Lo scorso 22 dicembre Donald Trump in una conferenza stampa nel residence di Mar-a-Lago ha fatto uno dei tanti annunci inaspettati della sua già eclettica presidenza: la US Navy si doterà della classe di navi da battaglia Trump. Nel più ampio programma per rivitalizzare la Marina degli Stati Uniti denominato Golden Fleet il fiore all’occhiello sarebbe rappresentato – nientemeno – che da una nuova classe di navi da battaglia lanciamissili, guided-missile battleship, intitolata a lui medesimo.

Ad affiancarlo nell’annuncio il segretario alla Guerra Peter Hegseth, il segretario di Stato Marco Rubio e il segretario alla Marina John Phelan. Sebbene la prima unità della classeTrump, la USS Defiant (BBG-1) sia ancora lontana dalla realtà la US Navy ha subito realizzato un sito ad hoc, per presentare il piano di Trump e le sue “corazzate”.

Il ritorno delle navi da battaglia

Nelle intenzioni di Trump sarebbe il ritorno delle corazzate, o navi da battaglia, che dalla fine del XIX secolo fino alla Seconda guerra mondiale avevano rappresentato il non plus ultra della capacità di proiezione di potenza di uno Stato, per essere poi soppiantate dalle portaerei.

Quello delle corazzate è  un vecchio pallino di Trump: nel settembre 2015, ancora candidato per quella che sarebbe diventata la sua prima presidenza, in un discorso dalla nave da battaglia USS Iowa (BB-61), decommissionata nel 1990 e musealizzata nel 1998, aveva ipotizzato un suo ritorno in servizio.

La dichiarazione di Trump di settembre

Poi Trump era tornato sull’argomento lo scorso settembre al meeting per gli alti ufficiali delle Forze Armate statunitensi organizzato con poco preavviso da Hegseth a Quantico. In quel frangente Trump aveva dichiarato il ritorno di corazze e proiettili, dopo l’era delle navi in alluminio e dei missili:

«Penso che forse dovremmo iniziare a pensare alle navi da guerra. Alcuni direbbero: “No, è una tecnologia obsoleta”. Non saprei. Non credo che sia una tecnologia obsoleta quando si guardano quei cannoni. È qualcosa che stiamo effettivamente prendendo in considerazione: il concetto di nave da battaglia, fantastica, con fiancate da sei pollici [152 mm. NdR], in solido acciaio. Non in alluminio, che si scioglie: se vede un missile in arrivo, inizia a sciogliersi quando il missile è a circa due miglia di distanza. Ora quelle navi non vengono più costruite in quel modo, ma guardatela. Al Segretario Phelan piace e io sono piuttosto aperto all’idea. E i proiettili sono molto meno costosi dei missili.
Come dovrebbe apparire la USS Defiant, capofila della “classe Trump” secondo gli artisti del Comando Sistemi Navali statunitense

Nel solco di Teddy Roosevelt e Ronald Reagan

Un annuncio quello di Trump che simbolicamente vuole richiamare due grandi presidenti repubblicani: Teddy Roosevelt e Ronald Reagan. La Golden Fleet di Trump si ricollega alla Great White Fleet: le 16 navi da battaglia statunitensi (dagli scafi verniciati di bianco) che effettuarono un giro del mondo tra il 1907 e il 1909 per promuovere il ruolo globale degli Stati Uniti simbolo della politica di Roosevelt.

Mentre Reagan lanciò la 600-ship Navy. Ovvero puntare a restituire alla US Navy quel ruolo di deterrenza e proiezione che si era andato impoverendo dopo la guerra del Vietnam. Il piano di Reagan verteva sul mantenere in servizio le navi più a lungo e velocizzare la produzione delle nuove portaerei classe Nimitz e dei sottomarini classe Los Angeles. Ma il biglietto da visita del programma 600-ship Navy fu proprio la riattivazione delle quattro navi da battaglia classe Iowa. Le ultime corazzate in servizio che, poste in riserva – “in naftalina” – alla fine della Seconda guerra mondiale, erano ricomparse brevemente sui mari durante la guerra di Corea e del Vietnam.

La Trump battleship

Per ora della classe Trump c’è solo l’annuncio e il minisito della US Navy con delle specifiche di massima. L’annuncio di Trump arriva in un frangente in cui sono evidenti i limiti di capacità della cantieristica militare a stelle e strisce che stanno causando ritardi su gran parte dei programmi navale in essere.

Elemento che fa dubitare della fattibilità di un progetto come la classe Trump. E allo stesso tempo la futura USS Defiant (BBG-1) per quanto sulla carta appaia ben dotata e con una combinazione di armamento interessante,  in relazione alle dimensioni (almeno 35.000 tonnellate e 260 metri di lunghezza) l’arsenale di bordo potrebbe risultare quasi sottodimensionato.

Senza dimenticare il fatto che la mix di armamenti della Trump prevede di mettere in linea sistemi che gli Stati Uniti sembravano aver accantonato (i railgun, ovvero cannoni ad accelerazione elettromagnetica) o su cui sono ancora lontani dalla piena operatività (come i missili ipersonici e laser pesanti).

Breve storia della corazzata

Ma prima di arrivare alla classe Trump è necessario fare un passo indietro, e raccontare come queste unità navali un tempo centrali siano scomparse dai mari. E come la Marina degli Stati Uniti ritirò la sua ultima battleship solo nel 1992, forse più per caso e scelte di immagine, che per vera deterrenza strategica, quando l’era delle corazzate era finita da mezzo secolo.

