Lo scorso 21 ottobre in un debriefing con Vladimir Putin e Valerij Gerasimov, capo di Stato Maggiore generale delle Forze armate russe, è stato citato il primo test operativo del 9M730 Burevestnik (“Procellaria”) un missile da crociera a propulsione nucleare denominato in codice NATO SSC-X-9 Skyfall. Il presidente russo ha definito “molto promettente” la nuova arma e “un prodotto unico che nessun altro paese possiede”. Tutti i media occidentali si sono affrettati a dare definizioni altisonanti del Burevestnik: “nuova sfida nucleare”, “arma invincibile” ma anche “arma di propaganda”. Cosa rappresenta davvero questo nuovo missile?
Il Burevestnik e le nuove “superarmi strategiche” della Federazione russa
Negli ultimi due anni la Federazione russa ha messo in mostra tre nuove armi strategiche, una delle quali impiegata operativamente sul campo, l’Oreshnik (“Albero delle nocciole”). Gli altri due invece sono veri e propri doomsday device, “macchine dell’apocalisse”, in quanto impiegabili solo o prevalentemente per attacchi nucleari strategici: il missile a propulsione nucleare Burevestnik e il siluro-drone sottomarino Poseidon, a sua volta spinto da un motore atomico.
Il Burevestnik rappresenterebbe una sorta di “sacro Graal” della propulsione aerospaziale ed è una vecchia conoscenza per chi segue le questioni militari russe essendo stato annunciato già da alcuni anni. Il progetto era stato rivelato in anteprima il 1° marzo 2018 del discorso annuale del presidente della Federazione russa alle camere come una delle sei nuove superarmi, супероружие, strategiche. Oltre al Burevestnik erano stati annunciati l’3M22 Zircon, missile da crociera ipersonico imbarcato, il Kh-47M2 Kinzhal, missile aerobalistico ipersonico, l’Avangard, sistema di rientro ipersonico, il missile balistico intercontinentale RS-28 Sarmat e il siluro-drone sottomarino Poseidon.
Il Poseidon e il Burevestnik rappresentano una sorta di unicum nella deterrenza nucleare. Il primo sarebbe una sorta di siluro-drone a propulsione nucleare capace di profondità prossime ai 1.000 metri (in confronto le quote raggiungibili dagli SSN attualmente in linea di russi e americani difficilmente superano i 600 metri) e dotato di testata termonucleare che può arrivare a 2 megatoni. Un deterrente da affiancare alla classica flotta di sottomarini lanciamissili balistici, di ancor più difficile individuazione, ma con minore flessibilità d’impiego in quanto la testata sarebbe una sorta di mina nucleare subacquea, che nelle intenzioni dovrebbe scatenare una sorta di tsunami più o meno radioattivo contro obbiettivi costieri del nemico. L’arma avrebbe anche impieghi contro eventuali bersagli militari, come le task force di portaerei, che potrebbero essere annichilite con un colpo solo. Va da sé che l’impiego di un’arma atomica di tale potenza rappresenterebbe o un’escalation verso uno scambio totale o la sua diretta realizzazione.
Il Burevestnik sarebbe invece un corrispettivo aeronautico del Poseidon: un missile da crociera con armamento nucleare e dotato di propulsione atomica, che potenzialmente garantirebbe un circuito d’attesa virtualmente illimitato. Una filosofia non diversa dalle munizioni circuitanti, loitering munitions, applicata alle armi nucleari, o anche la versione ad infinitum dei bombardieri strategici in volo permanente durante la Guerra Fredda.
Gli antenati del Burevestnik: lo SLAM e il Project Pluto
Per gli analisti l’annuncio del Burevestnik rimaneva in una sorta di limbo ingegneristico. Fattibile dal punto di vista tecnico ma impraticabile da un punto di vista della dottrina operativa. Queste le conclusioni a cui erano arrivati gli Stati Uniti che avevano progettato un’arma simile alla fine degli anni ’50, fermandosi al test a terra di due prototipi di statoreattori (in inglese ramjet) ad alimentazione nucleare tra il 1961 e il 1964.
Il Burevestnik e il suo antenato americano, lo SLAM, Supersonic Low Altitude Missile, missile supersonico a bassa quota, sono armi uniche nel loro genere: si tratta dell’applicazione della propulsione atomica a dei missili da crociera, ovvero bombe volanti in grado di essere pilotate sul terreno nemico da un sistema più o meno automatico.
