di Luca Ruggeri

Il mercato finanziario cinese da tempo è al centro dell’attenzione dei grandi players finanziari. Le motivazioni di tale interesse sono facilmente intuibili: la crescita dell’economia cinese (ed in generale dell’Asia) è stata impetuosa e molte previsioni vedono nei prossimi anni la Cina quale prima economia mondiale seguita, nelle principali posizioni della graduatoria, oltre che dagli USA, da India, Giappone e Indonesia.

La rapida crescita economica cinese non poteva non riflettersi sul mercato finanziario nazionale. Il principale indice azionario che ha per oggetto i paesi emergenti (MSCI Emerging Market) ha visto, nel 2018, l’ingresso delle azioni cinesi quotate a Hong Kong e quindi delle azioni di classe A quotate sulle piazze di Shanghai e Shenzen. L’azionario cinese costituisce oggi oltre il 43% dell’indice MSCI EM. Allo stesso modo i titoli tecnologici cinesi hanno un rilevante peso nell’indice mondiale “MSCI ACWI (All Country World Index) ESG Leaders Index”; tali indici sono di grande importanza perché costituiscono i parametri sui quali gli investitori istituzionali (ad esempio i fondi pensione) costruiscono il proprio portafoglio.

Alla stessa stregua anche l’obbligazionario asiatico ha registrato una significativa crescita e nel 2018 il mercato obbligazionario onshore cinese è diventato il secondo mercato obbligazionario mondiale per dimensioni, dopo quello statunitense, con un importo di circa 18 trilioni di dollari statunitensi; all’ampliamento di quel mercato significativamente hanno contribuito gli afflussi di capitale esteri pari, nel 2020, a circa 155 miliardi di dollari statunitensi.

Non stupisce quindi che la Cina venga vista come una interessante opportunità di investimento. Tutto bene quindi? Non esattamente.

Il mercato obbligazionario ha manifestato segni di tensione in particolar modo con riferimento al settore immobiliare, che presentava uno dei trend di crescita più vivaci. Due casi sono paradigmatici: la crisi del conglomerato finanziario “Huarog”, specializzato nei crediti problematici, salvato quest’anno, dopo lunghe esitazioni, da un intervento pubblico incentrato sul gruppo CITIC. Tuttora in corso la saga di “Evergrande”, uno dei più importanti gruppi immobiliari cinesi, le cui azioni sono state sospese dalla contrattazione mentre queste note vengono scritte e le cui obbligazioni vengono prezzate al 30/40% del loro valore nominale. La vicenda va seguita in quanto le autorità, nonostante l’assoluta rilevanza del soggetto e l’enorme indebitamento, non hanno optato per l’intervento pubblico ma per lo spezzatino del gruppo, strategia che sembra non aver convinto il mercato ed i creditori.

Ma è il mercato azionario che costituisce la maggiore fonte di riflessioni circa il ruolo dello Stato e del partito nell’economia cinese, con i conseguenti riflessi negativi per gli investitori esteri.

Nel novembre 2020 le autorità cinesi hanno infatti bloccato l’offerta pubblica di “Ant Group”, braccio finanziario del gruppo “Alibaba” che fa capo al magnate Jack Ma. Quello che, inizialmente, appariva come un poco comprensibile caso isolato è stato poi seguito da una serie di iniziative volte a porre sotto tutela pubblica i grandi operatori tecnologici nazionali, sminuendo il ruolo dei super-ricchi consentendo inoltre all’apparato pubblico di disporre dell’enorme massa di dati raccolti dalle società tech. L’indice “Hang Seng”, costituito dai principali titoli azionari tecnologici cinesi, ha infatti perso, rispetto ai massimi di febbraio, circa il 15%.

Sono poi eseguite altre iniziative di stampo prettamente dirigistico quale l’imporre alle società di e-learning una natura no-profit in quanto accusate di contribuire, con i loro elevati costi, alla denatalità cinese; l’intervento ha pressoché distrutto il valore azionario di un settore reputato assai promettente e nel quale si è investito molto anche da parte di soggetti esteri.

Questi eventi vanno inseriti in un quadro di scontro finanziario tra USA e Cina, con i primi intenti a porre limiti alle quotazioni di aziende cinesi negli USA mentre la Cina ha recentemente annunciato una nuova normativa volta ad evitare l’utilizzo di particolari entità giuridiche per raccogliere capitali all’estero.

Una conferma delle perplessità e preoccupazioni sorte dopo questi fatti è plasticamente rappresentata dall’articolo, a firma del noto finanziere Soros, sul “Financial Times” del 30 agosto. L’autore, senza molti giri di parole, afferma che la leadership cinese non comprende come opera il mercato (“Xi does not understand how markets operate”), anzi che pare intenderlo solo come uno strumento per rafforzare il potere del partito (“Xi regards all Chinese companies as instruments of a one-party state”). Soros propone quindi agli USA di varare un provvedimento legislativo bipartisan che consenta agli asset manager statunitensi di investire solo in società cinesi la cui governance sia rispettosa degli investitori (sapendo perfettamente che ciò, di fatto, escluderebbe la pressoché totalità delle società cinesi, certamente le più grandi).

In un successivo articolo sul “Wall Street Journal” del 6 settembre ripete i medesimi concetti e stigmatizza duramente la volontà di “BlackRock”, uno dei più grandi operatori finanziari mondiali, di rafforzare la propria presenza in Cina; Soros si spinge ad affermare che l’attività di “BlackRock” metterebbe in pericolo gli interessi di sicurezza nazionale degli Stati Uniti ed in generale delle democrazie, ripetendo che il Congresso USA dovrebbe approvare una legislazione che autorizzi la SEC (Securities and Exchange Commission), l’autorità di vigilanza finanziaria statunitense, a limitare il flusso di capitali verso la Cina.

Soros certamente rappresenta una figura controversa, ma le sue osservazioni mettono in luce le contraddizioni cinesi ed in particolare il conflitto tra una visione del potere pubblico con forti venature autoritarie e la volontà di far crescere l’economia avvantaggiandosi dei capitali canalizzati dai grandi operatori finanziari occidentali; in un quadro di aspra competizione USA/Cina il tema andrebbe approfondito con attenzione non solo sotto il profilo finanziario ma, soprattutto, geopolitico.

Luca Ruggeri

Luca Ruggeri, laureato in Economia, ha lavorato per oltre venti anni presso una grande banca italiana ed attualmente svolge la propria attività quale direttore generale presso un investitore istituzionale.