di Davide Lanfranco

Il “faber” di cui si sono perse le tracce non è Fabrizio De Andrè, inteso nel senso del soprannome per lui coniato da Palo Villaggio (secondo l’aneddotica il soprannome deriverebbe dal fatto che il cantautore ligure sarebbe stato un grande amante dei pastelli e delle matite di marca Faber-Castell). Il “faber” in parola è invece l’homo faber dell’allocuzione latina homo faber fortunae suae; l’essere umano artefice della sua fortuna ma anche la creatura capace di esprimere al meglio le proprie capacità nel fabbricare e costruire, riuscendo così a trasformare la realtà che la circonda. L’uomo che, quando è in difficoltà, non aspetta che gli arrivi la grazia divina o che il Leviatano Stato gli getti quattrini dall’alto. L’essere vivente che ama costruire perché è orgoglioso del proprio lavoro e vuole realizzare in vita qualcosa di bello e duraturo. L’uomo che ha fiducia in se stesso e nelle proprie forze, non nel generico “progresso umano”. L’uomo forte delle proprie origini e pronto a tramandarle con la propria opera ai posteri.

Esiste ancora in Occidente? In Europa? In Italia? Il dubbio è che non esista più o, se anche esistesse, se la passerebbe oggi malissimo. Umiliato da masse di individui che sognano solo redditi di cittadinanza o sussistenza e pretendono il diritto di vivere alle spalle degli altri. Tutte cose che il nostro eroe, per se stesso, non potrebbe mai accettare perché proverebbe vergogna a campare sulle spalle della comunità e vivrebbe la concessione del sussidio come un’immeritata ed umiliante elemosina.

L’homo faber, se ci fosse ancora, sentendo dire da quelli bravi e dai colti che la meritocrazia è ingiusta e discriminatrice probabilmente non capirebbe il concetto, perché per lui sarebbe normale e doveroso essere premiati quando si lavora meglio o si studia di più degli altri. L’homo faber sarebbe contento delle sue piazze, dei suoi monumenti e pure delle sue chiese (anche se non credesse nel Dio di quelle Chiese) perché le considererebbe parti fondamentali della propria identità. L’homo faber non capirebbe perché qualcuno può violare regole, distruggere, vandalizzare tutto quello che gli capita a tiro, in quanto vittima a prescindere di qualche torto subito da un suo non meglio specificato avo.

Giovanni Battista Andriollo

Più di mille parole però sono gli esempi che descrivono i concetti, soprattutto se si devono delineare i tipi umani. Nel caso dell’homo faber l’esempio perfetto potrebbe essere uno sconosciuto signore, classe 1912, morto nel 1979 per un incidente stradale. Un signore di nome Andriollo Giovanni Battista che faceva il “coltivatore diretto” nelle terre strappate alla palude dell’agro pontino grazie alla bonifica realizzata a cavallo degli anni Venti e Trenta del secolo scorso. Andriollo Giovanni Battista era uno dei veneti (precisamente nato a Romano D’Ezzellino in provincia di Vicenza) arrivati in quel periodo dalle zone del nordest d’Italia, allora poverissimo, a crearsi un futuro a forza di aratro e sudore, in una delle città di fondazione, Littoria: l’attuale Latina ,che poi sarebbe diventata il capoluogo della provincia battendo Sabaudia, altra città di fondazione dedicata nel nome ai regnanti piemontesi (a Sabaudia non è stato mai imposto di cambiar nome, a Littoria si; meraviglie della Repubblica).

La famiglia Andriollo si posizionò a Borgo Sabotino, vicino al litorale, dove la terra carezzata dalla brezza marina restituisce profumatissime angurie e dolci pomodori. Il nucleo centrale della fu Littoria, progettato dall’architetto Oriolo Frezzotti per conto dell’Opera Nazionale Combattenti, è circondato da tutta una serie di borghi che portano i nomi delle battaglie della Grande Guerra e che, più che propaggini esterne della città, sono, in realtà, delle piccole comunità, quasi dei paesi, molto orgogliosi della propria storia ed unicità.

