di Giulio Montanaro
La necessità di evolvere

Che cos’hanno in comune il grandissimo sociologo polacco Zygmunt Bauman e l’imprenditore ed investitore indo-americano Naval Ravikant? Entrambi sottolineano la necessità d’evolversi tramite diverse identità durante l’arco della nostra vita.

Bauman, in un’intervista sull’identità pubblicata da Laterza, evidenzia come in passato fosse la società ad attriburci un’identita fissa a cui dedicarsi per tutta la nostra esistenza (si viveva la famiglia e la località; si faceva lo stesso mestiere per tutta la vita). Ora, con la globalizzazione e l’aumento del potere di quelli che lui stesso chiama “the occult powers”, la situazione è profondamente cambiata ed è ora responsabilità dell’individuo combattere quotidianamente per rimodellare la propria identità, se non vuol rischiare di perdersi in quella giungla che si trova là fuori.

Ravikant, nel suo preziosissimo contributo al Joe Rogan Experience Show, la mette da un altro punto di vista: la specializzazione è per gli insetti, ognuno di noi nella sua vita deve cercare di “performare” il maggior numero possibile di ruoli professionali e sviluppare più lati possibili del suo carattere.

 

La neuroplasticità

Come abituarsi a questo costante processo di rimodellazione identitaria? Allenare testa e corpo sulla base del principio della neuroplasticità (la naturale capacità del cervello di rimodellare se stesso) è basilare a tal fine!

Ma che cos’è la neuroplasticità, perché è cosi importante per intraprendere questa inevitabile costante evoluzione identitaria predetta da Bauman e, soprattutto, come questi temi sono diventati a me familiari?

Iniziamo dalle prime due domande. L’Università di Stanford ha iniziato a gettar maggior luce sull’argomento nel 2010, andando a colpire alle fondamenta uno dei principali dogmi scientifici dell’epoca, ossia quello dell’irreversibilità dell’invecchiamento delle nostre cellule cerebrali.

Gettiamo un’occhiata a come inizia la ricerca stilata dall’Huntington Outreach Project for Education at Stanford University:

Gli scienziati una volta pensavano che il cervello smettesse di svilupparsi dopo i primi anni di vita. Pensavano che le connessioni venissero formate tra i nervi delle cellule cerebrali durante un primo “periodo critico” e poi messe a posto con gli anni. Se le connessioni tra neuroni si sviluppavano solo nei primi anni di vita, allora solo i cervelli giovani sarebbe stati “plastici” e quindi capaci di formare nuove connessioni.

Nell’archivio online della National Library Medicine troviamo un altro studio condotto nel 2013 da Kirsten Hotting e Brigitte Roder chiamato Effetti benefici dell’esercizio fisico su neuroplasticità e cognizione, che ci spiega come

il cervello umano si adatta ai cambiamenti alterando le sue proprietà funzionali e strutturali (neuroplasticità) e la risultante di questo processo è un aumento delle abilità d’apprendimento e comprensione. Prove convergenti provenienti da studi su uomini ed animali suggeriscono che aumentate capacità fisiche facilitino la neuroplasticità di alcune strutture cerebrali e come risultato le funzioni cognitive, affettive e le connesse risposte comportamentali.

Come sono venuto a conoscenza di questa cosa e come se ne può sapere di più? In tempi oscuri come quelli che stiamo passando, avere delle fonti attendibili è sempre più essenziale.

Scegliersi buoni maestri

Una grande mano me l’hanno data i podcasters, Joe Rogan su tutti. Rogan è semplicemente il numero uno. Il Joe Rogan Experience Show (che ha ospitato tra gli altri Edward Snowden, Elon Musk, Quentin Tarantino, Bob Lazar, Alex Jones, Tim Dillon…), ora purtroppo integralmente disponibile solo su “Spotify” (gratis, ma comunque sul globalista “Spotify”, la morte per ogni artista indipendente), è una miniera d’oro per chi cerchi una prospettiva alternativa che aiuti a comprendere meglio questa contorta e paranoica era della post-verità che stiamo attraversando.

Grazie agli show di Rogan, ho avuto modo di conoscere l’ex Navy Seal David Goggins, l’uomo più duro sulla terra, come viene correttamente chiamato dai media americani. Da Goggins, non ricordo perché né come (credo guardando un documentario in cui David Lynch parla della creatività e della meditazione trascendentale), sono entrato in contatto con il personaggio di Jim Kwik.

Kwik è un mental coach che m’ha ricordato come queste cose sulla neuroplasticità suonino molto simili ad altre cose che avevo letto in un libro di psicologia che ha contrassegnato i miei 20 anni, l’idea di Flow, dello psicologo croato Mihaly Csikszentmihaly.

