di Emanuele Mastrangelo

L’assoluzione e le lacrime liberal

Kyle Rittenhouse, il giovane accusato di omicidio volontario per aver sparato a tre violenti manifestanti di BLM durante le sommosse di Kenosha (Wisconsin) del 25 agosto 2020, è stato assolto da tutte le accuse nel processo iniziato il 1° novembre scorso. Una sentenza che riconosce il diritto alla legittima difesa e al possesso di armi secondo la legge statunitense, ma che ha lasciato l’amaro in bocca al mondo liberal, primo fra tutti il Presidente americano, che si è dichiarato “arrabbiato e preoccupato” per la sentenza. E sulla stessa lunghezza d’onda di questa «preoccupazione» e «rabbia» la stampa ha pensato bene di diffondere la notizia presentandola con titoli e resoconti oltre il confine della fake news.

Iniziamo dai fatti

Il 25 agosto 2020 nella cittadina di Kenosha si scatena una violenta sommossa a opera degli attivisti di Black Lives Matter. Molti cittadini decidono allora coraggiosamente di prendere le armi e difendere le loro proprietà e i beni pubblici, come è diritto costituzionale per gli americani. Fra questi il giovanissimo Kyle Rittenhouse, un diciassettenne ben determinato e già protagonista di azioni di impegno civile, come la cancellazione delle scritte vandaliche sui monumenti effettuate dai teppisti del BLM e della rete antifa. Kyle inoltre aveva partecipato in gioventù a esercitazioni organizzate dalla polizia locale.

Kyle faceva parte di un drappello di cittadini che piantonava un concessionario d’auto. Quando, nonostante il coprifuoco disposto dalle autorità locali, inizia la sommossa e partono gli incendi (oltre venti edifici distrutti), i saccheggi, il lancio di pietre e bombe carta contro la polizia e la guardia nazionale in assetto antisommossa, il giovane affianca all’opera di pattuglia anche quella di soccorso ai feriti – manifestanti o agenti – e rimane in stretto contatto con la polizia.

L’aggressione a Kyle

Tuttavia, poco prima di mezzanotte Kyle resta isolato e, nel tentativo di ripiegare verso i suoi compagni, viene inseguito da una decina di manifestanti scalmanati fra cui Joseph Rosenbaum, un pluripregiudicato trentaseienne con una fedina penale che va dalla pedofilia agli abusi domestici e 10 anni di carcere alle spalle. Rosenbaum, che era in palese stato di esagitazione e aveva minacciato di morte molti dei civili miliziani di Kenosha – aggredisce alle spalle Kyle e cerca di strappare l’arma – un fucile automatico legalmente detenuto – al ragazzo. Questi, atterrito e preso alla sprovvista, spara contro Rosenbaum quattro colpi, ferendolo mortalmente.

A quel punto Kyle riprende la ritirata ma, inseguito, inciampa e l’orda dei teppisti lo raggiunge, urlando minacce e iniziando un pestaggio a calci, pugni e perfino armi improprie come uno skateboard nel tentativo di nuovo di strappargli il fucile. Decine di pallottole fischiano nell’aria, come dichiarato da più testimoni. In questo scenario di vera e propria guerra, Kyle fa di nuovo fuoco per legittima difesa. Altri due dei manifestanti vengono colpiti: Anthony M. Huber, l’uomo che brandiva lo skateboard come una mazza (anche questi pluripregiudicato, già arrestato per il tentato soffocamento di uno dei suoi fratelli), resta ucciso, mentre un altro – Gaige Grosskreutz, vicino alla rete estremista Antifa – viene ferito al braccio con cui brandiva una pistola “Glock” (detenuta illegittimamente con porto d’armi scaduto) proprio mentre la puntava contro Kyle (in seguito dichiarò – smentito dai video – di essere stato colpito dopo aver abbassato l’arma). A quel punto la polizia arriva sul posto e i teppisti iniziano a ritirarsi. Kyle si avvia a mani alzate e con l’arma bene in vista per costituirsi verso la polizia, che lo lascia passare e lo prende in consegna.

