di Giovanni Chiacchio

Il 2020, oltre a rappresentare l’anno della pandemia, è stato anche l’anno interessato dalle violente proteste razziali scoppiate negli Stati Uniti e in seguito diffusesi in tutto il mondo generate dalla morte di George Floyd. Tali proteste sono successivamente degenerate in violenti attacchi che hanno comportato due differenti categorie di danni, una avente carattere economico e quantificata in circa due miliardi di dollari e l’altra di natura culturale. È in particolare su quest’ultima, difficilmente quantificabile ma dalle conseguenze ben peggiori, che si focalizzerà il presente contributo.

Uno degli atti maggiormente rappresentativi di tali proteste sono state infatti le rimozioni di monumenti intitolati a personaggi storici del passato accusati dalla Sinistra di essere in qualche modo meritevoli dell’ingiuria popolare e dell’oblio storico. Particolarmente eclatanti sono stati gli attacchi perpetrati contro le statue degli ex Presidenti George Washington e Thomas Jefferson. I due uomini, l’uno primo Presidente degli Stati Uniti e comandante dell’Esercito Continentale durante la Guerra d’Indipendenza, l’altro principale autore della Dichiarazione d’Indipendenza, ambedue fondamentali per la creazione della nazione che ha dato sangue e natali ai manifestanti, sono stati giudicati meritevoli di condanna in quanto proprietari di schiavi, ignorando tutti i limiti di una società vecchia di tre secoli e tentando di analizzare quest’ultima sulla base di principi moderni.

Il caso più estremo è tuttavia rappresentato dagli attacchi perpetrati contro la statua del Presidente Lincoln a Portland nello stato dell’Oregon. In questo caso il Presidente che ha salvato l’Unione, abolito la schiavitù e adottato alcune delle riforme istituzionali più importanti nella storia statunitense è stato ritenuto degno di ingiurie a causa della sua firma all’esecuzione di trentanove prigionieri sioux al termine di un conflitto che aveva visto questi ultimi cagionare imponenti danni alla popolazione civile dello Stato. Dimenticandosi tuttavia che i tribunali militari statunitensi avevano condannato a morte 303 sioux senza appurare adeguatamente se fossero coinvolti in crimini di guerra e fu proprio il Presidente Lincoln (contro il parere della popolazione dell’Oregon) a commutare ben 264 sentenze, in quanto molti dei condannati non si erano macchiati di crimini di guerra. Quando il Senatore Ramsay informò il Presidente che se avesse fatto impiccare tutti i condannati avrebbe ottenuto un risultato elettorale migliore nello Stato, Lincoln rispose: “Non posso permettermi di impiccare uomini per ottenere voti”.

I conservatori hanno sempre considerato la memoria storica come una banca dalla quale attingere immani riserve di sapere; tuttavia una certa Sinistra mira a chiudere per sempre tale banca attraverso la condanna all’oblio di ogni personaggio considerato non in linea con la sua visione, impedendoci quindi di apprendere dalla storia e di comprendere la dinamica dei processi che hanno portato alla creazione del mondo come lo conosciamo oggi. Il paradossale sintomo di tale malata ossessione risulta essere l’ostilità della Sinistra verso idee e correnti che hanno determinato conquiste sociali in linea con gli stessi intenti della Sinistra. È il caso della morale cristiana, oggi screditata da coloro che mascherano le proprie azioni sovversive come lotta contro un’inesistente schiavitù moderna ma in realtà forza trainante dietro il movimento abolizionista che guidò la vittoriosa lotta contro questa pratica.

I primi due documenti nella storia del movimento abolizionista non furono infatti redatti da manifestanti BLM ante litteram, ma rispettivamente dalla comunità dei quaccheri di Germantown e dal puritano Samuel Seewall.

Il primo venne redatto nel 1688 dall’avvocato tedesco Francis Daniel Pastorious e altri tre uomini e si basava sulla cosiddetta regola d’oro biblica. Tale regola viene descritta nel Vangelo secondo Matteo, nello specifico nel versetto numero dodici del capitolo sette: “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa è la legge ed i profeti”. Tale concetto viene espresso in forma differente nel Libro di Tobia (4:15): “Non fare a nessuno ciò che non piace a te”.