 

Sempre guardando il mitico Joe Rogan, sono diventato familiare con un’altra incredibile mente, quella del ricercatore d’origine russa del MIT Lex Fridman. Lex è uno dei principali scienziati a lavorare sulle intelligenze artificiali e, in particolare, nello sviluppo della guida autonoma (Elon Musk è stato suo ospite tre volte). Lex, essendo uno scienziato, è ancora più pratico di Rogan con il tema Scienza. Guardando i suoi podcast ho avuto modo di conoscere la figura del dottore di ricerca Andrew Huberman, professore associato all’Università di Stanford.

Nella sua prima apparizione nel podcast di Fridman, Huberman parla della neuroscienza della performance ottimale, di come utilizzino la realtà virtuale per aiutare le persone ad oltrepassare le proprie paure, (al riguardo suggerisco calorosamente – sarà tra i temi di un mio prossimo contributo – la lettura del libro di Riva e Gaggioli del Sacro Cuore di Milano, Realtà virtuali), di cosa “deep work” significhi e di un’altra idea molto interessante, per chi, come chi scrive, ha una mente prettamente astratta, ossia che il cervello umano sia essenzialmente un astrazione…

Nel suo secondo intervento da Fridman, Huberman parla dell’importanza del sonno, dei sogni e della neuroplasticità.

Andiamo quindi a bussare a casa Huberman e vediamo che ci dice il sito di Stanford in merito:

Ricerchiamo come il cervello lavori (funzione), come possa cambiare tramite l’esperienza (plasticità) e come riparare i circuiti cerebrali danneggiati da infortuni o malattie (rigenerazione). I nostri obiettivi specifici sono di scoprire strategie per arrestare e ripristinare la perdita della vista nelle malattie accecanti e comprendere come la percezione visiva ed autonomi stati di risveglio siano integrati al fine di impattare le risposte comportamentali.

Mens sana in corpore sano

Bene: quindi, per farla breve, come possiamo riassumere il tutto in una sorta di rapido vademecum? Allenare il cervello, nutrendolo quotidianamente, leggendo almeno 15/20 minuti – ma non il giornale… un saggio, una dissertazione filosofica – o iniziare ad imparare una lingua (non c’è palestra migliore per il cervello; sono alla quinta personalmente).

Quello che è veramente essenziale è apprendere qualcosa di nuovo, è fare uno sforzo, è confrontare la nostra visione della vita e di noi stessi su base quotidiana. Dev’essere per forza qualcosa che implichi uno sforzo, una sofferenza che accenda una scintilla dentro di noi per alimentare una catarsi, concetto che Carl Gustav Jung ha sicuramente scovato in qualche testo della cultura brahmanica. Se non apprendiamo cose nuove, non ci distacchiamo dal nostro Sé di ieri – il principale se non unico termine di paragone che dovremmo avere in termini di giudizio personale.

A casa, quando ero adolescente, mamma aveva attaccato al frigo una citazione che recitava: “Quando si smette d’imparare, s’inizia ad invecchiare”. Mai proverbio è stato più vero!

Il nostro cervello è un muscolo, è per questo che ha bisogno di allenamento. Ed il nostro corpo è interamente fatto da muscoli. Allenamento quotidiano ad alta intensità o, per dirla alla “Navy Seal”, hardcore work out, anche solo di 30/40 minuti al giorno, è una vera e propria svolta per la nostra salute mentale e fisica. Dobbiamo dedicarci a noi stessi se vogliamo migliorare. Aumentare il numero di ripetizioni, minuti di corsa e innovare su base settimanale la nostra scheda di allenamento. È essenziale al fine d’incrementare il flusso sanguigno e le endorfine che ci permetteranno di aiutare il cervello a funzionare meglio.

Nel momento in cui il corpo inizierà ad essere più reattivo, altrettanto farà la mente. La capacità della memoria aumenterà e funzionerà più comodamente e rapidamente, il nostro livello d’allerta aumenterà, quindi i nostri riflessi e la nostra di capacità d’imparare e concentrarci.

Solo il dolore, le difficoltà e le nuove sfide ci spingeranno verso un bivio quotidiano dove scegliere se essere leoni o pecore. Come ricorda Bauman, la vita è governata dall’incertezza, la vita è sofferenza; sta solo a noi decidere se soffrire per l’accettazione passiva di questa o soffrire per contrastare attivamente le prove che la vita ci pone quotidianamente.

Poliglotta, talent scout nel mondo della musica elettronica, advisor creativo con varie esperienze di gestione aziendale, ricercatore indipendente ed appassionato di media alternativi, Giulio Montanaro ha esordito come cronista nel 2000, a Padova, collaborando con il gruppo editoriale "Il Gazzettino”.