La guerra tra la Russia e l’Ucraina ha posto la NATO e l’Europa di fronte ad una sfida difficile. In particolare il nostro continente rischia di uscire destabilizzato, tra guerra alle porte, ondata di rifugiati e contraccolpi socio-economici delle sanzioni. Quali sono gli scenari per il futuro prossimo e come dovrebbero comportarsi la NATO e i Paesi europei?

Questo il tema della videconferenza “NATO and Europe facing the Russian-Ukrainian War”, organizzata dal Centro Studi Machiavelli il 15 aprile 2022 con ospiti James Carafano (Heritage Foundation, USA), Attila Demko (Mathias Corvinus Collegium, Ungheria) e Guglielmo Picchi (deputato, Italia), moderati da Daniele Scalea (Centro Studi Machiavelli).

Errori di intelligence

Il conflitto in corso è stato caratterizzato da gravi errori di intelligence, analisi e pianificazione. Innanzi tutto, com’è evidente, da parte della Federazione Russa, che pensava di replicare quanto fatto con l’Ucraina nel 2014: un’operazione rapida che avrebbe incontrato una resistenza minima. Eppure, hanno notato i tre esperti (che hanno tutti visitato l’Ucraina più volte), il miglioramento delle FF.AA. ucraine negli ultimi anni era evidente. Ma il sistema russo ha un grave vizio di funzionamento, secondo Attila Demko: non agevola chi voglia riportare la verità al vertice. Ciò ha prodotto una pessima intelligence intrappolando il Presidente Putin, che probabilmente non aveva nemmeno piani di ripiego oltre al Piano A.

Anche gli USA si sono però macchiati di gravi errori di calcolo. Il capo di Stato Maggiore Gen. Mark Milley, a quanto si riporta, alla vigilia del conflitto aveva predetto che gli Ucraini sarebbero resistiti per 72 ore. Ad avviso di James Carafano, perché gli analisti americani si sono basati su ciò che prevedevano i russi. Il piano di Mosca prevedeva di decapitare il governo di Kiev nel primo o secondo giorno d’operazioni, per poi procedere quasi incontrastati all’occupazione del Paese. Mancava da parte americana un’analisi più sofisticata delle capacità russe e ucraine.

Siccome a Washington non si credeva che gli Ucraini avrebbero saputo difendersi – continua Carafano – la prima risposta è stata di non provocare la Russia, sperando di prevenire l’invasione. Quando questa è scattata comunque, non si è pensato di armare immediatamente Kiev, credendo che sarebbe rapidamente capitolata. Solo dopo tre settimane di conflitto a Washington ci si è resi conto che l’Ucraina poteva resistere e, di conseguenza, si è elevato il livello di supporto. Una pianificazione davvero carente, che si limita a reagire agli eventi sul terreno.

Come proseguirà il conflitto

Dopo circa un mese d’operazioni, Putin ha finalmente capito che il Piano A era fallito ed è stato costretto a ripiegare sul Piano B: la distruzione della concentrazione di truppe ucraine nel Donbass. Se ciò possa avere successo, è stato motivo di dibattito tra i relatori.

Secondo Carafano Putin spera di concludere il conflitto per le celebrazioni del 9 maggio, ma è molto scettico sulle possibilità russe. Non è pensabile che nel volgere di così poco tempo i Russi risolvano tutti i problemi finora evidenziati; il cambio di comandanti non può rendere una pessima logistica buona, o migliorare l’affidabilità dei mezzi. L’offensiva dovrebbe avvenire lungo linee d’avanzata facilmente prevedibili dagli Ucraini, con un parco mezzi corazzati ridottosi e con condizioni meteo sfavorevoli.

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Meno ottimista riguardo le sorti dell’Ucraina si è mostrato Demko. Egli ha messo in guardia dalla “bolla informativa occidentale” in cui ci troviamo. Non sappiamo nulla delle perdite ucraine fino ad ora. I Russi imparano lentamente, ma imparano dai loro errori. Nel Donbass sarà per loro più agevole rifornire le truppe, soprattutto quando – entro pochi giorni – il porto di Mariupol sarà in mano loro. Quella a Kiev era un’operazione davvero difficile, condotta in un’area che è il centro di potere avversario, una grande città, circondata da un territorio ricco di foreste. La regione di Mariupol offre invece ampi spazi aperti (dove già si è visto che i Russi riescono a fare bene). Più a nord, presso Izium e Slovjansk, il terreno è meno favorevole – con foreste, valli e fiumi – ma non ovunque gli Ucraini sono saldamente trincerati. Secondo Demko se i Russi non cercheranno di risolvere la situazione entro l’impensabile data del 9 maggio, ma saranno più pazienti e magari aiutati dalle condizioni meteorologiche, hanno ancora chances di successo. Per quanto possano battersi bene gli Ucraini, artiglieria e aviazione pesano e lì i Russi hanno un vantaggio. I nuovi sistemi d’arma occidentale che Kiev andrà a ricevere potrebbero essere di scarso aiuto, secondo Demko, perché gli Ucraini sono abituati coi sistemi sovietici e più un nuovo sistema è avanzato più è difficile imparare ad usarlo. Un conto è far fruttare i missili anticarro, un altro l’artiglieria semovente e i carri armati di produzione occidentale.

Le sanzioni

I tre relatori si sono trovati d’accordo sulla difficoltà che le sanzioni alla Russia creano all’Europa: in particolare quelle che dovessero coinvolgere le importazioni di gas e petrolio.

Attila Demko ha parlato del caso dell’Ungheria, che importa l’84% del fabbisogno di gas dalla Russia. Rinunciarvi cagionerebbe forti danni a Budapest, ma alla Russia? Essa possiede ancora 200 miliardi di dollari in riserve. Se non vende all’Europa può farlo alla Cina e all’India (che attualmente importa poco dalla Russia, ma già è in trattativa per incrementare i volumi godendo di ottimi sconti). La previsione dell’esperto ungherese è che, anche se la Russia smettesse di vendere oggi all’Europa, potrebbe resistere per anni. Paradossalmente a perderci di più sarebbe l’Ucraina: non avrebbe più le royalties di passaggio né a quel punto Mosca non avrebbe più freni a distruggere le infrastrutture energetiche ucraine.

Carafano ha convenuto che non ha senso far male a sé stessi solo per aumentare la pressione sulla Russia. Nel breve periodo esistono Paesi europei che non possono rinunciare alle importazioni dalla Russia, né ha senso inimicarsi l’India per la medesima ragione. L’economia è un aggregato di cui petrolio e gas costituiscono solo una parte, quindi non bisognerebbe fossilizzarsi su di essi. Semmai, l’Europa dovrebbe fare pressioni su Washington per aumentare le sue esportazioni di gas e petrolio. Gli USA sono i primi produttori mondiali di entrambe le materie prime, ma da quando Biden è alla Casa Bianca non sono mai riusciti a garantire che la domanda mondiale fosse pareggiata dall’offerta. Ciò malgrado non manchino né le infrastrutture né la forza lavoro.