Arrivato in sala tra attese e polemiche l’Odissea di Christopher Nolan, regista con il pregio di combinare grande intrattenimento e registro autoriale e il difetto di una certa hybris che nell’adattamento di Omero (visto, peraltro, il soggetto e l’ambientazione storica…) trasuda in tutti i suoi eccessi.

L’opera già al centro del dibattito per il più classico blackwashing, si presenta in positivo come un sontuoso esempio di grande cinema e in negativo come una delle operazioni di cancel culture più sopraffine che si potessero operare intorno a uno dei pilastri del canone occidentale qual è l’Odissea.

Insomma le polemiche spicciole sulle scelte del casting si sono rivelate essere solo un diversivo di fronte a un obiettivo ben più ampio e ambizioso: quello di ridurre mito e cosmologia greca a una semplice sindrome da stress postraumatico.

La parte che segue contiene spoiler sulle “invenzioni” nolaniane.

“In un tempo di apparente magia”

Il film si apre con le parole “In un tempo di apparente magia”, frase che come nella più classica delle opere di Nolan acquisterà pieno significato solo alla fine del film.

Certo nel film abbondano mostri e maghe: Scilla è una sorta di idra e vediamo Circe “plasmare” come in un moderno body-horror i compagni di Ulisse in maiali. E compare più volte, silenziosa, l’Atena di Zendaya, con Telemaco che sembra cogliere la sua presenza nel vagabondo che accoglie all’inizio del film, un dettaglio fedele all’opera originale.

Ma nel disvelamento finale scopriremo che la muta presenza accanto a Ulisse non è la dea ma solo la reminiscenza di una sacerdotessa troiana del tempio di Atena, decapitata nel sacco della città mentre gli stessi greci profanano il tempio decapitando la statua del Palladio, Atena assume quindi nell’economia del film, a disvelamento compiuto, il più classico topos da film con il reduce del Vietnam e il trauma di civili bruciati dal napalm, come la ragazzina della foto Pulitzer del 1973, The terror of war.

L’Atena di Nolan sono “gli occhi della guerra” il flashback che accompagna il rimorso del protagonista. Un protagonista che vaga quasi indeciso sul senso stesso di tornare.

Certo Nolan decostruisce la divinità, e lascia il resto del fantastico “spicciolo”: giganti, streghe e le tempeste di Poseidone. Pure il “tempo di apparente magia” riecheggia nello spettatore. Forse brutta superstizione o i deliri di un reduce ormai dipendente dai fiori di loto.

Un film che avrà successo

L’analisi dell’Odissea di Nolan si potrebbe chiudere qui. Ma è un’opera visivamente potente, tecnicamente riuscita, in cui non mancano elementi che danno un’aria intellettuale al film. Elementi storici analoghi agli astrofisici consultati per i buchi neri di Interstellar, in un film in cui i protagonisti non sembrano inizialmente così consapevoli della dilatazione temporale dei buchi neri stessi.

La premessa di Nolan non si limita a togliere/depotenziare le divinità greche dall’opera di Omero, un’operazione già vista, come nel Troy del 2004 di Wolfgang Petersen che raccontava l’Iliade come un moderno sword and sorcery. Nolan decostruisce chirurgicamente la divinità facendola diventare un simbolo del trauma bellico e della colpa del “maschio bianco occidentale”.

E lo fa in maniera impeccabile, mantenendo un’apparente fedeltà a Omero, tanto che i “salti temporali” cari al regista sono quelli dell’Odissea.

La traduzione di Emily Wilson

Quello che cambia radicalmente è la lettura di Ulisse. D’altronde la base di partenza per l’adattamento di Nolan è la traduzione di Emily Wilson del 2017. Un’operazione con alcuni tratti in comune con la nuova controversa traduzione in italiano de Il Signore degli Anelli. Celebrata accademica con cattedra all’Università della Pennsylvania e studi tra Oxford e Yale, la Wilson nel 2017 pubblica una traduzione in inglese dell’Odissea utilizzando il pentametro giambico, il verso classico della poesia inglese, per adattare l’esametro greco. Operazione già fatta da Alexander Pope nel 1725, ma Emily Wilson modernizza il linguaggio e rinuncia al troppo cavalleresco distico eroico utilizzato dal poeta settecentesco.

La Wilson modernizza talmente tanto che l’incipit dell’Odissea e il suo polýtropos diventa: «Parlami di un uomo complicato». Niente multiforme ingegno, niente astuzie, nemmeno un grande viaggiatore.