Le accuse, la campagna d’odio e il processo

Nei giorni successivi contro il giovane difensore di Kenosha si scatena una campagna d’odio senza precedenti. Le accuse sono gravi: fra queste, omicidio colposo di primo grado per aver sparato a Joseph Rosenbaum, omicidio volontario di primo grado nei confronti di Anthony Huber e tentato omicidio preterintenzionale di primo grado e uso di un’arma pericolosa nei confronti di Gaige Grosskreutz.

I media diffondono le sequenze dei fatti di Kenosha tagliate e rimontate in maniera da far apparire solo i momenti dell’uccisione dei tre manifestanti, tagliando accuratamente ciò che avveniva prima e intorno. Addirittura in un caso viene montata – subito dopo la scena dello sparo – una sequenza con la polizia che carica il cadavere di una delle vittime e la folla che grida: “Perché gli hai sparato?”. Secondo i media non c’è dubbio: Kyle è un assassino a sangue freddo, un pericoloso suprematista bianco, un fanatico delle armi, un razzista.

Una strategia tentata perfino dalla pubblica accusa in tribunale, che ha cercato di impedire la proiezione di un filmato ripreso da un drone. Il clima era tale che i figli del proprietario del concessionario d’auto difeso da Rittenhouse hanno negato (smentiti da numerose testimonianze) d’aver mai chiesto l’aiuto di civili armati. Viene anche fatta circolare la bufala (come vedremo, dura a morire) che le vittime sarebbero afroamericani, per insinuare una matrice razzista nell’operato del giovane.

Fallito in tribunale, l’assalto riparte sui media

Tuttavia la giustizia ha riconosciuto la buona fede del comportamento del giovane, ormai diciottenne, assolvendolo da tutte le accuse lo scorso 19 novembre. Una sentenza che ha lasciato l’amaro in bocca a chi invece avrebbe desiderato la testa di Kyle su un piatto d’argento, come simbolo di una volontà di autodifesa dei cittadini americani da mortificare e schiacciare. E così la stampa di sentimenti liberal (la maggioranza delle testate) ha diffuso la notizia del proscioglimento di Kyle con toni falsificatori. Cosa che non vale solo per quella statunitense, ma anche per quella italiana. E a questo punto val la pena di dare un’occhiata ai titoli dei media, soprattutto italiani per potersi rendere conto della dissonanza fra la realtà fattuale e la fasulla narrazione che i «professionisti dell’informazione» propinano al pubblico.

Così mentre in Inghilterra il «Guardian» parte a gamba tesa con un “Kyle Rittenhouse non è stato condannato perché in America le regole le fanno i bianchi”, sono i megafoni del jet set a vomitare più bile contro il giovane americano: “L’assoluzione di Kyle Rittenhouse è un pericoloso precedente” scrive «Rolling Stone»; “Kyle Rittenhouse, le reazioni alla sentenza da Mark Ruffalo a Stephen King: «Sistema razzista»” è invece il titolo dell’articolessa di “Movieplayer”, che dà ampio spazio ai cahier de doleances dell’intellighenzia liberal colpevolista. Più radicale ancora il canadese «Toronto Star», che si chiede “chi se ne frega della legge se la legge assolve chi uccide e mutila?”, ribadendo fin dal titolo che in questo caso esisterebbe una «giustizia» e poi una «legge» separate fra loro: “Damn the laws that acquit Kyle Rittenhouse for they show no care for justice”.

