di Alfonso Piscitelli

Secondo una concezione ciclica della storia gli imperi si affermano e decadono seguendo fasi comparabili. L’impero per eccellenza della storia, quello romano, viene spesso utilizzato come termine di paragone e oggi alcuni “aruspici”, con questo esercizio suggestivo, vorrebbero interpretare le sorti dell’impero attualmente dominante, quello americano.

In base a una interpretazione abbastanza ricorrente (ripresa anche da Lucio Caracciolo nel numero di “Limes” L’America nella tempesta) la “età augustea” degli Stati Uniti sarebbe stata quella di Yalta, con la vittoria della Seconda Guerra Mondiale e la creazione di una confederazione occidentale negli anni della Guerra Fredda. Il 1992, con la fine dell’URSS, avrebbe rappresentato lo “zenit giulio-claudio”, ovvero la fase di massima potenza a cui sarebbe seguita un’epoca di imprudenza nella gestione di quella egemonia mondiale, con l’estremismo dei consiglieri politici neo-cons.

Un altro studioso come Mark Schiffman, in Roman Parallels: Plutarch and the Trump Election, propone una comparazione cronologica diversa, paragonando le guerre puniche alle due guerre mondiali del Novecento, il rapporto tra Roma e i Soci italici alla relazione stabilita tra gli USA e gli alleati NATO. Come conseguenza ne deriva un paragone lusinghiero tra il populista Donald Trump e il tribuno – in lotta contro i grandi poteri economici dell’epoca – Tiberio Gracco.

I Populares al tempo di Roma difendevano gli interessi di quelli che, con un linguaggio moderno, possono essere definitivi i ceti medi produttivi messi a rischio dalla proto-globalizzazione imperiale dell’epoca. I capi populares da un lato erano destinati a guadagnare sempre più ampi consensi rispetto ai poteri forti della Nobilitas, dall’altra finivano inevitabilmente abbattuti (i fratelli Gracchi, Mario, Catilina, Cesare…). Nel 2017, un anno dopo la vittoria di Trump contro la matrona del “senato” finanziario del nostro tempo Hillary, un gruppo di attori liberal in un teatro di New York rappresentava, tra applausi e risate, il “tirannicidio” del presidente populista, pugnalato nella finzione scenica da “donne e minoranze” …

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Va detto che queste reminiscenze classiche così crudamente rievocate sono comunque più intriganti del “ground zero” della barbarie terrorista nei confronti delle origini classiche della civiltà occidentale.

Ha collaborato ai quotidiani "L'Indipendente" e "Liberal", è stato autore della trasmissione "L'Argonauta" di Rai Radio Uno, è opinionista de "La Verità", "Il Borghese", "Primato Nazionale". Tenente in congedo dell'E.I.