di Aldo Giovanni Ricci

Machiavelli e Guicciardini

Quattordici anni separano la nascita di due tra i più grandi storici e politologi (come diremmo oggi) italiani dell’età moderna, ma anche fiorentini fino al midollo, chiamati dai loro tempi a confrontarsi con la fine della libertà italiana e l’avvio di quel nefasto periodo di scorrerie delle maggiori potenze del tempo: Francia e Spagna, sul territorio della Penisola. E tredici anni separano la morte del più anziano dei due da quella del più giovane.

Parlo ovviamente di Niccolò Machiavelli, nato a Firenze il 3 maggio del 1469 e morto nella sua città il 21 giugno del 1527, e di Francesco Guicciardini, nato anch’egli a Firenze nel 1483 e morto in autoesilio a S.Maria in Montici, presso Arcetri nel 1540. Entrambi storici, come si è detto, ed entrambi politici attivi attraverso i diversi incarichi di rilievo (più elevati quelli del più giovane) che ebbero nel corso degli anni. Per di più legati per diversi anni da un forte rapporto di amicizia (non privo di invidie reciproche), di collaborazione e di stima, come si evince dal loro epistolario e da quanto scrivevano anche ad altri loro corrispondenti.

Con una differenza importante sul piano della produzione letteraria. Mentre Machiavelli era anche filosofo della politica, definito dalla critica dall’Ottocento in poi come il fondatore della scienza politica, ed ha una vasta produzione di commedie, racconti ecc. (si definiva “historico, comico, tragico”), Guicciardini non usci mai dal campo della storiografia, se si escludono i suoi Ricordi autobiografici, ma la sua Storia d’Italia, prima con questa impostazione, enuncia già dal titolo la prospettiva assolutamente innovativa del progetto.

Pochi anni separano i due grandi e tuttavia furono sufficienti perché, pur avendo sentimenti politici e fondamenta culturali affini, la loro produzione scientifica assumesse prospettive e caratteri molto diversi.

La politica come oggetto d’indagine scientifica

Nicolò Machiavelli è solo in parte figlio di quella storiografia umanistica repubblicaneggiante che lo ha preceduto (Matteo Palmieri, Leon Battista Alberti, Leonardo Bruni, Lorenzo Valla) : figlio solo in parte, perché nel suo caso è certamente esatta l’immagine di Louis Althusser, che parla di “solitudine di Machiavelli”. La sua posizione è infatti irriducibile, anche limitatamente alla problematica repubblicana, sia al repubblicanesimo che lo precede sia a quello che lo seguirà, o che continuerà a richiamarsi alle sue analisi fino ai giorni nostri, in particolare sull’onda del ritorno di fortuna di questa posizione nella politologia anglosassone.

Il primo e fondamentale dei suoi tanti elementi di originalità è infatti esterno alla dimensione strettamente istituzionale, anche se implica la messa a fuoco di una lunga serie di fattori nuovi, che si riveleranno essenziali per le successive teorizzazioni proprio della forma repubblicana di governo. Questo elemento di originalità che impone ancora, a cinque secoli di distanza, un dialogo con le sue posizioni è naturalmente ben noto: aver isolato l’oggetto di una nuova scienza, la politica, emancipata da considerazioni ad essa estranee (religiose, morali, filosofiche ecc.), mettendone a punto gli specifici strumenti d’indagine. “Egli inventa il telescopio politico prima che Galilei inventi il cannocchiale celeste”, scrive nel 1927 Giuseppe Prezzolini.

Con la semplicità e la nettezza che caratterizzano tutto il suo procedere analitico, egli scioglie gordianamente, fin dal secondo capitolo dei Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, il dualismo semantico del termine res publica, mettendone in primo piano la valenza istituzionale e affermando che le città, gli Stati, oggetto centrale del suo interesse, possono essere ordinati “o come repubbliche o come principati”. Ma da questa affermazione, che resterà pressoché inutilizzata per oltre due secoli, non discende un interesse esclusivo per la prima forma istituzionale rispetto alla seconda, anche se a quella, come vedremo, andavano certamente le sue preferenze. Né, come è stato ampiamente dimostrato dalla critica, si può contrapporre un Machiavelli repubblicano dei Discorsi a un Machiavelli monarchico del Principe.