E va peggio con polýmetis, dalle molte astuzie, che diventa il «re delle menzogne». Una traduzione celebrata all’epoca come a new cultural landmark, titolava il Guardian. E Il Tascabile, intervistando Emily Wilson, pur di fronte a qualche sopracciglio alzato per gli anacronismi comunque non si lamentava troppo per la declinazione immigrazionista della xenía.

Salvo che bisogna ricordare che sia nella traduzione della Wilson che nella versione di Nolan i Proci fanno la fine che fanno per averne largamente abusato.

La xenía e la legge di Zeus

L’Ulisse di Nolan è quindi “l’uomo complicato” di Emily Wilson. Così come il quadro mitico-religioso greco è ridotto alla sola xenía che nel film diventa la “legge di Zeus”, una legge dell’ospitalità intesa come in un moderno legal drama in cui non si fa altro che definire come e quanto si applichi. Tanto che anche con Circe (rappresentata come una gattara circondata da grandi felini) la questione è risolta come l’arringa dell’avvocato di turno.

Magra consolazione è che alla fine Nolan non può rinnegare del tutto Omero: i Proci andranno comunque sterminati all’alba, nonostante nella notte l’Ulisse nolaniano si penta e si dolga di aver creato l’“arma di fine di mondo”, il cavallo di Troia.

L’Ulisse di Nolan è una versione ancora più contrita del suo Oppenheimer. Là, il capo del Progetto Manhattan si pentiva di aver dato la Bomba agli uomini, l’Ulisse si pente di aver dato agli achei il cavallo, perché il cavallo, come dono, avrebbe violato la legge di Zeus. Il pentimento di Ulisse va oltre, diventa consapevole che il suo “cavallo/bomba” porterà alla fine della loro stessa civiltà…

La muleta del blackwashing

Dalla Wilson a Nolan un unico filo rosso di riadattamento e decostruzione dell’Odissea, ma alla fine chi contesta l’operazione è caduto nel tranello di Nolan: il casting multiculturale.

Un’operazione di marketing basata sul rage-baiting studiata a tavolino: io m’indigno e tu d’indigni perché mi sono indignato. Una scelta evidente fin dalla comunicazione della produzione: nessun annuncio ufficiale sul cast con foto di scena con il trucco e parrucco del film. Per l’Odissea solo voci di corridoio di cui la produzione negava anche l’evidenza.

Lupita Nyong’o per Elena (e poi anche Clitennestra presentate come gemelle – e quindi anche qui facendo hamburger del mito) ma nessuna conferma. Le voci su Elliot (già Ellen) Page nel ruolo di Achille, ma poi sarà “solo” Sinone. Per il rapper Travis Scott si parlò addirittura di un casting come Omero, mentre sarà solo l’aedo Femio.

Un rapper perché secondo Nolan, rap ed epica omerica nella sua tradizione orale sarebbero la stessa cosa. Il problema è che la scena non rende giustizia né all’epica orale né al rap, con Travis Scott che si limita a dire in un paio di occasioni quattro parole ritmandosi con un bastone come il banditore di una fiera di bestiame in qualche ridente villaggio inglese, unica scena in cui si mostra il lato british di un ormai americanizzato Nolan.

Di fronte a questi annunci per innescare rage-baiting gran parte del mondo culturale conservatore è caduto nel tranello come il toro davanti al drappo rosso.

Chi scrive denuncia le pratiche di decostruzione del blind color casting da più di un decennio. Un blackwashing che è stato sfruttato in tutte la varianti e strategie, e che anni fa poteva essere prima linea, oggi è solo retrovia. Da combattere, ma non può rimanere l’unica strategia.

Evidente che nel caso di un personaggio come Elena scritturare un’attrice di media fama come la Nyong’o in un cast di dive testimonial consolidate di grande case di moda come la Hathaway, la Theron e la Goth, fosse solo un instrumentum del rage-baiting. Se ci fosse stata una diva come Zoe Saldaña o qualche outsider con in curriculum una passerella di Victoria’s Secret non ci sarebbero state polemiche.

Ma servivano polemiche a sviare dal vero obiettivo del film. La decostruzione non avveniva sul cast, avviene sul senso stesso dell’opera. Elemento centrale che svanisce dalle polemiche e che presta il fianco alle solite letture: se critichi la decostruzione di Ulisse, sei solo uno che non vuole un cast multietnico.