Il Project Pluto per la realizzazione dello SLAM venne assegnato il 1° gennaio 1957 ai Lawrence Radiation Laboratory di Berkeley, California, da parte della US Air Force e dell’AEC, Atomic Energy Commission. La richiesta era di realizzare un missile a propulsione nucleare per garantire all’arma un’autonomia virtualmente illimitata. In quel momento nell’arsenale statunitense mancavano ancora i missili balistici intercontinentali e gli unici vettori per le armi atomiche strategiche erano i bombardieri come il B 52, appena entrato in linea. Gli ICBM, erano ancora in fase di sviluppo: il primo missile intercontinentale statunitense, l’Atlas, sarebbe volato per la prima volta il 17 dicembre del 1957, e ancora restavano dubbi sulle sue capacità operative in merito al lancio. Gli ICBM richiedevano inoltre un sito di lancio attrezzato, possibilmente un silo corazzato, e all’epoca erano tutti a combustibile liquido: un propellente che richiedeva lunghe e anche pericolose operazioni di carico e – in caso di rinvio del lancio – scarico. I serbatoi del missile infatti non potevano restare pieni troppo a lungo e questo rallentava l’impiego dell’arma.
Nel confronto con l’URSS, gli Stati Uniti sudavano freddo: anche se l’arsenale atomico americano era ancora dieci volte più numeroso di quello sovietico, Mosca aveva apparentemente risolto il problema tecnico della consegna in testa al nemico delle bombe: il suo R-7 Semyorka (SS-6 Sapwood in codice NATO), il missile con cui avevano messo in orbita lo Sputnik, era in grado di portare una testata nucleare direttamente sul territorio statunitense, e non era intercettabile, come invece lo erano i bombardieri B 52 o i missili da crociera come il Matador (che comunque aveva un raggio d’azione di appena un migliaio di km).
Dunque la scienza missilistica statunitense annaspava. E nella mentalità della Guerra Fredda, in cui era di fondamentale annichilire l’avversario al primo colpo, l’ICBM appariva ancora un’arma troppo goffa e lenta. Allo Strategic Air Command qualcuno pensò che si potesse aggirare il problema: far partire il missile, e poi tenerlo “parcheggiato” in un volo circuitante d’attesa.
Per garantire un’autonomia illimitata si sarebbe utilizzato uno statoreattore, ramjet, nel quale anziché incendiare l’aria con un combustibile per causarne l’espansione e fornire la spinta, come nei comuni motori a reazione, si sarebbe ottenuta la necessaria dilatazione termica dell’aria surriscaldandola attraverso il passaggio in una pila atomica.
L’impiego dell’energia nucleare come propulsore non era (ed è) l’unico ostacolo tecnico per questo genere di apparecchi: c’è anche il problema della gestione delle alte velocità di lavoro.
Uno statoreattore può infatti funzionare solo a velocità superiori a mach 1,5\2. I mezzi che lo impiegano devono essere accelerati con propulsori ordinari (turboreattori o razzi) fino al raggiungimento della velocità necessaria perché l’aria fluisca nel ramjet con la pressione opportuna. Anche per lo SLAM era previsto un decollo e accelerazione con razzi ausiliari fino al superamento della velocità di innesco dello statoreattore. A quel punto, la pila nucleare avrebbe ricevuto l’aria compressa dal cono di entrata e l’avrebbe surriscaldata, facendola defluire dall’ugello di uscita con una spinta sufficiente ad accelerare ulteriormente l’ordigno. Secondo le stime questo primo statoreattore atomico avrebbe potuto spingere il missile fino a mach 3 (tremila km/h) e con un’autonomia di 180 mila km: in poco più di due giorni poteva girare intorno all’equatore più di 4 volte!
Lo SLAM, con una lunghezza tra i 20 e 30 metri, sarebbe stato più simile a un grosso cacciabombardiere con forma a freccia che a un missile. Le altissime velocità previste in teoria mettevano l’arma di fronte a problemi nei materiali da impiegare oltre che nella capacità di manovra.