La continuità d’indagine tra Discorsi e Principe

Le due opere furono composte, come è noto, l’una a ridosso dall’altra, tra il 1513 e il ’19. Il loro oggetto è in realtà sempre lo stesso, sia pure da prospettive diverse, la vita dello Stato e le leggi che la governano: nel Principe indagato attraverso la figura del suo reggitore e dei princìpi che lo devono ispirare, quindi con una lente rivolta a scandagliare il punto focale del potere esecutivo; nei Discorsi indagato in una prospettiva più ampia, che si estende al ruolo della partecipazione popolare, e quindi delle leggi, della religione, dell’educazione, analizzato attraverso l’esame delle vicende della Repubblica romana, così come vengono narrate da Livio. Due prospettive diverse per un unico oggetto, o meglio per un oggetto che, sia nella forma del principato sia in quella della repubblica, ha comunque un insieme di leggi comuni che ne governano la vita, anche se, nell’uno o nell’altro caso, l’accento si trova a cadere su alcune piuttosto che su altre.

La conoscenza storica, la lezione degli antichi, insieme alla personale e diretta “esperienza delle cose moderne”, acquisita dallo stesso Machiavelli negli anni passati nella Cancelleria fiorentina, costituiscono i due pilastri su cui si fonda la sua analisi delle leggi politiche: leggi che vengono messe a punto per via induttiva nei Discorsi, attraverso gli esempi della Roma repubblicana, e per via deduttiva nel Principe. Nella sua riflessione sulle leggi che governano le vicende umane sulla scena della storia, nessuno come Machiavelli ha messo in evidenza con tanta lucidità la tensione tra l’elemento naturalistico e spesso imprevedibile (il concetto enigmatico di fortuna, cui egli fa costantemente riferimento nelle sue ricostruzioni storiche) e l’elemento attivo, volontario, che dipende dalla capacità di conoscere e operare con costanza e prudenza per il bene della cosa pubblica (il concetto laico, disincantato e pessimistico, ma non per questo meno appassionato, di virtù, politica, militare, ed altro ancora). Ed è questo secondo fattore, che il nuovo politico delineato dal segretario fiorentino può coltivare, alimentandone la crescita nell’organismo statale in cui si trova a operare.

L’interesse comune prima di quello particolare

Machiavelli, come s’è detto, non prende sempre e apertamente partito per una specifica forma di governo (repubblica o principato), perché pensa che la prevalenza dell’una o dell’altra dipenda da circostanze spesso contingenti, e che entrambi i governi possano concorrere al rafforzamento dello Stato. Questa sua sostanziale disponibilità, quasi un primum vivere politico, trova conferma indiretta nelle stesse dinamiche della sua vicenda personale, e in particolare nel suo tentativo di mettere a disposizione di Firenze la sua esperienza della cosa pubblica a prescindere dall’alternarsi al potere dei Medici o degli esponenti repubblicani.

LEGGI ANCHE  C'è un giudice a Berlino. E dice che i DPCM erano illegittimi

Ma la sua concezione del ‘lavoro politico come professione’, che metteva in primo piano l’interesse dello Stato rispetto a quello delle diverse parti politiche, era troppo in contrasto con le posizioni e le passioni partigiane dei suoi contemporanei, che lo considerarono da entrambi i fronti con diffidenza, se non addirittura con ostilità, e lo costrinsero quindi a passare gran parte della sua vita lontano dalla scena politica attiva, sulla quale soltanto egli riteneva possibile coltivare quella virtù civile che costituiva ai suoi occhi la massima espressione dell’uomo istruito dalla storia e dall’ esperienza.

La preferenza per la repubblica

E tuttavia, pur non teorizzando esplicitamente un primato esclusivo della repubblica, perché per sua stessa dichiarazione non voleva proporre forme ideali di governo, egli lo fa indirettamente, fornendo una serie di argomenti formidabili a sua difesa, che il pensiero politico successivo riprenderà a piene mani, anche se il suo realismo pessimistico non renderà quasi mai agevole, né ai suoi critici né a quanti si ispirarono alle sue posizioni, un confronto organico con il suo pensiero.

L’oggetto stesso dei Discorsi, la Roma repubblicana, è il primo vero e maggiore attestato in questo senso, perché è proprio quella Roma, secondo Machiavelli, che ha saputo conservare la sua libertà e rafforzarla fino a dominare il mondo. A questo risultato hanno concorso vari fattori. Anzitutto la libertà che caratterizzava il suo governo, perché le città crescono solo “mentre sono state in libertà”; poi la presenza di più forze sociali, in particolare Senato e plebe, in perenne e fecondo contrasto tra loro, ma non al punto che l’una arrivasse a schiacciare l’altra, ben consapevoli, secondo l’apologo di Agrippa, della reciproca indispensabilità. Libertà e contrasti interni, entro i limiti delle leggi, costituiscono quindi per Machiavelli gli elementi essenziali per lo sviluppo della vita politica e quindi per la grandezza dello Stato: e questi elementi, per sua esplicita affermazione, crescono più facilmente in una repubblica che in un principato.

