Classe Trump: solo 122 celle? SÌ

Ricapitolando le ultime navi da battaglia statunitense furono ritirate dal servizio nel 1992, ma al netto degli ammodernamenti e dei colpi sparati nella guerra contro l’Iraq e in Vietnam, di fatto erano rimaste senza impiego dai tempi della guerra di Corea. Considerando che oramai la differenza – per dimensioni, dislocamento e armamento – fra incrociatori e cacciatorpediniere (o semplicemente “caccia”, destroyer in inglese) è nulla, le principali surface combatants statunitensi restano i Ticonderoga, 122 celle, e Arleigh Burke Flight III, 96 celle, entrambi sulle 10.000 tonnellate. A queste si aggiungono i tre Zumwalt da 16.000 tonnellate con 80 celle a cui sono stati aggiunti quattro lanciatori per tre missili ipersonici Intermediate-Range Conventional Prompt Strike ciascuno. La Russia dispone di almeno un Kirov rimodernato, 28.000 tonnellate e 176 celle. La principale e più moderna classe cinese sono i Tipo 55, in servizio dal 2020 che dislocano 13.000 tonnellate e dispongono di 112 celle (a cui aggiungere 24 celle per la difesa a corto raggio). E la classe Trump? Prevede unità da 35.000 tonnellate lunghe 260 metri. L’armamento missilistico però sarà di 128 celle (solo sei in più di un Ticonderoga) a cui si aggiungono i quattro pozzi per 12 missili ipersonici analoghi a quelli in fase di installazione sugli Zumwalt. Missili ipersonici che restituirebbero ufficialmente alla US Navy capacità nucleari alle sue unità di superficie, in quanto attualmente la marina USA non dispone di armi nucleari nemmeno per i cacciabombardieri Hornet imbarcati. Dal punto di vista missilistico la classe Trump risulta dunque sottodimensionata rispetto al dislocamento previsto.

Il railgun

Sull’altro piatto della bilancia, renderebbe più versatile la classe Trump la sua artiglieria di bordo perché, come aveva ricordato Trump a settembre, i proiettili costano meno dei missili. Non sono previsti cannoni convenzionali di grosso calibro, solo una coppia di 127 mm. L’armamento sarebbe integrato da un cannone a rotaia (railgun)da 32 MegaJoule. Si tratta di un’arma che accelera un proiettile attraverso un potente campo elettromagnetico. I proiettili non hanno quindi bisogno di carica esplosiva per partire. L’energia cinetica impressa è tale da spingere la testata a velocità ipersoniche e conseguentemente a ottenere risultati sul bersaglio pari a quelli di una testata con esplosivo convenzionale di pari peso portata da un missile, ma con costi molto più contenuti. Un modello sperimentato dalla Marina statunitense punta a una gittata di 370 km con un errore del colpo di appena 5 metri e una cadenza di tiro di 10 colpi al minuto. Tuttavia restano diversi problemi tecnici che lasciano queste armi ancora sul banco degli esperimenti, primo fra tutti l’usura delle rotaie causata dalle sollecitazioni prodotte dall’accelerazione del proiettile. Attualmente solo il Giappone sembra prossimo all’impiego operativo di un railgun. Sulla JS Asuka (ASE-6102), fregata per impieghi sperimentali, è stato installato un railgun da 40 mm che a luglio 2025 ha colpito un bersaglio in condizioni di test in mare. Anche l’Italia ha un proprio programma, denominato Herakles. La US Navy aveva collaborato con la britannica BAE Systems per realizzare nel 2012 aveva un prototipo da 32 MJ (come quello della classe Trump) nel Naval Surface Warfare Center di Dahlgren. Ufficialmente i finanziamenti vennero terminati nel 2021 per problemi insormontabili all’usura della canna. Tanto che ne era stata valutata l’installazione dei railgun da 32 MJ sugli Zumwalt ma alla fine si era optati per installare i pozzi per gli ipersonici.