La tecnologia dei materiali è dunque il principale ostacolo di queste armi. Occorrono materiali specifici per la cellula, soggetta a sollecitazioni meccaniche e termiche estreme nonché materiali specifici per le parti a contatto col reattore nucleare, non solo – anche qui – per la temperatura d’esercizio, ma anche per il continuo bombardamento di radiazioni neutroniche (“avvelenamento da neutroni”), che provoca il degrado più o meno rapido dei materiali che investe (corrosione, bolle di elio, fragilità, innesco di radioattività secondaria etc.). Allo stesso modo, tutta la strumentazione elettronica deve essere a prova di radiazioni.
Se lo SLAM fosse entrato in servizio sarebbe stato dotato di testate multiple a caduta che avrebbe lasciato lungo il tragitto e l’attacco sarebbe avvenuto a bassa quota, fino a 150 metri dal suolo. Al di là delle testate nucleari che avrebbe seminato, il missile stesso rappresentava un’arma apocalittica per le caratteristiche del suo stesso volo a bassa quota: sfrecciare a 3 volte la velocità del suono, a 2-300 m dal suolo avrebbe emesso un’onda supersonica in grado di danneggiare cose e persone lungo il suo tragitto. Inoltre il getto in uscita dagli ugelli, surriscaldato a oltre 1.300°, sarebbe per giunta stato fortemente radioattivo.
Ma queste considerazioni non impedirono di procedere con lo sviluppo del mezzo. Per testare i motori venne realizzato un apposito sito in una località desertica del Nevada, denominata Jackass Flats. A differenza degli altri reattori sperimentali dell’epoca per la propulsione di velivoli con equipaggio, quello dello SLAM era di fatto un reattore “raffreddato ad aria” con schermatura minima, non essendo previsto personale umano a bordo.
Venne quindi realizzato un sito di test altamente automatizzato, dovendo anche simulare l’ingresso di aria ad alta velocità nel motore attraverso un complesso sistema di pompaggio di aria compressa. Il primo motore, designato Tory IIA venne acceso per la prima volta il 14 maggio 1961, e solo per pochi secondi a piena potenza. Funzionava. Lo sviluppo successivo, designato Tory IIC e destinato ad equipaggiare il primo prototipo, venne provato 3 anni dopo, nel maggio 1964, che effettuò diversi test anche per periodi complicati.
Ma nel frattempo la tecnologia degli ICBM faceva progressi più rapidi, e i responsabili del progetto avevano cominciato a ritenere rischioso testare una simile arma anche nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico. Del resto erano ancora cocenti le polemiche per l’incidente seguito al test Castle Bravo del 1° marzo 1954, con le sue centinaia di indigeni delle isole Marshall e i pescatori giapponesi di passaggio contaminati dalla ricaduta radioattiva della prima bomba H statunitense. Così il 1° luglio 1964 il progetto venne cancellato.
I milioni di dollari spesi avevano comunque portato a sviluppare nuovi materiali ceramici in grado di resistere alle temperature, a nuove tecnologie per il reattore, ma anche a progressi non previsti per la medicina. Il direttore del progetto Ted Merkle, che aveva ribattezzato l’arma “the flying crowbar”, il piede di porco volante in quanto il sistema avrebbe dovuto garantire un’elevata affidabilità, morì di tumore al fegato nel 1966: Merkle aveva tuttavia avuto il tempo di sfruttare i computer del laboratorio per sviluppare uno dei primi sistemi TAC.
Parentesi storica: i turbogetti nucleari
Gli statoreattori nucleari come i Tory II non rappresentavano l’unica forma di propulsione nucleare aeronautica negli anni ’50 e ’60. Nel 1955 iniziò l’avventura dell’HTRE, Heat Transfer Reactor Experiment, il reattore nucleare che avrebbe dovuto alimentare i turbogetti J53 della General Electric opportunamente modificati.
Il principio era analogo a quello dello statoreattore nucleare: la camera di combustione dove si incendia il combustibile compresso nel primo stadio veniva sostituita con lo scambio termico con il reattore. A differenza dello statoreattore nucleare, per l’accensione il turbogetto atomico poteva funzionare con normale combustibile aeronautico.
