di Aldo Giovanni Ricci

Guicciardini testimone della fine della libertà italiana

Interlocutore, reale e ideale al tempo stesso, di Niccolò Machiavelli è l’altro grande esponente della storiografia repubblicana cinquecentesca, cresciuto all’ombra della Repubblica fiorentina, cui abbiamo accennato nella prima parte di questo articolo: Francesco Guicciardini, di quattordici anni più giovane del primo, come si è detto, e costretto ad assistere, nel 1527 (a differenza di Machiavelli, morto proprio in quell’anno), al crollo di quello che restava della libertà italiana sotto i colpi delle armate di Carlo V, libere di scorazzare per la penisola fino al saccheggio di Roma, dopo la sconfitta degli Stati italiani alleati con la Francia. Questa esperienza, risparmiata al segretario fiorentino, insieme alle differenze culturali e di temperamento, contribuì a determinare le profonde divaricazioni politiche e teoriche esistenti tra i due, i quali continuarono comunque a intrattenere un costante rapporto tra loro, diretto ed epistolare, confrontando giudizi e prospettive.

Analisi contro sintesi

A differenza di Machiavelli, Guicciardini procede più per analisi che per sintesi. Il passaggio dal particolare al generale non gli è congeniale, ed egli spinge la ricerca storica fino al dettaglio per mostrare la specificità e l’imprevedibilità degli avvenimenti contingenti, e la conseguente impossibilità di ricavare dalla storia leggi generali. Da questo punto di vista un raffronto tra le Istorie fiorentine di Machiavelli (che arrivano fino alla morte di Lorenzo il Magnifico, 1492) e la Storia d’Italia del Guicciardini (che parte da quella data per arrivare al 1534) è quanto mai istruttivo.

Dove Machiavelli procede per tagli e sintesi, seguendo un preciso disegno politico, ed evidenziando il nesso tra politica interna ed estera, armi e diplomazia, Guicciardini ripercorre invece analiticamente i fatti, convinto che oltre non si possa andare. Se per Machiavelli la conoscenza storica costituisce un prerequisito (insieme all’esperienza) per cambiare e costruire, per Guicciardini essa serve invece a controllare le dinamiche in atto e adattarsi ad esse con il minor danno possibile. Quando il primo fa l’elogio dei contrasti interni come fattore di crescita degli Stati, Guicciardini rabbrividisce, con lo spettro delle guerre civili davanti agli occhi; se il segretario fiorentino mette in conto la possibilità di usare il male in politica per il bene dello Stato, Guicciardini non si discosta da una precettistica più tradizionale. Mirare a “cose grandi ed eccelse”, ostinandosi a “resistere anche alla fortuna”, per Machiavelli sarebbe stata espressione di virtù, mentre per Guicciardini è segno di follia.

La repubblica aristocratica

Da queste differenze così significative, discendono due concezioni profondamente diverse di repubblica. Nel suo Dialogo del reggimento di Firenze, che delinea in astratto il tipo di repubblica vagheggiato da Guicciardini, emerge un modello di Stato aristocratico, che affida ai complessi (e spesso paralizzanti) meccanismi costituzionali il controllo degli impulsi e delle passioni: una repubblica che si preoccupa più di difendere che di creare; di isolarsi più che di crescere; affidandosi “ai più degni”, secondo una scorciatoia intellettuale lontana ormai dalla politica.

Nella repubblica del Guicciardini non v’è più spazio per la virtù di Machiavelli, ma solo per il controllo della fortuna. Il rapporto conflittuale, ma creativo, tra ‘grandi e popolo’, delineato dal segretario fiorentino come condizione di grandezza e di libertà, diventa con Guicciardini, e poi con Giannotti, un rapporto a tre (‘grandi, mediocri e popolo’), dove per il popolo non è previsto intervento nella cosa pubblica, perché privo di interessi concreti al bene dello Stato: un popolo descritto come servile o scatenato, ma comunque sempre incapace di autogoverno. La forma del governo misto, che in Machiavelli è un punto di equilibrio dinamico, che scaturisce da un confronto tra competenze e interessi diversi, partecipazione e azione, diventa in questo caso un gioco di contrappesi, volto a frenare più che a fare, e soprattutto a escludere il popolo dalla scena politica. Dove Machiavelli vede un bacino di energie inesauribili, a cominciare dalle potenzialità di una leva di massa rispetto a un esercito mercenario, Guicciardini e quanti verranno dopo di lui vedono invece un pericoloso serbatoio di pulsioni irrazionali e incontrollabili.

