di Vincenzo Pacifici

Uno degli scarsi articoli, informati e ricchi di notizie anche minute, presentati sulle pagine del supplemento domenicale del “Corriere della Sera”, reca un titolo emblematico ma comunque completamente incompleto dal punto di vista storico. I tormenti dell’Africa – questa è l’intitolazione – con la premessa riassuntiva:

Secondo un rapporto internazionale, nove delle peggiori crisi internazionali dimenticate che secondo previsioni troppo ottimistiche avrebbe dovuto raggiungere nel 2020 il “silenzio delle armi”. È successo di tutto . Compreso un Paese, l’Etiopia, scivolato nella guerra l’anno dopo il Nobel della Pace al suo leader. Buone notizie? Sì dal Sudan.

L’autrice, Anna Pozzi, si guarda bene dall’introdurre la base, la radice, i fondamenti di una crisi tanto drammatica, tanto radicata e tanto priva di prospettive positive. Non si affronta affatto il problema basilare, quello del colonialismo anglo-francese, belga ed olandese e da diversi anni cinese e quelle responsabilità indelebili nella storia delle nazioni egemonizzatrici per secoli.

Era stato individuato, chissà da chi e chissà per quali recondite ragioni, il 2020 come l’anno del “silenzio delle armi”, come non fossero di assai maggiore peso ed utilità gli obiettivi della definitiva metamorfosi sociale e dell’autentico ammodernamento degli Stati e delle sue strutture.

Ben amaro consuntivo di una linea operativa delle grandi potenze. Autolesionistico è il “rumore funesto” in un anno “cominciato con la celebrazione dell’indipendenza” concessa demagogicamente e sconsideratamente a molti Paesi impreparati e minati al loro interno. Volendo fissare un momento riassuntivo, oggi l’Africa “è un continente afflitto da guerre, conflitti e crisi negli ultimi due decenni che hanno nuove e drammatiche caratteristiche”. In molti contesti – continua l’editorialista – si manifestano “situazioni di malgoverno, corruzione, povertà e malessere sociale e […] antiche e nuove tensioni politiche, etniche-tribali e religiose”. Queste disfunzioni sono originate – va ribadito decisamente – da un processo di autonomia affrettato e insensato.

La globalizzazione è fondata sull’azione invasiva delle organizzazioni economiche, capace di travalicare e condizionare la politica. È stato osservato giustamente dalla Pozzi che l’Africa è “un continente al centro di composite mire geopolitiche, dove le ex potenze coloniali cercano di conservare le loro posizioni (e i loro interessi), la Cina è sempre più pervasiva e attori inediti come la Turchia provano a farsi strada”.

Dopo un esame parcellizzato delle diverse pagine nazionali con le immani e sconvolgenti tragedie, la Pozzi getta lo sguardo finale sull’Africa del Nord, manifestando voti analoghi e non differenti da quelli espressi per l’intero continente. Come si possono infatti denunziare i regimi “liberticidi” dell’Egitto e le democrazie opache come l’Algeria di fronte alle immani questioni irrisolte e irrisolvibili? Sarà perché i due Stati sono autoritari ma non di sinistra e non filocinesi, perché in tal caso sarebbero giudicati meno criticamente.

Laureato in Giurisprudenza e in Lettere, è stato fino al 2015 Professore ordinario di Storia contemporanea presso l'Università Sapienza di Roma. Ha pubblicato, tra l'altro, volumi su Crispi, sul problema dell'astensionismo e dell'assenteismo nelle consultazioni politiche del periodo unitario, sui consigli provinciali all'inizio del XIX secolo, sulle leggi elettorali del 1921 e del 1925. È presidente della Società tiburtina di storia e d'arte.