Il primo prototipo, l’HTRE-1, venne acceso nel gennaio 1956, per verificare se il concetto del “turboreattore atomico” poteva funzionare. Spinta e schermatura si rivelarono insufficienti, ma il concetto lavorava. Per ridurre pesi, migliorare schermatura e prestazioni l’HTRE-1 venne modificato nell’HTRE-2, e fu quindi realizzato l’HTRE-3 che adottava due turboreattori. Con l’HTRE-3 si arrivò, nel marzo 1958, ad un prototipo in grado di fornire la spinta necessaria, ma la produzione di un prototipo volante era ancora di là da venire.
Il turbogetto atomico era definito “a ciclo diretto” in quanto, come per lo statoreattore del missile SLAM, l’aria passava direttamente dal reattore.
La Pratt & Whitney era al lavoro su un progetto più complesso, di tipo indiretto, in cui l’aria nel turbogetto era riscaldata da uno scambiatore di calore a sodio liquido che fungeva da raffreddamento per il reattore. Sebbene i vantaggi dal punto di vista del contenimento delle radiazioni fossero superiori consentendo di risparmiare peso schermature, il sistema si rivelò troppo complesso e non giunse mai ad un prototipo funzionante.
Mentre a terra veniva testati i motori, su un Convair B-36 Peacemaker (il gigantesco bombardiere transcontinentale spina dorsale dello Strategic Air Command fino all’avvento del B-52) appositamente modificato venne installato reattore a sodio liquido da 1 Megawatt, designato Aircraft Shield Test Reactor. Il reattore non era destinato alla propulsione, ma era installato solo per verificare gli effetti delle radiazioni in volo. Il reattore montato nella parte posteriore della fusoliera, era separato dal compartimento dell’equipaggio da un disco di piombo da 4 tonnellate, di quasi 10 cm di spessore. Il compartimento dell’equipaggio stesso era costituito da una vasca di piombo acciaio e gomma del peso di 11 tonnellate. Ulteriore protezione era fornita da serbatoi d’acqua. Il parabrezza era di pannelli di vetro al piombo spessi diversi centimetri.
Vennero effettuati 47 voli per 215 ore complessive, in cui il reattore fu acceso solo per 89 ore. Compagno inseparabile dei voli dell’aereo, designato NB-36H, era un Boeing C-97 Stratofreighter, con a bordo un plotone di Marine paracadutisti, che avrebbero avuto l’ingrato compito di “assicurare” l’aerea intorno al NB-36H in caso di incidenti o atterraggi d’emergenza. Pare che venissero soprannominati il glow-in-the-dark platoon: la pattuglia fosforescente.
I progressi del programma per l’aereo atomico erano però estremamente lenti e alla fine il presidente Eisenhower chiuse i cordoni della borsa, dopo un miliardo di dollari spesi e nel marzo 1961 il programma fu chiuso.
Anche sovietici avevano studiato un reattore nucleare per la propulsione aeronautica in quegli stessi anni. Su un Tupolev Tu-95 designato Tu-95LAL venne installato un reattore nucleare che fece una quarantina di voli di prova. Nel frattempo, a terra gli ingegneri valutavano quale tipo di motore fosse più adattabile alla propulsione nucleare: turbogetto, statoreattore e persino turboelica, ma non arrivarono a prototipi di motore funzionanti come gli statunitensi.
I razzi termici nucleari e i satelliti alimentati da reattori atomici
Per completezza vale la pena di segnalare l’ultimo tipo di propulsione nucleare che venne studiata da statunitensi e sovietici arrivando a una fase prototipale è quella per i razzi extraatmosferici destinati all’esplorazione spaziale: idrogeno che viene “riscaldato” dal reattore e poi espulso dall’ugello generando spinta. Sia i sovietici, con l’RD-0410, che gli Stati Uniti, con il progetto NERVA, realizzarono dei prototipi senza arrivare però all’impiego operativo.
In questo caso, essendoci di mezzo un propellente, l’idrogeno, chiaramente non si tratta di un sistema ad autonomia illimitata a differenza degli statoreattori che attingono il propellente dall’atmosfera e si limitano a surriscaldarla col loro reattore nucleare: teoricamente finché questo ha materiale fissile, il missile può restare in volo.