Il laser

Altro pezzo di pregio della classe Trump sarebbero due torrette con laser pesanti da 300 kW o 600 kW (A cui aggiungere quattro laser leggeri di tipo ODIN, un sistema dazzler da accecamento per la difesa antidrone). La US Navy ha installato sul cacciatorpediniere Arleigh Burke Flight IIA USS Preble (DDG-88) un laser HELIOS, High Energy Laser with Integrated Optical-dazzler and Surveillance, da 60 kW che è riuscito ad abbattere un drone bersaglio nel 2024 e una serie di quattro droni nel 2025 sempre in condizione di test. Il problema è che gli Arleigh Burke non dispongono di abbastanza capacità di generazione elettrica per farlo funzionare assieme a tutti i sistemi radar. L’HELIOS era stato preceduto da un altro sistema da 30 kW che era stato installato sperimentalmente già nel 2014 sul trasporto anfibio classe Austin USS Ponce (AFSB-15) e poi sull’ USS Portland (LPD-27), trasporto anfibio classe Austin, da cui poi era stato successivamente rimosso. Certamente gli Stati Uniti hanno altri progetti di sistemi laser e al netto delle difficoltà di messa a punto (dispersione del raggio e problemi di puntamento) i laser pesanti sono a un passo dall’implementazione di massa. Già nel febbraio 2010 la US Air Force riuscì a intercettare un missile balistico con un laser pesante di potenza ancora classificata installato su un 747 modificato designato YAL-1, ma il programma fu presto abbandonato. La Cina ha mostrato i suoi laser pesanti LY-1 durante la parata della Vittoria del settembre 2025. La Russia avrebbe in servizio una manciata di sistemi Peresvet, di cui mancano riscontri di eventuali successi. Il Regno Unito ha sviluppato il laser DragonFire di cui era stato ventilato un possibile dispiegamento in Ucraina e di cui si ipotizza il dispiegamento su unità della Royal Navy a partire dal 2027. Infine c’è l’Iron Beam israeliano di cui una variante o un prototipo è stata utilizzata nell’ottobre 2024 per intercettare droni di Hezbollah.
Lo schema d’armamento proposto per la USS Defiant. Fonte: U.S. Navy – https://www.goldenfleet.navy.mil/

L’ipotesi di nave comando

Non solo sistemi d’arma: la classe Trump nelle intenzioni sarà anche piattaforma di comando e controllo, supervisionando unità con e senza equipaggio. Quindi diventerà il centro di comando nevralgico del comando di un gruppo navale e aeronavale. Ruolo di nave comando per le classi Trump che potrebbe spiegare l’apparente entusiasmo dell’US Navy nell’assecondare il sogno presidenziale per la nuova nave da battaglia. Nell’inventario della Marina statunitense c’è infatti un’altra casella da riempire, quelle delle due navi da comando anfibio classe Blue Ridge – USS Blue Ridge (LCC-19) e USS Mount Whitney (LCC-20) –entrate in servizio nel 1970 e nel 1971. Centri di comando aeronavale derivati dalle navi d’assalto anfibio classe Iwo Jima che all’epoca vantavano una suite elettronica superiore a quella delle coeve portaerei. Unità che tutt’ora sono le ammiraglie della Sesta flotta, di base nel Mediterraneo, e della Settima flotta nel Pacifico. Poco si conosce del ruolo delle due unità, ma è previsto che rimangano in servizio per tutti gli anni ’30. Insomma come fa notare Craig Hooper su Forbes è molto probabile che le prime unità classe Trump saranno comunque utili, anche se magari in un ruolo diverso da quello immaginato. Tra l’altro gli stessi sovietici da uno scafo della classe Kirov realizzarono la SSV-33 Ural, nave comando e per la guerra elettronica a propulsione nucleare.

Classe Trump, propulsione convenzionale

Il problema è che railgun, laser pesanti, radar e suite elettronica rendono la futura USS Defiant (BGG-1) una nave estremamente energivora. Tuttavia sembra che la propulsione sarà convenzionale, di tipo elettrico integrato: ovvero motori diesel e turbine a gas a generare elettricità per i sistemi di bordo e i motori elettrici per la propulsione. Una scelta in controtendenza rispetto alla rivalutazione globale che sta godendo la propulsione nucleare navale, come visto nel convegno promosso dalla Fondazione Machiavelli lo scorso anno.

