di Daniele Scalea

L’espressione lockdown, nel senso di “confinamento”, cominciò a essere usata in lingua inglese mezzo secolo fa, con riferimento a una pratica carceraria: quella appunto di tenere tutti i detenuti rinchiusi nella loro cella per prevenire possibili rivolte. È illuminante, questa origine, per capire come si debba leggere politicamente l’introduzione dei lockdown, nell’ultimo biennio, nella nostra vita quotidiana. I cittadini sono diventati peggio che sudditi: sono diventati prigionieri.

Non dev’essere un caso che a importare questa pratica nelle democrazie occidentali sia stato il governo italiano di Giuseppe Conte, esponente di un partito – il Movimento 5 Stelle – che non ha mai fatto mistero della sua sinofilia. E che ancora di recente, per bocca del suo padre nobile Beppe Grillo, elogiava il modello cinese del “Zero Covid”, ossia l’applicazione ancora più massiccia e severa delle politiche di confinamento che il suo (forse ex) pupillo Conte copiò dalla Cina. Non dev’essere un caso che ovunque nel mondo i più aspri, appassionati ed entusiasti fautori del lockdown siano stati dirigenti e partiti di sinistra. Del resto, pensando ai cittadini trattati come prigionieri, la mente va istintivamente all’URSS, alla DDR o a similari regimi comunisti.

Sempre non a caso, è ancora un regime comunista, e ancora quello cinese, a offrirci proprio in queste settimane un saggio di dove possa arrivare la smania per il confinamento di massa e l’obiettivo del “zero covid”. Il riferimento è, ovviamente, al lockdown ordinato a Shanghai.

Malgrado anche in tale metropoli, come nel resto del mondo, l’ultima variante della covid stia contagiando molti ma quasi sempre con effetti lievi, il regime comunista ha imposto sui 25 milioni di residenti di Shanghai un lockdown rigidissimo. Se sei positivo vieni deportato in una sorta di campo di concentramento (e i tuoi eventuali animali domestici uccisi seduta stante). Se nel tuo circondario c’è stato anche un solo caso di positività asintomatica, sei confinato nel tuo appartamento, costi quel che costi. Non si esce per nessun motivo. Non importa se questo significa che persone fragili, malate, non autosufficienti, muoiono per mancanza di cure o assistenza (in numero probabilmente più alto dei pochi casi accertati di vittime della covid a Shanghai). Non importa se milioni di persone faticano a procurarsi il cibo, perché si può acquistarlo solo a domicilio e nessuno è in grado di servire così tante persone. Xi Jinping ha deciso che non dev’esserci covid in Cina e non ci sarà: anche se ciò dovesse significare uccidere più persone di quante ne morirebbero per la covid.

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La vita dei cittadini, infatti, è del tutto secondaria. Non si vuole cancellare la covid per salvare le vite, ma si è disposti a cancellare le vite pur di salvare il regime – e soprattutto la faccia di Xi Jinping, che troppo ha decantato il “superiore modello cinese”. Per fortuna il nostro sistema politico non è ancora scivolato in un regime di tipo cinese: altrimenti pensate cosa avrebbero potuto fare i nostrani fanatici del lockdown e del Green Pass pur di salvare il buon nome del “modello Italia”.

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Fondatore e Presidente del Centro Studi Machiavelli. Laureato in Scienze storiche (Università degli Studi di Milano) e Dottore di ricerca in Studi politici (Università Sapienza), è docente di "Storia e dottrina del jihadismo" e "Geopolitica del Medio Oriente" all'Università Cusano. Dal 2018 al 2019 è stato Consigliere speciale su immigrazione e terrorismo del Sottosegretario agli Affari Esteri Guglielmo Picchi. Il suo ultimo libro (come curatore) è L'attualità del sovranismo. Tra pandemia e guerra.