La ricognizione dei progetti degli anni ’50 e ’60 permette un’ultima citazione di fronte a chi vede un reattore nucleare come qualcosa di complesso e delicato che al massimo può essere messo su una nave. In realtà da entrambi i lati della cortina si sperimentò con satelliti alimentati da “pile nucleari”. La definizione tecnica sarebbe quella di generatori termoelettrici a radioisotopi, basati su piccoli reattori come gli SNAP statunitensi o i Topaz sovietici. In particolare l’ultima evoluzione dei Topaz sovietici a metallo liquido destarono nei primi anni ’90 l’interesse degli Stati Uniti che ne acquisirono sei per dei test a terra. Ancorché la concezione di una “pila atomica spaziale” sia differente da quella di uno “statoreattore nucleare” la citazione del Topaz II non è così fuori luogo: in un intervento di Putin in visita all’ospedale militare di Mandryka è stato tirato in ballo il programma spaziale russo, affermando che la tecnologia del Burevestnik verrà utilizzata per il programma lunare russo (!) e che i sistemi di protezione dell’elettronica dalle radiazioni del Burevestnik sono già in uso nel programma spaziale.
Perché riesumare un sistema d’arma abbandonato sessant’anni fa?
Nulla si sa in merito al sistema di propulsione del Burevestnik. La filosofia dell’arma e l’esperienza russo-sovietica negli statoreattori farebbe ipotizzare un ramjet nucleare come quello dello SLAM statunitense. Questo nonostante i dati del primo test, 14.000 km in 15 ore, mostrino un’arma subsonica, quindi un profilo di velocità non ottimale per un ramjet (ma esistono anche i ramjet subsonici: i sovietici nel 1939 si divertivano a installare ramjet sui biplani Polikarpov). La velocità subsonica ha fatto ipotizzare alcuni ad un turbogetto nucleare a velocità subsonica, meno probabile ma possibile.
La propulsione nucleare aeronautica non è quindi nulla di nuovo. Il limite principale che ne ha (fortunatamente) impedito l’impiego finora non era tanto la mancanza di schermature adeguate, bensì il fatto che non presentassero alcun vantaggio rispetto ai loro elevatissimi costi e rischi di esercizio.
Eppure nei primi anni Duemila la Russia avrebbe invece ritenuto opportuno riesumare un fantasma di una Guerra Fredda che ancora non vedeva gli ICBM schierati. Il vantaggio teorico di un’arma come lo SLAM adeguata alle tecnologie attuali è quella di unire i vantaggi di un missile da crociera con un profilo di missione a bassa quota (come gli odierni SCALP/Storm Shadow) con una gittata virtualmente illimitata che consentirebbe una traiettoria d’attacco che passi là dove il nemico è meno difeso.
Per fare un esempio se un eventuale scambio degli ICBM della Guerra Fredda prevedeva naturalmente uno scenario di rotte artiche, un Burevestnik potrebbe avvicinarsi facendo il giro dall’Antartico, magari risalendo le catene montuose del Sud America fino alle Montagne Rocciose. Inoltre vista la sua autonomia, essa potrebbe semplicemente essere “parcheggiato” in un circuito d’attesa, come un aereo che deve attendere il suo turno in uno scalo troppo affollato. Per gli ottimisti, tuttavia, tanto più un’arma di questo genere resta in volo, quanto più sarà facile intercettarla e abbatterla, cosa che la renderebbe molto meno efficiente di tanti ordigni già presenti negli arsenali.
La vera incognita di un’arma come il Burevestnik rimane la sua traccia termica, sicuramente superiore a quella di un missile da crociera convenzionale. E l’eventuale scia radioattiva, se la propulsione fosse analoga in termini di materiali e scambio di calore a quella sperimentata per lo SLAM sessant’anni orsono.
Oggettivamente, qualora si trattasse di un missile subsonico, il vantaggio di poter restare in volo non rappresenterebbe una carta granché determinante. Se il Burevestnik fosse invece supersonico o ipersonico potrebbe dare qualche oggettivo vantaggio strategico riducendo di molto la sua possibilità di intercettazione.
L’incidente del 2018
Fatto sta che i russi hanno deciso di fare sul serio. Nell’agosto del 2018 in una piattaforma al largo nel poligono navale di Nënoksa, a nord ovest di Arcangelo, si verificò un’esplosione che causò la morte di sette persone e il ferimento di altre sei. Cinque furono le vittime scagliate in mare, più altri due decessi, si ipotizza, per effetti delle radiazioni. All’epoca fu riscontrato un aumento della radioattività 16 volte sopra la norma.
