea non può essere ignorata. Infatti, non si tratta solamente di una questione puramente militare: il controllo di Mosca sulla Libia potrebbe influenzare e condizionare l’immigrazione clandestina, i mercati energetici e le dinamiche politiche-strategiche regionali. Le operazioni della Federazione Russa nel teatro libico sono l’ennesimo segnale di un ordine mondiale sempre più frammentato e multipolare. Mosca, nonostante le difficoltà economiche e militari causate dalla guerra contro l’Ucraina, dimostra di avere una notevole capacità e volontà di proiettare la sua influenza oltre i suoi confini tradizionali. La Libia, con la sua posizione strategica nel Mediterraneo e le sue importanti risorse energetiche, è destinata a diventare un nuovo epicentro delle tensioni geopolitiche e strategiche. La Russia, muovendo le sue pedine nello scacchiere del Mediterraneo, dimostra che nelle relazioni internazionali le opportunità nascono, spesso, proprio nei momenti di crisi.
Il mediterraneo orientale tra sicurezza e risorse energetiche
Le recenti scoperte di importanti riserve di gas naturale nel Mediterraneo Orientale hanno impresso un importante cambiamento all’assetto energetico e geopolitico dell’area, creando uno stato di competizione perpetua fra le Nazioni che, rivendicando la giurisdizione dei tratti di mare interessati, accampano, contestualmente, anche il diritto di accedere alle risorse energetiche (D. Panebianco, Compendio. Sicurezza e Difesa Marittima, Supplemento Rivista Marittima).
A tale riguardo è bene precisare che, nel 2010 la Geological Survey (USGS), l’Istituto Geologico nazionale degli Stati Uniti, ha pubblicato due documenti in cui stima che vi siano quasi 10 trilioni di metri cubi di gas, ancora non scoperto ma tecnicamente recuperabile, nella regione del Mediterraneo Orientale, soprattutto nell’area compresa fra il bacino israeliano ed egiziano (L. Ponte, Il gas del Mediterraneo Orientale come risorsa strategica, Aspenia Online).Tale area risulta assai complessa sia da un punto di vista geopolitico sia da un punto di vista giuridico. Cipro, nel 2003, ha stipulato un accordo con l’Egitto per la delimitazione delle rispettive ZEE (Zona Economica Esclusiva). Analoga iniziativa è stata adotta dal Libano nel 2007, anche se l’accordo non è stato ratificato dal parlamento libanese per questioni geografiche con Israele. Cipro, nel 2010, ha concordato, un confine unico per ZEE e piattaforma continentale con Israele.
La Turchia, quale occupante della Repubblica di Cipro del Nord, ha contestato gli accordi di delimitazione della ZEE sottoscritti con Cipro, pretendendo di essere lo Stato frontista dell’Egitto e di avere titolo a una linea mediana, oltre a reclamare ritorni economici per la popolazione turco-cipriota derivanti dallo sfruttamento delle risorse energetiche, peraltro risultanti ingenti nelle zone contese (F. Caffio, Glossario di Diritto del Mare. V edizione, Supplemento Rivista Marittima). La Turchia, come conseguenza, ha dislocato nel tempo navi di ricerca offshore nella ZEE cipriota facendole scortare da proprie navi della Marina Militare per riaffermare i propri interessi energetici.
L’Egitto è la nazione che, a livello regionale, ha sviluppato per primo il settore del gas naturale, poiché già dal 1979 ha commercializzato alcuni volumi di questa risorsa energetica. Tuttavia, solamente nel 2015 l’Egitto è riuscito a soddisfare pienamente il fabbisogno energetico nazionale. A tale riguardo, l’Eni, nel 2015, ha scoperto l’enorme giacimento di gas di Zohr (stimato in 850 miliardi di metri cubi) nella porzione egiziana della ZEE delimitata con Cipro. Successivamente, l’Eni ha affidato a nave Saipem12000 (battente bandiera delle Bahamas e registrata presso il porto di Nassau) le relative prospezioni anche in alcune “parti” situati all’interno delle ZEE cipriota, ricevuti in concessione. Tuttavia, la Marina Militare della Turchia impedì lo svolgimento delle attività, obbligando l’unità a lasciare l’area. Inoltre, nel 2019, i turchi alimentarono lo stato di tensione inviando nave Fatih a fare attività di ricerca sempre all’interno delle ZEE cipriote, in un’area dove Cipro e Turchia non concordano circa la delimitazione delle rispettive aree di sfruttamento delle risorse.
La Turchia, come già riportato in precedenza, ha stipulato con Tripoli un accordo per delimitare le rispettive ZEE; una mossa che è stata percepita come una minaccia per i diritti della Grecia sugli spazi marittimi circostanti Creta e il Dodecaneso, ed è diventata un ulteriore fattore di tensione. Inoltre, nell’estate del 2020 la Grecia e l’Egitto hanno firmato un accordo per delimitare le rispettive ZEE e limitare le ambizioni geopolitiche della Turchia nella regione. Tale scenario di competizione ha, di fatto, portato ad una militarizzazione del Mediterraneo Orientale, il quale registra un aumento della presenza e delle attività delle navi militari degli Stati interessati (incluso il nostro). Inoltre, il Mediterraneo Orientale è oggetto di attenzione da parte della Federazione Russa e la Cina.