E c’è da dire che il cast dell’Odissea è così attentamente multietnico che non c’è nemmeno una faccia greco-mediterranea per sbaglio. Roba da farti rimpiangere lo Zorba di Anthony Quinn. Ma anche questo è solo fumo negli occhi, come le dichiarazioni in un’intervista di Lupita Nyong’o dove dichiarava che Omero non aveva dato abbastanza spazio al punto di vista femminile nell’Odissea (segno che non aveva letto nemmeno Emily Wilson). E questo circa l’opera classica che ha più co-protagoniste femminili nella storia. Ma all’Ulisse di Nolan alla fine le donne non interessano, non seduce e non vuole essere sedotto. Scompare Nausicaa, Circe è una gattara e pure Calipso alla fine è solo una crocerossina che esagera col fentanyl.

E alla fine Nolan ha un po’ deluso anche la traduttrice Emily Wilson, che nel podcast 92nd NY ha dichiarato: “Ho continuato a cercare invano la sensazione che questo fosse un film sulla gloria. Credo che sia un film che si interessi in qualche modo alla vergogna, ma non penso che si interessi affatto alla gloria”.

I divulgatori e il paradosso dell’età del bronzo

Altro elemento centrale del marketing a base di rage baiting dell’Odissea di Nolan è l’uso strumentale dell’età del bronzo che ha permesso di sfruttare parte del mondo della divulgazione storica social per parlare prima “malissimo” e poi “benissimo” del film.

Fin dalle prime immagini è apparso chiarissimo l’intento di non dare un’interpretazione realistica al contesto guerra di Troia durante l’età del bronzo. I costumi dei greci di Nolan, larpano (ovvero hanno l’approccio di un gioco di ruolo dal vivo non troppo realistico) una “Grecia classica” non ben identificata, tra bronzo, cuoio e materiali oscuri.

A questo punto meglio le armature e gli elmi fantasiosi dei troiani, che per il colore chiaro, quasi bianco, sembrano essere una suggestione ispirata alle linothorax, le armature di strati di lino sovrapposti, citate anche da Omero nell’Odissea.

Le navi vichinghe

Peggio le navi che non sembrano navi vichinghe, ma sono navi vichinghe. L’ammiraglia di Ulisse è il drakkar Harald Hårfagre, tra l’altro considerato poco filologico dagli stessi norvegesi, e gli scenografi non si degnano nemmeno di disegnarli un occhio a prua. Anche se chi sostiene che la base sia una nave della civiltà Magan fiorita nel golfo Persico durante l’età del bronzo e di cui è stata costruita una replica qualche anno fa (nave con profilo analogo a un drakkar ma rapporto di forma diverso, e che mancando il canale di Suez difficilmente avremmo visto dentro il Mediterraneo), ma alla fine diventa il classico gioco su elementi filologici considerati rilevanti o irrilevanti a seconda del giudizio del film.

Per mesi si è discusso di costumi e oggetti di scena da parte dei divulgatori storici, con un discreto scetticismo nei confronti di Nolan. E adesso Nolan con il film in sala è diventato un caposaldo della divulgazione per l’abilità di sfruttare un paio di elementi da 1177 a.C. Il collasso della civiltà dello storico e archeologo Eric H. Cline.

Ulisse nel finale del film, pentendosi della “distruzione” di Troia, preconizza la fine dell’età del bronzo e l’inizio del “medioevo ellenico”.

Talmente fuori fuoco che sembra una trovata di sceneggiatura arrivata a fine lavorazione, visto che il film è un continuo ostentare soluzioni visive che dicono “non è l’età del bronzo” nel Mediterraneo coprendo panoplie che vanno da Grecia classica, vichinghi e soluzioni high fantasy alla Excalibur, vedi i Lestrigoni con le loro armature in alluminio anodizzato in una foresta di conifere dove sembra cadere la neve (o forse sono pollini, o forse è il fallout di Troia vista l’ideale continuità tra l’Oppenheimer di Nolan con l’Ulisse di Nolan).

Un’Odissea coltissima che piace ai divulgatori

La fine dell’età del bronzo portata dai “popoli del mare”. Popolazione misteriosa (compare nella storia egizia) e che nel finale Ulisse, nel secondo momento di sagacia del film, intuisce essere gli stessi achei che nella distruzione di Troia hanno dato vita alla leggenda nera che li minaccia (come in Rappresaglia, 1962, dell’arguto scrittore di fantascienza Fredric Brown).