A novembre i familiari delle vittime ricevettero delle onorificenze alla memoria direttamente da Putin in persona, che ne approfittò per una sibillina operazione di propaganda, affermando che stessero lavorando su un’“arma senza eguali”: “Stiamo parlando delle idee e delle soluzioni tecniche più avanzate e senza pari in materia di progettazione di armi per garantire la sovranità e la sicurezza della Russia nei prossimi decenni”.
L’ipotesi è che si stesse parlando del Burevestnik anche se la dichiarazione di Rosatom in merito all’aumento di radiazioni parlava in maniera piuttosto generica di “fonte di alimentazione a isotopi per un motore a razzo alimentato a combustibile liquido”, cosa che porterebbe a escludere il ramjet. È possibile che l’incidente del 2019 fosse legato al recupero di un primo prototipo del Burevestnik testato nel 2017 e finito in mare dopo appena 35 km.
Non solo propaganda: The War Zone ricorda che quelle zone hanno visto in più di un’occasione il sorvolo di uno dei Boeing WC-135 Constant Phoenix gli aerei attrezzati per verificare la presenza di radiazioni nell’aria. L’ultima volta a fine agosto nel Mar Baltico al largo dell’Estonia. Per il momento però la Norvegia non ha riscontrato variazioni nella radioattività, a differenza di quanto riscontrato nel 2018.
Forse i venti non hanno portato ancora gli effetti delle radiazioni del missile, plausibilmente testato nel poligono di Pankovo, arcipelago di Novaja Zemlja, oltre mille chilometri a Nord Est rispetto a Nyonoksa luogo dell’incidente del 2018. O forse i russi hanno davvero ottenuto un motore nucleare aeronautico a bassa emissione di radioattività. O più semplicemente, il Burevestnik è solo un bluff figlio della propaganda putiniana.
L’Oreshnik e la questione dei materiali
Ovviamente resta la concreta possibilità che i russi siano riusciti a realizzare uno statoreattore (o turbogetto) nucleare a ciclo indiretto, in cui lo scambio di calore con il reattore avvenga tramite un circuito di raffreddamento a metallo liquido. Il che consentirebbe di avere una dispersione di radiazioni inferiore. Quello che gli Stati Uniti non riuscirono a realizzare negli anni ’60 per il loro SLAM. La questione in un certo senso riguarda più i materiali che l’ingegneria nucleare.
Il problema dei materiali è infatti quello che collega direttamente tanto la realizzazione di reattori nucleari miniaturizzati e con sistemi di raffreddamento indiretto e schermatura per l’avionica del mezzo quanto il problema delle fusoliere.
E la riflessione sui materiali andrebbe messa in relazione con alcune ipotesi in merito alla testata MIRV “inerte” del missile Oreshnik lanciato contro la fabbrica aerospaziale Pivdenmash di Dnipro il 21 novembre 2024.
Senza scomodare Putin e le sue dichiarazioni sensazionalistiche su sistemi d’arma basati su “nuovi principi fisici”, l’incognita sulla natura della testata inerte dell’Oreshnik meriterebbe più una di riflessione, soprattutto alla luce della fattibilità del Burevestnik.
Secondo le ricostruzioni, l’Oreshnik impiegato in Ucraina avrebbe scaricato sei testate MIRV sul bersaglio, tutte inerti. Tuttavia, alla velocità di rientro di quest’arma (stimata in 3,4 chilometri al secondo), ogni kg di peso della testata inerte è in grado di produrre un’energia da impatto pari ad almeno 1,5 kg di TNT.
Intanto al momento non sappiamo se le testate inerti fossero vere e proprie armi cinetiche (quindi pensate per massimizzare l’impatto) o semplici “zavorre di prova”. In merito all’attacco è certo che i fori sul tetto della fabbrica fossero tutto sommato “minimi”. Pure testimonianze indicano che nella fabbrica vi siano stati incendi per almeno tre ore. Incendi provocati dal materiale che si trova in abbondanza in una fabbrica che produce materiale aerospaziale? O innescati dall’elevata energia cinetica dei proiettili, che per l’attrito ionizzano l’aria e quindi arrivando sull’obiettivo con un’aura di plasma incandescente come testimoniano le riprese dell’attacco? E quanto del proiettile cinetico dell’Oreshnik si sarebbe consumato per l’attrito in atmosfera e quanto del proiettile sarebbe impattato sull’obiettivo? Non è dato saperlo.