La virtù civile della “moltitudine”

Quella Roma repubblicana, esaltata da Machiavelli nei Discorsi, era anche fortemente sostenuta nella sua coesione dal sentimento religioso, dall’educazione e dalle leggi che le assicuravano la libertà: tutti elementi che concorrevano ad alimentare lo sviluppo e il rafforzamento di quella particolare virtù civile che il segretario fiorentino ha mostrato essere la base essenziale della grandezza, per la parte almeno affidata all’iniziativa consapevole della politica. Mentre nel Principe la virtù viene vista all’opera nell’azione del capo politico, e sembra quasi suo appannaggio esclusivo, nei Discorsi, e quindi nella repubblica, essa diventa condizione di massa, coltivata attraverso la partecipazione popolare al processo decisionale, e la conseguente condivisione delle leggi, la leva di massa dei cittadini in armi, la fede religiosa e le pubbliche cerimonie: insomma un complesso di requisiti che potremmo definire ‘autogoverno’ e che rendono la virtù civile patrimonio generalizzato della repubblica. È questa, a suo giudizio, la situazione più favorevole al progresso dello Stato, perché “la moltitudine”, osserva Machiavelli con uno di quegli incisi ai quali spesso affida conclusioni di ampio respiro, “è sempre più savia e più costante che uno principe”.

Naturalmente, anche su questo concetto di ‘moltitudine’ ci sarebbe molto da dire. Machiavelli non è certo un egualitario e non ha, e soprattutto non vuole avere, illusioni sulla natura umana; ne ha scandagliato viltà, passioni, vizi e insaziabilità, ma è egualmente convinto che una forma di governo misto, in cui partecipazione popolare, élite politica e forza decisionale trovino un punto di equilibrio, sia comunque la soluzione più efficace per il bene dello Stato. “Non il bene particolare, ma il bene comune fa grandi le città”, scrive nei Discorsi, “e questo bene comune non è osservato se non nelle repubbliche”. Un forte signore potrà svolgere un ruolo decisivo dopo un periodo di decadenza, quale si presentava la situazione al momento del Principe, ma occorrerà poi trovare un diverso punto di equilibrio, con una più ampia partecipazione al “bene comune”, che rappresenta la condizione più favorevole per perseguire la grandezza degli Stati.

Una visione disincantata ma appassionata

Libertà, virtù, cittadinanza, grandezza formano quindi gli anelli di una catena politica al cui termine non v’è una vita idilliaca, buona e felice, e uno Stato perfetto – come avevano prospettato, ma soprattutto continueranno a teorizzare, molti costruttori di ‘repubbliche immaginarie’ – ma una grandezza e un bene provvisori e contingenti, precari e sempre sottoposti agli imprevisti della fortuna, come lo stesso Machiavelli ben sapeva: insomma il male minore, rispetto alle catastrofi sempre in agguato, nelle condizioni umane messe per la prima volta a fuoco dalla sua visione realisticamente pessimista circa la natura dell’uomo e i frutti che essa può dare, sia individualmente sia collettivamente.

E tuttavia si tratta di un male minore carico di una sua indiscutibile e tragica grandezza, al quale il politico, costretto all’esilio in patria, sa conferire, nell’appello finale del Principe, toni di eccezionale passione, la cui eco lascerà un segno indelebile. Quando Machiavelli chiude infatti il Principe con i versi del Petrarca nella canzone Italia mia (“Virtù contro a furore / Prenderà l’armi, e fia il combatter corto; / Ché l’antico valore / nelli italici cor non è ancor morto”), pur con tutti i condizionali storici che vanno messi per contestualizzare il suo appello contro i “barbari”, egli lascia in eredità non solo ai futuri patrioti dell’Italia, ma, più in generale, ai patrioti della repubblica, il più disincantato e al tempo stesso appassionato elogio della virtù civile e del suo rapporto con la forma di governo repubblicana, che acquista una valenza etica sulla cui natura e portata la critica continua ancora a interrogarsi.

+ post

Storico e saggista. Già docente di Storia contemporanea presso l'Università Guglielmo Marconi di Roma, è stato Sovrintendente dell'Archivio Centrale dello Stato. Membro della Pontificia Accademia di Belle Arti e Lettere, collabora a "Storia in Rete" e "Libro Aperto".