di Daniele Scalea

Il primo ministro ungherese Viktor Orban e il suo partito Fidesz hanno riottenuto la fiducia del popolo ungherese e rimarranno al potere per il quarto mandato consecutivo. La notizia del giorno non è però la riconferma del governo nazional-conservatore a Budapest, quanto l’entità della vittoria conseguita.

Un trionfo per Orban e Fidesz

Una vittoria a valanga, in quella che avrebbe dovuto essere la corsa elettorale più equilibrata da tre lustri a questa parte.

Si tratta della quinta elezione vinta da Orban, da quando sul finire degli anni ’90 riuscì a fare della piccola Fidesz un grande partito nazionale (nel mezzo, ci stanno anche due elezioni perse). Mai però era riuscito ad ottenere un così elevato consenso: a spoglio quasi ultimato, oltre il 53% dei voti. Confermando la maggioranza parlamentare dei 2/3 (in Ungheria vige un sistema misto, parzialmente maggioritario), sufficiente per votare emendamenti costituzionali.

Una vittoria inattesa

Le incognite e le difficoltà per Orban erano numerose. La variegata opposizione, infatti, aveva deciso di mettersi assieme in una grande coalizione (“Uniti per l’Ungheria”) che, già nel 2019, aveva mostrato il proprio potenziale vincendo a Budapest e in varie altre città.

Si tratta di una coalizione “Frankenstein”, che va dall’estrema sinistra all’estrema destra e che ha espresso un candidato debole come Peter Marki-Zay; ma questa “accozzaglia” sembrava capace di convincere gli elettori magiari. Per tutto il 2021 Fidesz e Uniti per l’Ungheria sono stati appaiati nei sondaggi, con la seconda per lunghi tratti dell’anno in vantaggio nelle intenzioni di voto. Negli ultimissimi mesi la tendenza era favorevole al partito di Orban, dato per favorito con un discreto margine: ma si parlava di 4/5 punti percentuali in un Paese in cui spesso i sondaggi sono imprecisi. I conservatori ungheresi comunicavano una certa cautela e, soprattutto, disperavano di poter conservare la maggioranza dei 2/3 dei seggi in parlamento.

Perché Fidesz ha trionfato ancora

Cosa è accaduto? Comprendere le ragioni del non annunciato trionfo di Orban potrà forse costituire fonte d’ispirazione anche per i politici italiani.

A dispetto dell’accorciamento dei cicli politici, che vedono sgonfiarsi rapidamente i leader un tempo sulla cresta dell’onda, Viktor Orban dopo tre decenni è più forte che mai. Ciò si deve senza dubbio a un solido operato di governo, ma pure alla coerenza dimostrata nel corso di tutta la sua storia politica.

Il fattore coerenza

L’Orban del 2022 non è certo uguale a quello del 2002 o del 1992, ma i cambiamenti sono inseribili nella normale evoluzione che chiunque attraversa nell’arco della propria vita. Da quando, venticinquenne nel 1988, fondava il movimento studentesco anti-comunista da cui sarebbe nata Fidesz, a oggi, Orban è rimasto un patriota, conservatore, tradizionalista e geloso dell’indipendenza dell’Ungheria. Non ha mai cercato di cavalcare la tendenza del momento, nemmeno dopo l’avvento dei social: la sua visione delle cose è sempre rimasta improntata ai valori guida della sua vita e del suo partito.

Anche quando si è trattato di combattere battaglie difficili, che gli hanno scatenato contro i poteri forti di mezzo mondo: è il caso di quella condotta contro l’ideologia gender ed esemplificata nella legge contro l’indottrinamento sessuale dei bambini. Orban non ha avuto paura di costruire capisaldi extra-politici che potessero difendere, a prescindere da lui, i valori e gli interessi dell’Ungheria: è il caso del Mathias Corvinus Collegium di Budapest. Orban non si fa impressionare dalle critiche della stampa avversaria (che, a dispetto della vulgata, non chiude) o dalle crociate ideologiche della Commissione Europea. Non desidera essere accettato nei circoli dell’élite progressista, bensì piacere al suo popolo.

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Bene sarebbe che ogni leader di destra, d’ogni Paese, imparasse dalla sua coerenza: espone alla tempesta ma rende credibili sul lungo periodo, laddove il consenso di altri si scioglie come neve al solo non appena percepiti (a torto o a ragione) come inaffidabili e trasformisti.

Il fattore nazionalismo

Importante è non solo la fedeltà alle idee, ma pure quali siano queste idee. “Democrazia illiberale” è una formula lessicalmente infelice, dietro a cui non ci sta però il progetto di conculcare le libertà individuali, ma solo l’idea che una nazione non sia la somma di persone-atomi che per pura casualità si trovano in un dato momento dentro certi confini amministrativi. Secondo Orban la nazione è il prodotto di un popolo, composto sì di individui ma legati tra loro dalla comune origine, dalla comune storia e dalla comune cultura.

Questo lo spinge a difendere la sovranità nazionale o i confini dall’immigrazione incontrollata. A quanto pare gli Ungheresi apprezzano: davvero gli Italiani saranno tanto differenti da loro?

Il fattore Ucraina

Infine, un’ultima notazione deve riguardare il conflitto russo-ucraino attualmente in corso.

Orban ha condannato l’aggressione russa ma, nel contempo, chiarito che entro la contesa tra Russia e Ucraina – due Paesi esterni alla NATO e all’UE – il Governo ungherese non avrebbe fatto nulla che potesse mettere a repentaglio gl’interessi del popolo ungherese. Tradotto: nessun eccessivo coinvolgimento e nessuna sanzione economica che danneggiasse seriamente l’Ungheria. Leggi: blocco dell’approvvigionamento di gas dalla Russia. Di contro, Marki-Zay ha perorato un maggiore impegno dell’Ungheria a fianco dell’Ucraina, trovando un assist nel presidente ucraino Zelensky che ha attaccato personalmente Orban.

È difficile sopravvalutare quanto il fattore Ucraina abbia pesato in questa tornata elettorale. Se Fidesz ha stravinto anziché vincere lo deve, in grande misura, proprio al desiderio popolare di non rischiare di ritrovarsi in guerra o di pregiudicare il proprio benessere per un conflitto che non percepisce come proprio. Può darsi che gli Ungheresi siano alieni in confronto a noi, ma la questione merita una riflessione: quanto gli Italiani saranno disposti a sacrificare del proprio tenore di vita per difendere i “valori occidentali”?.

Tenendo ben presente che, a dispetto di certa stampa, tutto ciò non rende Orban un “alleato di Putin”. Se lo fosse, difficilmente il principale congresso dei conservatori americani, il CPAC, avrebbe deciso di tenere quest’anno un capitolo proprio a Budapest.

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Fondatore e Presidente del Centro Studi Machiavelli. Laureato in Scienze storiche (Università degli Studi di Milano) e Dottore di ricerca in Studi politici (Università Sapienza), è docente di "Storia e dottrina del jihadismo" e "Geopolitica del Medio Oriente" all'Università Cusano. Dal 2018 al 2019 è stato Consigliere speciale su immigrazione e terrorismo del Sottosegretario agli Affari Esteri Guglielmo Picchi. Il suo ultimo libro (scritto con Stefano Graziosi) è Trump contro tutti. L'America (e l'Occidente) al bivio.