Tuttavia le armi cinetiche orbitali non sarebbero nulla di nuovo in Occidente. Teorizzate per la prima volta dallo scienziato e scrittore di fantascienza Jerry Pournelle negli anni ’50, con la denominazione Progetto Thor (o “le verghe di Dio”) si pensava a un satellite armato di “pali” di tungsteno lunghi sei metri e con un diametro di 30 cm, pesanti circa 8,2 tonnellate, che piombando a terra a velocità ipersonica avrebbero generato una forza di impatto pari a 15 tonnellate d’esplosivo. Il progetto venne rivalutato nei primi anni Duemila dalla US Air Force con le Hypervelocity Rod Bundles, sempre sganciati da satelliti armati. Va detto che per i trattati sull’impiego militare dello spazio, armi a energia cinetica come le “verghe di Dio” non sarebbero esplicitamente vietate, perché il Trattato sullo Spazio Esterno (1967) proibisce il posizionamento in orbita di armi di distruzione di massa ma non di armi cinetiche.
Se le testate dummy dell’Oreshnik fossero armi cinetiche a tutti gli effetti come sembra, i russi sarebbero riusciti a realizzare un bombardamento cinetico senza bisogno di satelliti armati, che anche se non direttamente vietati dal Trattato del 1967, sarebbero comunque contrari al suo spirito.
Resta l’incognita dei materiali impiegati per i proiettili cinetici. Un’incognita che va di pari passo con il funzionamento del Burevestnik. Perché prendendo per buone le dichiarazioni russe, allora sarebbero riusciti a fare dei passi avanti nel settore dei materiali la follia di uno statoreattore nucleare non sarebbe poi così folle.
Conclusioni
La nuova triade strategica russa pone i concorrenti del paese, essenzialmente l’UE e gli USA, in posizione di stallo.
Le armi strategiche nucleari hanno lo scopo di intimorire i possibili avversari, inibendo la volontà di cercare con un first strike la possibilità di vincere una guerra nucleare al primo colpo. Nella logica della MAD (Mutual Assured Distruction, distruzione reciproca assicurata), per quanto pesante potrà essere il primo colpo inferto a sorpresa (ammesso e non concesso che ciò si possa ottenere), al nemico resterà sempre un potenziale di rappresaglia così devastante da rendere del tutto vuoto d’ogni significato il termine “vittoria”.
Armi come il Poseidon vanno esattamente in questa direzione: pensati per potersi celare nelle profondità abissali senza essere intercettabili, potrebbero infliggere a paesi del Rimland (la “cintura marittima”, che corrisponde nella geopolitica classica all’anglosfera più Europa e Giappone) danni inimmaginabili: oltre un terzo della popolazione dei paesi NATO infatti vive in agglomerati urbani costieri, che sarebbero il bersaglio privilegiato per una rappresaglia portata coi Poseidon armati di testate termonucleari.
Il Burevestnik, invece, appare più come una esibizione di superiorità tecnologica che non una vera arma risolutiva. Ancorché si rivelasse effettivamente un ipersonico, un missile circuitante sarebbe comunque una preda più facile per le difese antimissile, soprattutto in confronto a testate nucleari ipersoniche con capacità di manovra (MARV) o velivoli ipersonici come l’Avangard installati sui missili balistici intercontinentali. Ancora una volta dunque il missile balistico si dimostra superiore al missile da crociera, specialmente ora che i russi schierano soprattutto armi a combustibile solido, quindi in grado di essere lanciati con grande rapidità, e hanno messo a punto missili a combustibile liquido a celere messa a punto: si parla di un minuto per mettere un RS-28 Sarmat (codice NATO: Satan 2) in condizione di lancio. Al momento i russi dispongono di circa 200 unità RS-24 Jars (codice NATO: Sickle C), con gittata sufficiente a colpire l’intero blocco NATO, dotato di testate multiple indipendenti e a propellente solido, in grado di essere lanciato anche da piattaforme ruotate. A partire dall’anno prossimo anche il Sarmat inizierà a essere schierato.
