di Dean Cheng

(Traduzione autorizzata da “Heritage Foundation”: link all’originale)

Negli ultimi tre decenni, i militari cinesi hanno intrapreso una modernizzazione sistematica dell’Esercito Popolare di Liberazione (EPL). Se la maggior parte dell’attenzione è andata all’ammodernamento delle forze convenzionali, le recenti rivelazioni sulla grande opera di costruzione di silos missilistici nell’ovest della Cina indicano che anche la componente nucleare dell’EPL si sta modernizzando.

La gamma di missili nucleari e convenzionali presenti nell’inventario cinese si è costantemente ampliata. Alle circa due dozzine di ICBM (missili balistici inter-continentali) DF-31, i cinesi stanno aggiungendo il DF-41, un sistema mobile che dovrebbe mettere in campo i primi MIRV (testate multiple indipendenti) cinesi. Questo aumenterà sostanzialmente il numero di testate che Pechino ha puntato su obiettivi americani, rendendo allo stesso tempo più difficile per gli Stati Uniti prenderle di mira.

A questo si aggiunge la recente scoperta di circa 100 silos nella provincia cinese di Gansu e di un altro centinaio nello Xinjiang. La costruzione cinese di circa 250 silos missilistici sarebbe coerente con l’espansione generale delle Forze Missilistiche dell’Esercito Popolare di Liberale (spesso indicate con l’acronimo inglese PLARF), che include l’aumento del numero di MRBM, IRBM e ICBM (missili balistici a raggio, rispettivamente, medio, intermedio e intercontinentale). Allo stesso tempo, evidenzierebbe un’espansione d’almeno un ordine di grandezza delle testate intercontinentali cinesi – da forse due dozzine a più di 250 (senza contare i DF-41 mobili). Se la Cina decidesse di montare dei MIRV su tutti questi nuovi missili, inizierebbe ad avvicinarsi al numero di testate russe e americane (questi Paesi autorizzati a schierare 1.500 testate ciascuno).

Cambiamento della dottrina nucleare cinese?

Questa enorme espansione della forza ICBM cinese, insieme alla costruzione di ulteriori sottomarini con missili balistici e ai rapporti su un nuovo bombardiere intercontinentale, suggerisce che Pechino stia abbandonando la sua posizione (presunta) di deterrenza nucleare minima. Si presume cioè che le forze nucleari della Cina siano principalmente rivolte ai centri di popolazione avversari, come mezzo primario per scoraggiare l’aggressione – la definizione di “deterrente minimo”.

Si tratta di una posizione presunta, in parte dal fatto che Pechino abbia scelto di non costruire una più ampia forza nucleare da quando ha fatto esplodere i suoi primi dispositivi a fissione e fusione negli anni ’60. Come la Francia e il Regno Unito, la Cina ha messo in campo un numero di armi nucleari sufficiente solo a danneggiare gravemente un attaccante (sufficiente a “strappare un braccio all’orso”: così si diceva del deterrente nucleare francese), attaccandone le città, ma non a impegnarsi in una guerra nucleare (che prevede di condurre dei contrattacchi).

Con lo sviluppo del DF-41 e di un maggiore deterrente marittimo, alcuni hanno teorizzato che Pechino potrebbe passare da un deterrente minimo a un0 “limitato”. Una forza di deterrenza limitata sarebbe sufficiente, potenzialmente, per impegnarsi in alcuni contrattacchi, o in qualche attacco limitato e su piccola scala come risposta ad attacchi convenzionali (all’epoca i piani della NATO includevano opzioni di risposta nucleare ad un attacco sovietico alla Germania Ovest). Ciò comporterebbe un discreto aumento delle forze nucleari della Cina, ma lascerebbe Pechino sostanzialmente indietro rispetto agli Stati Uniti e alla Russia.

La portata dell’espansione nucleare cinese, tuttavia, mette in dubbio che Pechino sia interessata a mettere in campo solo un deterrente limitato. La combinazione di un moderno bombardiere a lungo raggio (l’H-20), un accresciuto arsenale di missili balistici marittimi, e una massiccia inflazione della componente ICBM terrestre fa sì che le forze nucleari cinesi assomiglino molto di più alle loro controparti “egemoniche” in Russia e negli Stati Uniti, rispetto al deterrente minimo o limitato offerto dalle forze nucleari francesi o inglesi.

In effetti, è notevole che Pechino stia mettendo così tante delle sue nuove uova nucleari nel paniere degli ICBM terrestri. Data la costruzione in corso del sottomarino con missili balistici di classe 094/Jin e l’apparente successo del missile balistico con lancio sottomarino JL-2, la Cina già mette in campo una sicura forza di secondo colpo, attraverso un deterrente marittimo. Inoltre, il DF-41 (e la variante DF-31A) è di per sé mobile, e quindi in grado di dispiegarsi dalle guarnigioni in un Paese di dimensioni continentali con valli, gole, aree boschive e altri luoghi di occultamento.