La corazzata come la si intende nel XX Secolo nasce con la HMS Dreadnought, la prima nave da battaglia monocalibro a entrare in servizio con la Royal Navy britannica nel 1906. Monocalibro perché l’armamento principale era tutto costituito da cannoni dello stesso calibro: nel caso della Dreadnought dieci cannoni da 305 mm in cinque torri binate.

Prima della Dreadnought le corazzate avevano pezzi da 233 mm per “inquadrare il bersaglio” e pezzi da 305 mm per finire l’avversario. Avere tutti pezzi dello stesso calibro significava semplificare l’armamento, la logistica e il puntamento. Se la prima nave di questo genere fu britannica, ide era italiana. Fu l’ingegnere navale italiano Vittorio Cuniberti a pubblicare nel 1903 sulla rivista Jane’s Fighting Ships l’articolo “An ideal Battleship for The British Navy” che spiegava la filosofia monocalibro.

Con la Dreadnought nacque una corsa a corazzate sempre più grandi e potenti. La Dreadnought, ancora quasi… in garanzia, era praticamente stata surclassata già nel 1909 da quelle che furono battezzate super-dreadnought. Il calibro dei cannoni divenne 320, 356, poi 381 mm e fra le due guerre toccò i 406 mm. La gittata dei pezzi superò quella dell’orizzonte, come accadde con i 381 delle corazzate italiane Littorio. Prestazioni da record, ma poco utili nella pratica. Il vertice di questa corsa furono le supercorazzate giapponesi Yamato e Musashi da 70 mila tonnellate e armate con 9 pezzi da 460 mm, i più grandi mai montati su navi da guerra. Gli Stati Uniti risposero alle Yamato con le  Iowa, armate con 9 pezzi da 406 mm, destinate a sopravvivere anche durante la Guerra Fredda. Le altre corazzate sparirono con la Seconda guerra mondiale, conflitto che avrebbe pensionato la nave da battaglia facendo emergere la portaerei come nuova Regina dei Mari.

La Yamato

Taranto e Pearl Harbor: la fine della nave da battaglia

Nonostante la Seconda guerra mondiale si fosse aperta con scontri “classici”, a cannonate, fra la corazzata tedesca Graf Spee e un gruppo di incrociatori britannici (17 dicembre 1939), prima la cosiddetta “notte di Taranto”, con gli aerosiluranti britannici biplani decollati dalla HMS Illustrious che danneggiano tre navi da battaglia italiane alla fonda nel porto pugliese (10-11 novembre 1940) e poi Pearl Harbor (7 dicembre 1941) sanciscono definitivamente la superiorità delle operazioni aeronavali sulla corazzata. È proprio l’assenza delle portaerei statunitensi nella rada a Pearl Harbor durante l’attacco di sorpresa giapponese che consentirà alla US Navy un’agevole ripresa delle operazioni nel Pacifico.

Dunque guerra perdurante, tutti i belligeranti si rendono conto che non conviene investire risorse nelle navi da battaglia, tanto costose quanto poco utili. La US Navy nell’estate del 1942 fermò i lavori avviati sugli scafi delle due ultime classe Iowa: Illinois (BB-65) e Kentucky (BB-66). E nel luglio 1943 cancellò le prime due unità della nuova classe Montana, autorizzate nel 1940 ma la cui costruzione non era stata ancora avviata.

La USS Missouri nella Baia di Tokyo per la firma del dispositivo di resa del Giappone, il 2 settembre 1945

Analogamente nel giugno 1942 i giapponesi iniziano la conversione della Shinano, impostata come terza nave da battaglia classe Yamato, in portaerei. Un pensiero che viene anche all’Italia, valutando di trasformare l’incompiuta Impero, quarta corazzata classe Littorio, in portaerei.

Salvo pochi casi, quasi tutte le corazzate della Seconda guerra mondiale andate perdute avevano subito la loro sorte per mano dell’aeroplano: la Bismark, finita dai cannoni delle corazzate inglesi, era stata danneggiata mortalmente ai timoni da un aerosilurante; le britanniche Prince of Wales e Repulse affondate dagli aerei giapponesi a largo della Malesia; all’indomani dell’8 settembre 1943 fu il turno della superba Roma, della classe Littorio, affondata in un solo colpo di una bomba guidata Fritz-X tedesca; la gemella della Bismark, la Tirpiz, fu a sua volta danneggiata gravemente dai bombardieri inglesi prima d’essere finita dai mezzi d’assalto copiati da quelli della Decima Mas italiana; infine la Musashi e la Yamato, sconfitte dall’aeronautica navale americana, con la magra consolazione, per quest’ultima, d’essere riuscita a portarsi a tiro della portaerei di scorta Gambier Bay, affondandola il 25 ottobre 1944 nei pressi di Samar, nelle Filippine.

Ridotte a navi di scorta per le squadre di portaerei e a batterie galleggianti per sostenere le operazioni di sbarco, le corazzate mantenevano tuttavia ancora un ruolo di prestigio e rappresentanza: luogo di vertice fra Roosevelt e Churchill e sede della cerimonia di resa del Giappone, firmata sul ponte di quella USS Missouri (BB-63), che sarà anche l’ultima nave da battaglia a rimanere in servizio, fino al 31 marzo 1992. [1 – continua]

Foto ufficiale della Casa Bianca, credito: Daniel Torok, pubblico dominio

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Saggista e divulgatore, tra le sue pubblicazioni Alessandro Blasetti. Il padre dimenticato del cinema italiano(Idrovolante, 2023). E con Emanuele Mastrangelo Wikipedia. L’Enciclopedia libera e l’egemonia dell’in­formazione (Bietti, 2013) e Iconoclastia. La pazzia contagiosa della cancel culture che sta distruggendo la nostra storia(Eclettica, 2020).