Più determinante nel ridisegnare gli equilibri strategici appare invece l’Oreshnik, che potrebbe essere impiegato come arma per attacchi “chirurgici” in un’eventuale escalation con potenze NATO senza dover ricorrere ad armi nucleari. La pressoché totale invulnerabilità all’intercettazione delle sue testate cinetiche ipersoniche rende quest’arma ideale per attacchi “telefonati”, con i quali riscuotere elevati dividendi politico-propagandistici nonché tattici senza pagar dazio alle accuse di “attacchi indiscriminati” o “terroristici” che potrebbero seguire all’impiego di armi nucleari anche di piccolissima potenza.
In ogni caso, controintuitivamente a ciò che la maggior parte dell’opinione pubblica ritiene, le armi strategiche offensive rappresentano un miglioramento della stabilità e un abbattimento dei rischi di un conflitto nucleare. Con buona pace dell’iconico “Orologio dell’Apocalisse” del Bollettino degli Scienziati Atomici, la comparsa di nuove e sempre più micidiali armi offensive ha l’effetto di scoraggiare un eventuale attacco nemico ma non incoraggia i propri comandi a prendere l’iniziativa, poiché non esiste alcuna wunderwaffe in grado di assicurare un first strike così micidiale e definitivo da impedire l’inevitabile rappresaglia nemica. Se anche la Russia decidesse – in un momento di follia totale e del tutto impensabile – di attaccare la NATO con tutta questa panoplia di armi, nulla la salverebbe da un contrattacco più che sufficiente ad annientarne popolazione e capacità industriale-militare per oltre il 60%. La stessa cosa vale a parti invertite, anche mettendo in campo tutta la superiorità americana in fatto di bombardieri “invisibili” e sottomarini lanciamissili balistici.
Questo vuol dire che l’unico, vero rischio di una guerra nucleare è in classi politiche che non abbiano ben chiaro il quadro complessivo e cioè che non esiste alcuna possibilità, alcuna “buona causa” o alcun “game changer” in grado di trasformare uno scontro diretto fra NATO e Russia in qualcosa di differente dal reciproco, totale suicidio.
[Foto: By Mil.ru, CC BY 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=172703679]
Saggista e divulgatore, tra le sue pubblicazioni Alessandro Blasetti. Il padre dimenticato del cinema italiano(Idrovolante, 2023). E con Emanuele Mastrangelo Wikipedia. L’Enciclopedia libera e l’egemonia dell’informazione (Bietti, 2013) e Iconoclastia. La pazzia contagiosa della cancel culture che sta distruggendo la nostra storia(Eclettica, 2020).
Redattore del blog del Centro Studi Machiavelli "Belfablog", Emanuele Mastrangelo è redattore capo di "CulturaIdentità" e di "Storia in Rete". Cartografo storico-militare, è autore di vari libri (con Enrico Petrucci, Iconoclastia. La pazzia contagiosa dellacancel cultureche sta distruggendo la nostra storia e Wikipedia. L'enciclopedia libera e l'egemonia dell'informazione).








Complimenti per l’articolo, decisamente completo in tutte le sue parti, sia storiche che tecniche. I miei due centesimi: la Russia di Putin vuole trasmettere il messaggio “Non siamo un Paese di straccioni ma riusciamo a mettere a punto tecnologie dove “voi-altri” avete precedentemente e clamorosamente fallito (es. Pluto).”
L’orologio dell’Apocalisse si sta spostando verso la mezzanotte non tanto per quella o quell’altra tecnologia/arma ma per la crescente incapacità dei decision-maker occidentali di capire come si sta muovendo il resto del mondo. Il resto del mondo non guarda più all’Occidente come un modello da seguire ma solo come un freno alla loro crescita. Verità o percezione che sia (non sta a me a dirlo) i nostri decision-maker stanno lanciando un treno a tutta velocità lungo un binario morto. Le decisioni sbagliate si accumulano e la voragine dei soldi spesi MALE diventa sempre più profonda. Quindi, ben vengano analisi come le vostre che cercano di spiegare come stanno le cose da un punto di vista oggettivo. Ma i nostri decision-maker le leggeranno?