Il modello di costruzione dei silo solleva ulteriori domande sul pensiero strategico cinese. I silos missilistici hanno una certa somiglianza con il dispiegamento a “pacchetto denso” proposto da alcuni negli anni ’80 per il missile americano MX. Con l’aumento della precisione degli ICBM sovietici, la potenziale vulnerabilità dei silos americani si fece sempre più preoccupante. Si calcolò che, costruendo più silos in prossimità l’uno dell’altro, qualsiasi attacco sovietico in arrivo avrebbe probabilmente sofferto di “fratricidio”, poiché la prima testata, esplodendo, avrebbe creato una massiccia nube di particelle sovraccariche, polvere e detriti che avrebbe distrutto qualsiasi successiva testata in arrivo.

Se i cinesi stanno posizionando ICBM in questi silos, forse sperano di scoraggiare ogni prospettiva di successo d’un attacco “disarmante” contro di essi, a causa degli effetti fratricidi delle detonazioni vicine. Ma questo, a sua volta, suggerirebbe che i pianificatori dell’ELP siano meno sicuri della capacità di sopravvivenza degli ICBM mobili. Sono forse preoccupati da qualche fondamentale carenza nelle difese o tecniche di occultamento?

Prospettive per il futuro

L’espansione nucleare della Cina dovrebbe chiarire che il precedente numero limitato di armi non era il risultato di qualche vincolo fisico (ad esempio, materiale fissile insufficiente) bensì di una scelta politica. Dato che Xi Jinping ha palesato un rifiuto (anche più ampio) del monito di Deng Xiaoping (“Nascondere le proprie capacità, attendere il proprio momento”), è possibile che tale crescita sia parte del “sogno cinese” di Xi, di forze armate più potenti, in grado di operare apertamente sulla scena mondiale.

Se questo è il caso, è importante riconoscere che la visione della RPC sulla stabilità di crisi nucleare non è la stessa di quella degli Stati Uniti o della Russia. Durante la Guerra Fredda, è diventato una specie di shibboleth che gli Stati dotati di armi nucleari non si combattono direttamente tra loro. Il potenziale di escalation in caso di un simile scontro era considerato troppo alto, soprattutto dopo la crisi dei missili di Cuba. Questa “lezione”, tuttavia, ignorava gli scontri al confine sino-sovietico del 1969, battaglie suscitate da deliberate provocazioni cinesi. Entrambe le parti avevano armi nucleari.

Più preoccupanti sono le recenti incursioni cinesi attraverso la Linea di Controllo Effettivo sul confine sino-indiano. Dal 2013 a oggi unità militari cinesi hanno ripetutamente sconfinato in aree controllate dall’India; in alcuni casi sostando per diversi giorni e ricevendo rifornimenti. Negli scontri del 2020, diversi soldati indiani e cinesi sono morti quando le due parti si sono affrontate nella Valle di Galwan. A differenza delle loro controparti americane e russe, i leader militari e politici cinesi sembrano molto meno preoccupati del potenziale di escalation involontaria, almeno nei confronti delle controparti indiane.

Ciò solleva domande su come la leadership cinese agirebbe, se avesse a disposizione una forza nucleare sostanzialmente più robusta e diversificata. I recenti discorsi di Xi Jinping, l’ascesa dei diplomatici “guerrieri lupo”, e il comportamento delle forze dell’ELP nei Mari Cinese Meridionale e Prientale indicano tutti una declinante tolleranza verso “pressioni” esterne e una crescente volontà di reagire in difesa degli “interessi fondamentali” cinesi, compresa la sovranità territoriale. Una maggiore capacità nucleare potrebbe incoraggiare ulteriormente i leader cinesi?

Allo stesso tempo, Pechino dimostra poco interesse a partecipare agli sforzi per il controllo delle armi nucleari. Questo era molto ragionevole quando le forze nucleari della Cina erano sostanzialmente più piccole di quelle americane e russe. Molto meno chiaro è che sia nell’interesse di Washington o di Mosca non includere Pechino nei negoziati futuri, dato il crescente numero di armi nucleari cinesi.

Potrebbe anche essere il momento di riconsiderare il più ampio panorama della deterrenza nucleare, dato che Washington, Pechino e Mosca diventano tutti approssimativamente comparabili. Un equilibrio nucleare tripolare è una proposizione molto diversa da uno bipolare, specialmente quando due dei giocatori sono relativamente allineati contro il terzo. La scoperta dei silo nella Cina Occidentale indica che è già arrivata da un pezzo, l’ora d’iniziare a riesaminare le basi del pensiero americano sulla deterrenza nucleare.

Dean Cheng

Ricercatore Senior presso Heritage Foundation (Washington DC, USA), inquadrato nello Asian Studies Center e nel Davis Institute for National Security and Foreign Policy. Esperto di politica estera e affari militari della Cina. In precedenza ha lavorato come analista per Science Applications International Corp. (SAIC), Center for Naval Analyses e Congresso degli Stati Uniti d'America. Laureato in Politica presso la Princeton University.