Bufale made in Italy

E in Italia? Cominciamo malissimo proprio dal primo quotidiano nazionale, il «Corriere della Sera»: “Kyle Rittenhouse, che uccise 2 manifestanti anti razzisti a Kenosha, è stato assolto”. Ignorando il fatto che quelli uccisi da Rittenhouse non erano manifestanti antirazzisti: erano pluripregiudicati, estremisti e saccheggiatori che avevano tentato di aggredirlo e perfino di ucciderlo. «Repubblica» invece titola addirittura “Usa, torna l’incubo razzismo: assolto il ragazzino-killer di Kenosha. Trump si congratula, Biden invita alla calma”, e se «killer» è passato in italiano con l’accezione di «sicario» e «assassino volontario» va da sé che l’epiteto riferito a un giovane assolto con formula piena sarebbe da querela per diffamazione. Peraltro, come abbiamo visto prima, Biden avrà anche invitato alla calma, ma la parte più eclatante del suo commento alla sentenza sembrava puntare in tutt’altra direzione, mentre «l’incubo razzismo» c’è ed è di segno esattamente opposto a quello lamentato dal giornale fondato da Scalfari, come dimostra ampiamente il titolo del «Guardian» che abbiamo già visto.

Ma la gara alle enormità dei «professionisti dell’informazione» non si ferma: l’«HuffPost» in edizione italiana titola infatti “Sentenza choc a Kenosha, uccise due attivisti neri ma viene assolto”, inanellando una di seguito all’altra due fake news belle e buone (non erano «neri» e non erano attivisti, ma teppisti) tanto da essere poi costretti a rimuovere l’articolo (ma, ahiloro, l’internet non conosce l’oblio). Stesso titolo per «Affaritaliani» che però non ha ancora cancellato l’articolo. La fake news delle vittime afro-americane è rilanciata su “Twitter” anche da RaiNews.

Il consueto titolo-commento di «Dagospia» – che riprende l’articolo de «Il Messaggero» – è infine una contro-sentenza che val la pena di riportare per intero: “Vi ricordate di Kyle Rittenhouse, il 17enne che uccise due manifestanti antirazzisti a Kenosha? Al processo è stato giudicato non colpevole di tutti e cinque i capi di accusa – nell’estate del 2020 il ragazzo scese in strada con un fucile d’assalto per «proteggere i negozianti» finendo per sparare contro chi protestava contro le violenze della polizia sui neri – all’epoca gli agenti che lo arrestarono nemmeno lo ammanettarono”.

Naturalmente la titolessa di «Dagospia» è in linea col contenuto del pezzo citato, che accusa Kyle di essere “imbevuto di miti macho” (pare che la virilità sia già diventata una colpa…) e trasforma Rosenbaum in una specie di paciere incompreso che voleva solo “disarmare” Kyle, quasi che il pericolo pubblico fosse il giovane e non il pluripregiudicato. Tanto che nel resoconto dato dalla giornalista de «Il Messaggero» Rosenbaum viene ucciso improvvisamente, a sangue freddo, e non in seguito a una colluttazione con Kyle dopo averlo aggredito alle spalle, come i video testimoniano ampiamente. Nell’articolo de «Il Messaggero» sparisce anche il… «dettaglio» della pistola in mano a Grosskreutz e l’arresto di Kyle viene mistificato con un “finalmente” quasi che il giovane fosse una specie di massacratore a piede libero bloccato e non invece un onesto cittadino che a un certo punto – sicuro del suo buon diritto e della sua buona fede – si consegna spontaneamente alla polizia.

E in questo panorama, anche Facebook non poteva mancare: chi scrive è stato bloccato alcune ore per aver postato un’immagine di supporto a Kyle Rittenhouse che recitava: “A volte è necessario smettere di fuggire e prendere una posizione. O tu o i tuoi figli e i tuoi nipoti. Ed è meglio che lo faccia tu che loro”.

Emanuele Mastrangelo

Emanuele Mastrangelo è redattore capo di "Storia in Rete" dal 2006. Cartografo storico-militare, è autore di vari libri (l'ultimo, con Enrico Petrucci, è Iconoclastia. La pazzia contagiosa della cancel culture che sta distruggendo la nostra storia) e ha curato Eroi. 22 storie dalla Grande Guerra e Terra benedetta. Storie d'Italia e di italiani.