La componente imbarcata

Ultimo aspetto da considerare sulla classe Trump è quello alla componente imbarcata. Spazio per elicotteri e convertiplani, ma nessuno cenno a sistemi per droni medi e pesanti. Una possibile mancanza che fa considerare la USS Defiant (BBG-1) un valido dimostratore tecnologico in potenza. Ma che fa dubitare della sua utilità se prodotta su larga scala come nelle intenzioni e nei desideri del 46° presidente. Trump ne ha previste due da realizzare nel giro di due anni e mezzo, anche se ragionevolmente la loro costruzione non potrà iniziare prima degli anni ‘30. E il suo piano prevedrebbe dieci unità classe Trump da portare magari auspicabilmente a 20-25 unità.
Un altro schema della Defiant. CC0 Bjturon

Le incognite industriali

La fattibilità del programma per molti analisti è remota. Il Center for Strategic and International Studies titola The Golden Fleet’s Battleship Will Never Sail, “La golden fleet non salperà mai”. Si insiste sia sui costi molto più elevati di queste unità rispetto ai DDG(X) e agli Arleigh Burke, sia sul fatto che la classe Trump con le loro dimensioni andrebbero contro quella che stava diventando la dottrina dell’US Navy. Ovvero un modello distribuito della potenza di fuoco delle varie unità, anche per una maggiore resilienza nei confronti dell’ampia gamma di missili antinave di cui dispone Pechino. Anche se trattandosi di Trump il budget potrebbe non essere un problema: dopo il recente auspicio di incrementare il bilancio del Pentagono da un triliardo a un triliardo e mezzo, anche se per il 2026 si è fermato a “soli” 839 miliardi. Più stringenti i limiti industriali, visto che i due principali gruppi della cantieristica militare statunitensi (gli unici che potrebbero essere coinvolti per unità grandi come le Trump) Bath Iron Works e Huntington Ingalls Industries negli ultimi anni sono andati incontro a diversi ritardi nelle consegne. In particolare l’entrata in servizio della nuova portaerei USS John F. Kennedy (CVN-79) è stata rinviata dal 2025 al 2027 inoltrato. C’è il rischio che la Golden Fleet oltre a non salpare potrebbe portare a fondo la Marina, come titola la CNN, mai tenera con Trump: Trump’s new battleship plan could transform the US Navy – or sink it. Trasformare in meglio la Marina degli Stati Uniti, quindi far diventare le nuove unità uno scatto d’orgoglio sul piano industriale prima ancora di quello strategico. O, affondarla del tutto, con l’ennesima “nuova classe navale” che non avrà seguito dopo aver bruciato decine di milioni di dollari.

La risposta cinese

E a proposito di distribuire la potenza di fuoco tendendo bassi i costi, la Cina ha dato nuova prova di sé, aggiornando un’idea che, come le navi da battaglia sognate da Trump, risale alle due guerre mondiali. Si tratta dei mercantili armati, o come venivano classificati all’epoca, incrociatori ausiliari. A gennaio 2026 nell’internet cinese hanno fatto la loro comparsa due “piccole portacontainer” convertite in “mercantili armati”. La prima dotata di 60 celle VLS montate in container standard sul ponte, con l’aggiunta di container radar e container sistemi di difesa aerea a corto raggio. La seconda è stata trasformata in porta UAV grazie a una catapulta elettromagnetica modulare montata su quattro camion fissati sul ponte del mercantile. Due soluzioni “rimediate” rispetto alla Golden Fleet sognata da Trump, ma sicuramente più scalabili vista la potenza industriale cinese nella marina mercantile. Vedremo se Trump riuscirà a mettere in mare le sue corazzate, e se oltre al grande immobiliarista e al grande presidente potrà farsi ricordare come una sorta di Vittorio Cuniberti del XXI secolo. [Fine, le prime due puntate sono state pubblicate QUI e QUI] Illustrazione: U.S. Navy – https://www.goldenfleet.navy.mil/
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Saggista e divulgatore, tra le sue pubblicazioni Alessandro Blasetti. Il padre dimenticato del cinema italiano(Idrovolante, 2023). E con Emanuele Mastrangelo Wikipedia. L’Enciclopedia libera e l’egemonia dell’in­formazione (Bietti, 2013) e Iconoclastia. La pazzia contagiosa della cancel culture che sta distruggendo la nostra storia(Eclettica, 2020).