Guicciardini vs Machiavelli: formalismo contro politica

Non a caso, nell’attuale ripresa della riflessione sulle implicazioni di un moderno repubblicanesimo, queste due posizioni sono state viste come espressioni in qualche modo estreme di due istanze egualmente presenti nello specifico repubblicano e ad esso essenziali. La prima, quella di Machiavelli,  è una posizione tutta politica, per cui la forma repubblicana è quella che meglio consente libertà, virtù e quindi grandezza; che vede quindi tale forma come mezzo per fare, creare, cambiare. La seconda è una posizione tutta giuridica, per cui la forma repubblicana, in una complessa costruzione di contrappesi istituzionali, è invece quella che meglio consente di controllare l’imprevedibile della storia, ed è quindi mezzo per arginare i pericoli sempre incombenti, affidando il controllo della ‘bestia umana’ esclusivamente alla catena delle leggi. Si tratta di due posizioni emblematiche del confronto dialettico tra momento politico, o di etica civile, e momento istituzionale. Se i due secoli successivi vedranno il trionfo del formalismo guicciardiniano, bisognerà attendere Rousseau e la Rivoluzione perché il primato della politica e della virtù predicato da Machiavelli, sia pure in forme e contesti del tutto diversi, possa riprendere fiato.

Morte di due grandi

La morte, l’abbiamo detto, coglie i due in situazioni politiche generali molto diverse, ma umanamente simili. Machiavelli è sostanzialmente un teorico della repubblica, anche se ha dovuto nella sua vita sostenere ora i Medici ora la repubblica con il solo scopo di dare il suo appoggio al partito al potere per garantire la libertà di Firenze. Ma ha sempre ragionato anche in una prospettiva più ampia, scrivendo e operando per le condizioni che potevano consentire il mantenimento della libertà italiana. Muore proprio nei giorni in cui le speranze di una vittoria della Lega contro la Spagna imperiale di Carlo V sono ormai cadute miseramente.

Il 16 aprile del 1527, due mesi prima di morire, dopo aver dichiarato tutto il suo affetto per Guicciardini, che si batteva come lui per un patto antispagnolo, scrive all’amico Francesco Vettori parole straziate: “Amo la patria più dell’anima”. Il 6 maggio le forze imperiali vittoriose sulla Lega davano inizio al sacco di Roma e il 17 i Medici venivano cacciati da Firenze sostituiti da governanti di estrazione savonaroliana che non avevano in simpatia il Nostro, come non ne avevano per Guicciardini, e non offrirono a nessuno dei due alcun ufficio. Il Nostro muore così circondato da pochi amici il 21 giugno “burlando” con la morte, come racconta la tradizione e come si addice alla sua natura: disperato per le sorti dell’Italia e l’ingratitudine della sua città, ma coerente con il suo spirito laico, critico e irriverente.

Anche Guicciardini muore (nel 1540), come Machiavelli, nella solitudine e nell’abbandono, deluso nelle sue aspirazioni personali da Cosimo dei Medici, tornato al potere a Firenze dopo il padre Alessandro, anche se privo ormai di illusioni sul futuro della situazione politica italiana, irrimediabilmente compromessa. Egli, infatti, a differenza del suo amico scomparso tredici anni prima, ha ormai metabolizzato la sconfitta dei suoi ideali ed è rassegnato alla crisi irreversibile in cui è precipitata l’Italia. Può solo storicizzarla nella sua opera.

Nei Ricordi esprime bene questo stato d’animo: “Tre cose desidero vedere innanzi alla mia morte, ma dubito, ancora che vivessi molto, non ne vedere alcuna: uno vivere di repubblica bene ordinata nella città nostra, Italia liberata di tutt’i barbari, e liberato il mondo di questi scellerati preti”. Sono gli stessi ideali di Machiavelli, ma entrambi avrebbero dovuto vivere molto più a lungo di quanto è dato agli umani per vederli realizzati, anche se in forme non sempre ‘commendevoli’.

Aldo Giovanni Ricci

Storico e saggista. Già docente di Storia contemporanea presso l'Università Guglielmo Marconi di Roma, è stato Sovrintendente dell'Archivio Centrale dello Stato. Membro della Pontificia Accademia di Belle Arti e Lettere, collabora a "Storia in Rete" e "Libro Aperto".