La regola d’oro rappresenta un costrutto essenziale per il mantenimento di relazioni pacifiche all’interno di un gruppo sociale. Essa viene menzionata nella petizione attraverso la frase: “There is a saying, that we shall doe to all men like as we will be done ourselves; making no difference of what generation, descent or colour they are”. Gli autori estendono l’applicazione di quest’ultima a tutti gli esseri umani indipendentemente dalla confessione o etnia e pongono come esempio la politica schiavista adottata dai turchi ottomani in Europa. Nello specifico essi descrivono come i cristiani erano estremamente impauriti dalle scorrerie turche e consideravano l’essere separati dalle famiglie e venduti come schiavi come la suprema delle disgrazie, pertanto adottare tale pratica nei confronti degli africani rappresentava una profonda contraddizione con la morale cristiana stessa.

In secondo luogo essi menzionavano la possibilità di una rivolta degli schiavi generata dalla rottura di questa regola essenziale, la quale oltre a provocare ingenti danni avrebbe anche scoraggiato l’immigrazione europea verso il nuovo mondo: “If once these slaves (they say are so wicked and stubbern men) should joint themselves, — fight for their freedom — and handel their masters and mastrisses as they did handel them before; will these masters and mastrisses take the sword at hand and warr against these poor slaves, licke, we are able to believe, some will not refuse to doe; or have these negers not as much right to fight for their freedom, as you have to keep them slaves?”. Sulla base di quanto affermato, essi dichiaravano che, allo stesso modo in cui i cristiani osteggiavano il furto, avrebbero dovuto osteggiare l’acquisto di cose rubate e quindi opporsi alla brutale tratta degli schiavi.

Il secondo importante documento abolizionista è rappresentato dall’opuscolo The Selling of Joseph redatto nel 1700 dal puritano Samuel Seewall. Il primo obbiettivo dell’opuscolo è dimostrare come la pratica della schiavitù fosse contronatura e considerabile un crimine. Nello specifico l’autore cita il versetto 16 del salmo numero 115, il quale indica come i cieli siano di Dio che ha conferito la terra agli uomini, i figli di Adamo. Tuttavia, non è indicata alcuna pratica simile alla schiavitù che possa essere applicata ai discendenti di Adamo, pertanto essa risulta essere contro natura. Assunto reiterato anche nel versetto 16 del capitolo 21 della Genesi: “Colui che rapisce un uomo e lo vende, se lo si trova ancora in mano a lui, sarà messo a morte”. Seewall conclude quindi che la schiavitù sia un crimine e mette in guardia coloro che lo perpetrano.

Nella seconda parte dell’opuscolo il giudice riprende l’argomento della possibile instabilità derivante dal desiderio di libertà degli schiavi, considerando implicitamente quest’ultima dannosa per la stabilità della società. L’ultima parte è finalizzata invece ad analizzare e superare le probabili obiezioni ad esso (in particolare quelle religiose).

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La prima obiezione è relativa al fatto che la schiavitù è menzionata nei versetti 24, 25, 26 e 27 della Genesi nei quali Noè maledice i discendenti di Can (i Cananei) e li dichiara schiavi dei fratelli (e implicitamente dei loro discendenti). Seewell dimostra anzitutto che il soggiogamento dei Cananei da parte dei Gabaoniti abbia compiuto la profezia e in secondo luogo che gli africani discendessero da Cush, figlio di Cam, sul quale non gravava alcuna maledizione.

La seconda obiezione si riferiva alla legittimità che secondo alcuni la schiavitù avrebbe ottenuto in virtù del trasferimento di uomini da luoghi pagani a luoghi dove era praticato il Vangelo. Tale obiezione viene superata attraverso una citazione dell’episodio della vendita di Giuseppe narrato nella Genesi; infatti, a dispetto dei benefici che la terra d’Egitto ottenne dalla vendita di quest’ultimo, essa risultava comunque illegittima, ergo il male non deve essere compiuto per farne derivare il bene.

La terza obiezione risulta essere la pretesa di legittimità della schiavitù sulla base del fatto che gli schiavi rappresentavano legittimi prigionieri presi dagli europei nel corso delle guerre combattute dagli africani. Seewell asseriva che ciò rappresentasse una mera partecipazione europea alle barbarie africane e che laddove avessero subito lo stesso trattamento si sarebbero ritenuti trattati ingiustamente, pertanto essi si sarebbero dovuti astenere da tale pratica sulla base della regola aurea, già citata nella petizione del 1688.

L’ultima obiezione riguarda l’acquisto di servi da parte di Abramo: in questo caso il giudice asserisce che, in primo luogo, le circostanze dell’acquisto non erano note, in secondo luogo che la schiavitù fosse severamente proibita tra gli israeliti come mostrato dai versetti 8 a 22 del capitolo 34 del libro di Geremia. Pertanto, Seewell asseriva che i cristiani dovessero estendere a tutto il mondo il trattamento che gli israeliti avevano tra di essi e trattare gli africani in maniera rispettosa in quanto figli di Adamo e quindi uguali agli uomini bianchi.