Quest’ultima ha iniziato a penetrare nell’area da un punto di vista “economico” con la Belt and Road Initiative (BRI), oltre a ciò, si aggiungono Paesi che hanno una notevole influenza sulle Nazioni nordafricana e del levante mediterraneo, e fra questi vi è sicuramente l’Egitto. Infatti, la politica estera del gigante paese africano fa sì che la Nazione, oltre a essere fra i protagonisti delle contese energetiche, sia, come già accennato, un partner primario dal punto di vista economico e militare della Russia. In sostanza, l’attuale situazione ai giacimenti energetici nel Mediterraneo Orientale interessa Cipro, Grecia, Egitto, Israele e Turchia, cui si aggiungono Francia, Italia, Russia, Cina e altri player con influenza sugli stati costieri in crisi. A tale riguardo, è bene precisare che non si tratta solamente di meri conteziosi giuridico-amministrativi ma, in certi casi, anche dell’adozione di posture assai assertive, traduzione di vere e proprie politiche di penetrazioni territoriali, poste in essere, soprattutto (come già riportato in precedenza) dalla Russia e dalla Turchia, due Paesi legati da un intreccio di relazioni che li vedono in molti casi su fronti opposti, come ad esempio in Libia e fino a non tanto tempo fa in Siria, mentre in altri partner, come, ad esempio, nella condivisione di interessi energetici e procurement militare (D. Panebianco, Compendio. Sicurezza e Difesa Marittima, Supplemento Rivista Marittima).
Inoltre, da non dimenticare le tensioni e l’antagonismo a livello geopolitico e strategico fra la Francia e la Turchia, in particolare in Libia e nel Mediterraneo Orientale. Tutto ciò è fonte di disturbo fra gli equilibri regionali, anche perché la nostra nazione condivide con entrambe relazioni e interessi nelle aree in questione, oltre ad essere alleati NATO. La presenza della nostra Marina Militare nel Mediterraneo Orientale – così come in altri teatri operativi rientranti nel perimetro, sebbene non esclusivo, del Mediterraneo Allargato – è la traduzione fattuale del concetto di “Sicurezza Marittima Avanzata” e, legislativamente, dei dettami del Codice Ordinamento Militare che, agli articoli 110 e 111, individua nella Marina Militare la Forza armata che per legge è “la componente operativa marittima della difesa militare dello Stato, che vigila “a tutela degli interessi nazionali e delle vie di comunicazione marittime al di là del limite esterno del mare territoriale”.
Conclusioni
L’Italia – riprendendo il documento di Strategia e sicurezza e difesa per il Mediterraneo – per tutelare i propri interessi nazionali nel Mediterraneo dovrebbe agire su più piani:
- rafforzare le iniziative con le Nazioni dell’area mediterranea, in particolare nel contesto del capacity building;
- investire nelle iniziative multilaterali regionali con focus nell’area del Mediterraneo; l’iniziativa 5+5 nel Mediterraneo Centro Occidentale, la DECI (Defence Cooperation Initiative, col suo risvolto NATO rappresentato dal Framework Nation Concept) e l’ADRION (Iniziativa Adriatica ionica) nei Balcani Occidentali e nella regione Adriatico Ionica, la QUAD nel Mediterraneo Orientale, sono esempi concreti di modelli di sviluppo efficaci da seguire;
- incrementare la conoscenza di ciò che accade nella regione e di conseguenza la capacità di prevenire l’insorgere di crisi e intervenire quando necessario; un’azione in profondità che postula il potenziamento dell’intelligence strategico e operativo, la piena integrazione delle componenti e la capacità di proiettare lo strumento dove/quando necessario. In sostanza, occorre potenziare la capacità di generare effetti in un ambiente complesso e multi-dominio; le minacce (e i conflitti) non si limitano infatti alla sfera militare in senso classico: esse includono il dominio cyber e quello spaziale, si giocano in campo energetico ed economico, vedono coinvolte le vie di comunicazione e l’accesso ai porti, implicano il riconoscimento di Zone Economiche Esclusive, a volte incompatibili con quelle degli Stati confinanti.
La nostra nazione, di fatto, si trova proiettata al centro del Mar Mediterraneo, conseguentemente, la strategia di difesa e di sicurezza dell’Italia non può che essere una strategia a forte connotazione marittima, pur all’interno di una politica di difesa e sicurezza a forte caratterizzazione interforze e inter-agenzia (F. Zampieri, Considerazioni di strategia marittima, in Geopolitica del Mare. Dieci interventi sugli interessi nazionali e il futuro marittimo dell’Italia). La nostra strategia deve essere focalizzata alla tutela delle aree di interesse strategico nazionale, deve perseguire gli obiettivi della politica marittima nazionale ed europea e operare a sostegno della politica estera, della politica economica e di quella di difesa. [2 – Fine – la prima parte è stata pubblicata qui]
Foto: CC 4.0 Shalva Mamistvalov
Genovese, è laureato in Scienze Storiche. Ha conseguito il master universitario di II livello in Intelligence and Security, il master universitario di II livello in Studi Strategici e Sicurezza Internazionale e il master universitario di II livello in Studi internazionali strategico-militari presso il CASD. Collabora con Difesa Online e ha svolto attività di ricerca e analisi presso il Centro Studi Militari Marittimi di Venezia. Ha ricoperto l’incarico di Political Advisor su nave Cavour della Marina Militare. Collabora con il Centro Studi Militari Aerospaziali.






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