Il buon contadino Andriollo, diventato nel tempo anche piccolo imprenditore edile, da grande appassionato di calcio e uomo di comunità, si fece nominare negli anni Sessanta Presidente dell’A.S. Sabotino. Un bel giorno decise che non era più il caso che il proprio borgo/paese vedesse la squadra di casa, diventata molto competitiva, giocare ignominiosamente su un “campaccio di fango e sabbia” (ma ti te par giusto che proprio noi altri quando che xoghemo in casa ghavemo da far brutta figura co quei mastegabrodo del Carso?). Così, in poche settimane, tirò su, da un terreno incolto, il nuovo campo di calcio dell’A.S. Sabotino con tanto di spalti e spogliatoi. Ce lo si potrebbe immaginare zappa in spalla come uno degli operai-contadini dei quadri di Duilio Cambellotti esposti nella sede della Prefettura di Latina (non è stato così, erano già tempi moderni ed i mezzi meccanici Andriollo li aveva e li utilizzò). Un campo di calcio che oggi porta il suo nome e sul quale combattono, contro l’Hermada o l’Aurora Vodice, i nero-verdi dell’Atletico Sabotino. Chiaramente tutto fatto senza chiedere un lira (allora non vi era l’ineffabile euro) o pretendere nulla dalle istituzioni, ma solo per il piacere e l’orgoglio di rendere più bello il posto in cui viveva. Un perfetto homo faber. Ve lo immaginate oggi un uomo cosi? Ammesso che ci sia, cosa gli succederebbe? Si può facilmente ipotizzare.

Il Giovanni Battista di oggi, stanco di portare il figlio a giocare a calcio a Borgo Podgora, decide di costruire un campo di calcio su una porzione di terreno (magari pure di sua proprietà) per donarlo poi alla comunità ed alla squadra locale. Primo giorno di lavoro: arriva la polizia locale avvertita da un “indivanato” percettore del reddito di cittadinanza che vede disturbata la siesta pomeridiana dal rumore dell’escavatore meccanico. Risultato? Lavori bloccati e sanzione amministrativa sul posto. Secondo giorno: arrivano i controllori anti-covid perché il buon contadino-presidente non ha la “mascherina” (cosa abbastanza normale se sei a lavoro col solleone) e sta troppo vicino al suo operaio (fare lavori edili a distanza non è molto agevole). Risultato? Lavori bloccati e segnalazione alla Procura Ordinaria ed all’ASL di competenza. Terzo giorno: arrivano gli Ispettori del Lavoro e l’Agenzia delle Entrate allertate dal vicino di casa, indignato (o solo geloso?) perché pensa che quello stia lavorando in nero. Risultato? Verbale di contestazione e ci si rivede in Commissione Tributaria. Sui social network nel frattempo si scatena la solita canea delle anime belle perché Giovanni Battista non ha seguito le regole e perché non ha realizzato un progetto condiviso, chiedendo i permessi ed il contributo culturale alle associazioni del circondario, in rappresentanza di tutte le possibili componenti della società civile.

Il quarto giorno lo sai che fa il Giovanni Battista di oggi? Molla tutto e torna a casa imprecando in veneto (xe tutti mona), poi si scola due bottiglie di merlot (anzi un vino locale, nero buono di Cori) capendoci nulla o poco del mondo che gli gira intorno.

Certo volte, potendo, verrebbe voglia di riportare in vita uno di questi homines fabri che non si trovano più e tanto servirebbero a questo Paese adesso, ma forse loro non ne sarebbero molto felici.

Davide Lanfranco

Laureato in Sociologia (Università La Sapienza di Roma) con Master in Economia e Finanza degli Intermediari Finanziari (Università LUISS). Da vent’anni lavora per lo Stato Italiano nel settore delle Forze di Polizia.