Quindi la distruzione portata dagli achei a Troia ha creato una minaccia fantasma che ha alterato i fragili equilibri di un mondo fatto di palazzi e commerci. Se si fermano i commerci, anche in assenza di una vera minaccia, crollerà comunque la civiltà. Uno degli elementi delle tesi di Cline.

Questa intuizione permette a Ulisse di preconizzare la fine del ciclo storico dell’età del bronzo e la fine della scrittura e che le storie della guerra di Troia alla fine sopravvivranno solo oralmente.

La scrittura di cui si parla è il lineare B miceneo, un protogreco che effettivamente scompare. Che scompare plausibilmente perché era lingua scritta contabile di palazzi e commerci non per la tradizione epica già orale. Ma la trovata a fine film sulla “fine della scrittura” come una maledizione solletica il colto e spinge l’inesperto ad approfondire.

Un Ulisse tra Tolkien e Asimov

Una trovata che è dissonante nell’economia del film. L’Ulisse di Nolan non è sagace (a parte il legal drama con Circe) e ragiona più come certi protagonisti di slasher horror studenteschi che non fanno altro che cacciarsi nei guai (vedi il cimitero di corazze ed elmi davanti alla residenza di Circe).

Un Ulisse che in fuga da Polifemo non trova di meglio che lanciare un’altra freccia al ciclope per farlo arrabbiare ancora di più e finendo col far divorare qualcun altro dei suoi compagni. Eppure alla fine comprende il suo “cavallo/bomba” causerà la fine della scrittura e gli farà dire a Penelope: «la nostra età del Bronzo è alla fine».

L’Ulisse di Nolan che ha passato gli ultimi anni strafatto di loto ha una folgorazione storico politica degna degli elfi della terza era tolkeniana. Che dopo millenni di vita hanno la comprensione che la loro era sia giunta al termine. O dell’Hari Seldon del ciclo della Fondazione di Isaac Asimov che comprende grazie a una scienza fatta di storia, matematica e sociologia, che l’Impero galattico stia entrando in una fase di sclerosi e decadenza.

Talassocrazie: Troia come Hormuz?

Eppure questo messaggio che non c’entra nulla con Omero, utile a strizzare l’occhio a chi conosce elementi storici e sfruttare il traino della divulgazione online rischia di diventare un autentico punto di forza del film per lo spettatore contemporaneo. Agamennone che ha mosso guerra a Troia per il controllo delle rotte, ma a guerra vinta le rotte non possono essere ripristinate per la minaccia fantasma de “i popoli del mare” sembra un’allegoria perfetta per Hormuz e la guerra statunitense all’Iran (o i dazi). Guerra che forse un giorno si racconterà come guerra per liberare uno stretto che era libero prima che scoppiasse la guerra.

Dare allo spettatore (liberal) ciò che vuole

Ecco se sicuramente Nolan non comprende (o non gli interessa) Omero ben comprende lo spettatore contemporaneo liberal-progressista e gli dà esattamente ciò che vuole. La grande colpa dell’uomo bianco occidentale, il cast multirazziale e transgender, un paio di “feminist-splaining” di Circe e Penelope. E i riferimenti all’attualità, con strizzate d’occhio contro Trump-Agamennone e magari contro l’ICE.

Il fatto che l’Odissea di Nolan timbri il cartellino a tutte le istanze liberal progressiste dimostra che sicuramente Nolan è un grande regista, ma non un grande autore, visto che si limita a cucinare in maniera sontuosa e gourmet la solita sbobba wokeista.

Di buono è che alla fine Omero è più forte di Nolan, e che l’interesse acceso nel pubblico è sincero. E anche se molti cadranno nel tranello della traduzione della maga Emily Wilson, non mancano canali youtube stranieri che danno spazio alla versione Rai dell’Odissea in quanto trasposizione più fedele, spingendo molti a scoprire o riscoprire quello che fu oggettivamente un capolavoro inarrivato. La speranza è che anche questa sopraffina operazione di cancel culture non riesca completamente nel suo intento.

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Saggista e divulgatore, tra le sue pubblicazioni Alessandro Blasetti. Il padre dimenticato del cinema italiano(Idrovolante, 2023). E con Emanuele Mastrangelo Wikipedia. L’Enciclopedia libera e l’egemonia dell’in­formazione (Bietti, 2013), Iconoclastia. La pazzia contagiosa della cancel culture che sta distruggendo la nostra storia(Eclettica, 2020) e Cancel Culture. L'arma di distruzione (culturale) di massa che il wokeismo ha scagliato contro la civiltà occidentale(Signs Publishing, 2025).