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Le parole della ministra Cartabia

Un brivido gelato corre dietro la schiena a leggere i resoconti del discorso del ministro della Giustizia Marta Cartabia alla cosiddetta “Commissione Segre“, che si occupa di “contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza”. La Cartabia annuncia fra le righe un prossimo giro di vite nei confronti della libertà d’espressione, con la scusa della “lotta all’odio”. Una scusa dai contorni franosi, incerti e, proprio per questo, pericolosissima per i diritti costituzionali degli italiani.

La Cartabia depreca i “troppo pochi processi” in Italia contro i “reati d’odio” e lancia un grido d’allarme per i ben 101 (sic!) casi di “crimini di odio” registrati nel nostro Paese, secondo “Repubblica”. Un’incidenza di uno ogni tre giorni e uno ogni seicentomila abitanti. Ma la Cartabia definisce questo un “aumento esponenziale” e “un quadro allarmante” che richiede – anche perché tanto per cambiare ce lo chiede l’Europa – una “accelerazione” del contrasto al fenomeno, soprattutto mettendo la mordacchia ai social.

Forche e doppi standard

Il ministro è preoccupato perché da noi non ci sono abbastanza condanne. In altri tempi si sarebbe parlato di discorsi “forcaioli”, ma si corre il rischio d’essere tacciati di “odio”. “Si fucila troppo poco” aveva scritto nel 1942 il generale Mario Roatta a proposito dei partigiani iugoslavi catturati dai nostri soldati. Parafrasandolo, “si condanna troppo poco” è la rampogna che la Cartabia muove a una magistratura che archivia ben l’80% delle denunce per “odio”. Ovvero, anziché rilevare che se i quattro quinti delle denunce non arrivano a giudizio evidentemente c’è un abuso della fattispecie, si depreca una sorta di “lassismo” da parte delle toghe.

Come detto all’inizio, quello del cosiddetto “odio” è un terreno scivoloso e franoso. Un terreno perfetto per creare fattispecie di reato la cui esistenza reale è negli occhi di chi giudica, più che nell’esistenza stessa del reato. Basti pensare a quanti fascicoli d’inchiesta le nostre procure hanno aperto nei confronti dei “no vax” o dei “no pass” colpevoli d’aver contestato l’azione di governo, magari (ma non sempre) anche sopra le righe, e quanti invece sono stati aperti nei confronti di chi ha parlato di “forni crematori” e “lager” per chi non si vuole vaccinare, di chi – indossando un camice – ha minacciato di abusare del proprio ruolo per fare violenza ai pazienti non vaccinati o chi ha istigato a sputare nei piatti dei non vaccinati. Zero, in questi casi. E la stessa cosa si può riscontrare in altri ambiti: l’odio è sempre libero contro i maschi, gli eterosessuali, la famiglia tradizionale, la destra, contro i regimi del passato sconfitti, contro il Cattolicesimo, mentre invece occorre immediatamente “allertare il presidio” se il medesimo “odio” viene rivolto contro le donne, gli omosessuali, le “famiglie” create a tavolino, la sinistra politica o intellettuale, i regimi presenti e tutte le altre religioni.

Va detto che la Cartabia – proprio forse per estendere parzialmente lo strapuntino dell’odio e poter ostentare un’equanimità super partes che non si riscontra nella realtà del nostro moribondo sistema giudiziario – ha citato anche un caso di un’infermiera cristiana discriminata per aver mostrato una collanina con un crocefisso. Ma la realtà è che la scusa dell’odio non si risolve in altro che un sistema per mettere a tacere una parte ben identificabile della società.

Appaltare la censura ai privati

Ma c’è di peggio. Dal discorso della Cartabia emerge l’accelerazione impressa dai poteri europei al coinvolgimento dei privati nel “contrasto all’odio”. Ossia quello di investire di un potere di censura preventiva le piattaforme online ma in generale tutti i media. Basti pensare al recentissimo caso del giornalista Tommaso Montesano, sull’orlo del licenziamento da “Libero” per aver paragonato le bare di Bergamo ai vicoli ciechi delle indagini sul caso Moro, o del dirigente sportivo Fulvio Collovati cacciato due anni fa da tutte le trasmissioni RAI per aver contestato le qualità delle calciatrici. Una censura preventiva che per le redazioni può rientrare dalla finestra sotto forma di “non conformità alla linea editoriale”, ma che per i social appare del tutto incostituzionale.

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Ma appaltare ai privati il controllo della libertà d’espressione dei loro iscritti ha un ulteriore significato: metà del discorso della Cartabia riguarda fattispecie di reato e articoli di codice penale, ossia strumenti giuridici ai quali il cittadino si sottomette in cambio della legalità costituzionale, che in particolare lo tutela come “non colpevole” fino a sentenza definitiva. Se noi appaltiamo a un privato la possibilità di discriminare un discorso in quanto “d’odio”, censurando così il suo autore e privandolo della sua proiezione in rete (oggi pressoché necessaria per esistere e lavorare), stiamo consentendo di scavalcare la Costituzione infliggendo una pena surrettizia in maniera del tutto arbitraria. Una circostanza tanto più grave se pensiamo a quanti servizi oggi esistono pressoché solo nel mondo telematico (conti correnti compresi…) e possono così essere sospesi o revocati unilateralmente a un utente sulla base di una insindacabile decisione della piattaforma.

La penalizzazione dell’odio è un colpo allo Stato di diritto

Assistiamo dunque all’ennesimo colpo inferto allo Stato di Diritto, una deriva che dura da anni ma che negli ultimi due ha assunto un’accelerazione preoccupante (questa sì, veramente preoccupante, non i 101 casi di “odio”…). Nella vita reale la nostra libertà d’espressione è soggetta all’arbitraria e capricciosa volontà di un magistrato, al quale è demandata la facoltà di scegliere se una frase costituisca “reato” oppure no, il tutto proprio mentre tante altre fattispecie di reato “ideologico” – dall’ingiuria alla bestemmia – sono state depenalizzate. L’indeterminatezza stessa del reato di “odio” rappresenta una violazione di tutti i principi giuridici alla base della certezza del diritto e della garanzia costituzionale del cittadino e dell’imputato.

Nella vita virtuale invece i nostri diritti costituzionali sono legati mani e piedi e consegnati a privati capricciosi e interessati, totalmente liberi di applicare doppi standard di giudizio a danno dei loro utenti. Un sistema tollerato dal nostro Stato nonostante la patente violazione del dettato costituzionale e che si rivela un sottile e pervasivo meccanismo di ingegneria sociale e comportamentale, con il quale lentamente si stanno abituando i cittadini-utenti a subire senza protestare.

Insaponando così abbondantemente il piano inclinato sul quale stiamo scivolando da Stato di Diritto a Stato di Arbitrio.

Emanuele Mastrangelo
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Emanuele Mastrangelo è redattore capo di "Storia in Rete" dal 2006. Cartografo storico-militare, è autore di vari libri (l'ultimo, con Enrico Petrucci, è Iconoclastia. La pazzia contagiosa della cancel culture che sta distruggendo la nostra storia) e ha curato Eroi. 22 storie dalla Grande Guerra e Terra benedetta. Storie d'Italia e di italiani.