L’antischiavismo quacchero e puritano incarnato dai documenti precedentemente citati si rivelò decisivo per la formazione di un forte sentimento abolizionista nei due Stati. In Pennsylvania i quaccheri divennero l’avanguardia contro la pratica della schiavitù: un mercante appartenente a tale confessione, di nome Benjamin Lay, seguì la strada tracciata da Pastorious pubblicando nel 1737 una nuova condanna contro la schiavitù. I quaccheri rappresentarono poi il nucleo principale che costituì la Pennsylvania Abolition Society, la prima società abolizionista americana, esprimendo ben 17 dei 24 membri che parteciparono all’incontro iniziale. La Pennsylvania fu il primo Stato americano ad abolire la schiavitù attraverso la legge Act for the Gradual Abolition of Slavery del 1780, nella cui sezione 1 è ben visibile l’influenza della morale cristiana tramite la frase “it is sufficient to know that all are the work of an Almighty Hand”.

Viceversa, in Massachussets il sentimento abolizionista venne espresso all’interno del processo costituente dello Stato: nel 1778 la Massachussets General Court (la legislatura statale) organizzò l’elezione di una convenzione costituzionale formata dai delegati di ciascuna città, il cui progetto sarebbe stato sottoposto all’approvazione dell’elettorato, con l’intesa che la Costituzione dovesse essere approvata dai due terzi degli elettori. L’articolo 1 della Costituzione redatto da John Lowell, figlio del pastore John Lowell I, asseriva che tutti gli uomini nascono liberi e uguali e godono di diritti naturali, essenziali e inalienabili.

Tale articolo rappresentò la base giuridica per la completa abolizione della schiavitù nello Stato ottenuta nell’ambito della vicenda giudiziaria dello schiavo Quock Walker. Lo schiavo era infatti fuggito dalla fattoria del brutale padrone Jennison rifugiandosi nella vicina fattoria dei Caldwell. Walker denunciò Jennison per aggressione e percosse sostenendo di essere un uomo libero ai sensi dell’art. 1 della Costituzione della Massachussets, mentre Jennison citò in giudizio Caldwell per averlo privato di una sua proprietà. Incredibilmente Jennison vinse la causa intentata contro Caldwell, ma perse il caso contro Walker, i cui avvocati dimostrarono l’incompatibilità della schiavitù con la Costituzione del Massachussets e con la Bibbia. Entrambe le decisioni vennero impugnate in appello: la sentenza nel caso Walker contro Jennison venne confermata, mentre i Caldwell riuscirono a ribaltare l’esito della loro causa.

A seguito di tali decisioni il Procuratore Generale dello Stato intentò una causa contro Jennison per aggressione e percosse: il caso Commonwealth v. Jennison venne deciso dal giudice William Cushing, proveniente da una famiglia di tradizione puritana. Cushing sentenziò che, sebbene la schiavitù fosse stata tollerata in passato, ormai l’America fosse permeata da idee differenti e che ora la popolazione fosse favorevole alla tutela dei diritti naturali dell’uomo e all’innato desiderio di libertà insito in ogni uomo e derivante dal cielo: “But whatever sentiments have formerly prevailed in this particular or slid in upon us by the example of others, a different idea has taken place with the people of America, more favorable to the natural rights of mankind, and to that natural, innate desire of Liberty, with which Heaven (without regard to color, complexion, or shape of noses-features) has inspired all the human race”. A tal proposito egli ritenne che la pratica della schiavitù fosse incompatibile con la Costituzione statale e che una condotta criminale potesse essere l’unica causa di privazione della libertà.

In conclusione, l’interpretazione della Bibbia e la morale cristiana hanno giocato un ruolo essenziale nella lotta alla pratica della schiavitù, contribuendo in maniera decisiva a definire il movimento abolizionista e giocando un ruolo fondamentale nelle decisioni politiche che hanno portato alla progressiva abolizione di tale pratica. Tuttavia, tale processo è stato oggi in gran parte dimenticato a causa di una corrente politica tendente alla cancellazione di ogni elemento del presente e del passato non in linea con la propria visione, tendenza che ha come risultato l’impossibilità di comprendere i processi storici che hanno reso la nostra società ciò che è oggi.

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Laureando in Scienze Politiche presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, ha conseguito come borsista il master “Leadership per le relazioni internazionali e il Made in Italy” presso la Fondazione Italia USA e ha frequentato l’accademia estiva della Heritage Foundation. Scrive per vari blog. I suoi campi sono le relazioni internazionali, gli studi strategici e il conservatorismo di matrice anglosassone.