di Davide Lanfranco

Se qualche sconsiderato non lo sapesse, nelle giornate del 20 e 21 settembre si è tenuto un fondamentale (è ironico) turno di elezioni amministrative congiunto ad un altrettanto fondamentale (ironico ancor di più) Referendum sul “Taglio del numero dei Parlamentari”. I risultati sono ormai noti ed acclarati. Sul versante della consultazione referendaria si registra la schiacciante e sorprendente (super ironico) vittoria del SI, che aprirà una mirabolante stagione di riforme (ironicissimo). Dall’altro lato, quello delle elezioni amministrative, spettacolare pareggio tra le parti in causa (tre Regioni a tre tra Destra e Sinistra, dimenticando la Valle D’Aosta che siccome è piccola non si conta).

La domanda, come diceva in tempo di notte il buon Marzullo, nasce spontanea: chi ha vinto? Come nella miglior tradizione italica, hanno vinto tutti.

Ha vinto il Movimento 5 Stelle perché il Referendum lo hanno proposto loro e la battaglia sul taglio della rappresentanza parlamentare (in quanto costo e spreco tout court) è una di quelle che li ha generati dalle fauci del Grillo Parlante. Certo, poi contestualmente i loro voti nelle elezioni Regionali si sono ridotti ad un quarto rispetto al 2018 ed i loro elettori hanno scelto a destra e sinistra i nuovi loro campioni anti-casta (boh). Ma che importa? Culturalmente hanno imposto la loro agenda (vero) e gli basta. Però uno ora si aspetterebbe che i grillini si dimettessero da Camera e Senato, per vedere realizzata la loro opera con bel parlamento “più snello e meno costoso” ma credo questo non avverrà. Devono ora abbassarsi gli stipendi, oh!

Ha vinto il PD, che ha “vinto” un Referendum voluto da altri su una proposta verso la quale in Parlamento lo stesso PD ha votato tre volte contro (sì, ma una volta Nilde Jotti disse che si doveva fare il taglio eh?). Ha vinto Zingaretti perché ha pareggiato con il feroce Salvini. Certo, poi i Democratici hanno perso un’altra Regione che governavano da anni, le Marche (ora il centrodestra ne governa quindici su venti di Regioni) e devono il loro successo nel Mezzogiorno a due Signorotti locali quali De Luca ed Emiliano che hanno stravinto incamerando pezzi di destra (ed usando toni di destra) e che, da buone prime donne, chissà se accetteranno di accontentarsi del solo ruolo “locale”. Ma Zingaretti per ora è eroe di tutti, perché ha fermato la “pericolosa e fascistissima” Ceccardi che tentava di espugnare il fortino rosso toscano.

Poi hanno vinto gli italiani che si sono presi la bella soddisfazione di tagliare quei rappresentanti che loro stessi non sono stati in grado di scegliere bene in questi anni. Così ora gli italiani potranno sceglierne un po’ meno, ma sempre male, di loro rappresentanti e qualche podestà gli imporrà dei “pessimi” tecnici o dei mediocri nominati al posto dei parlamentari tagliati (fidatevi, già successo con le Provincie). Ma almeno c’è da dire che da ora potremo dare più facilmente la colpa ad altri delle cose che non vanno, mentre minacciamo rivoluzioni che non faremo mai.

Al di là dell’ironia, domenica scorsa uno ha vinto ed uno ha perso di sicuro.

Il vincitore è Giuseppe Conte, uno che due anni fa era uno sconosciuto professore universitario e che probabilmente diventerà uno dei più longevi Presidenti del Consiglio della storia italiana. Uomo opportunista e politico senza legittimazione elettorale diretta. Uno che non ha dimostrato, in questi mesi, grandi conoscenze della realtà internazionale ed economica, mentre ha dimostrato ampiamente di avere una visione della politica puramente propagandistica ed una modalità d’azione particolarmente spregiudicata.

Attenzione però a considerarlo un’anomalia, perché la sua figura non è estranea alla storia nazionale, in quanto perfettamente in linea con una certa tradizione italica che va da Facta a Bonomi; quella che ha sfornato politici senza convinzioni ideologiche né particolari capacità, se non quella di resistere pervicacemente a qualsiasi mutamento e rimanere incollati alla poltrona.

Il perdente invece sono a prescindere solo io, che credo ancora in un sistema forse morente (senza tra l’altro averci mai guadagnato nulla); però essendo diventato un conservatore non me ne dolgo troppo, avendo ormai poca fiducia nell’umanità. Sai che dramma se fossi stato pure progressista?

Davide Lanfranco

Laureato in Sociologia (Università La Sapienza di Roma) con Master in Economia e Finanza degli Intermediari Finanziari (Università LUISS). Da vent’anni lavora per lo Stato Italiano nel settore delle Forze di Polizia.