di Silvio Pittori

“All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne confortate di pianto è forse il sonno della morte men duro?”. La risposta negativa a tale quesito, che si ricava dal carme del grande poeta Ugo Foscolo, ci introduce al tema dell’importanza di una tomba, di un sepolcro davanti al quale piangere l’estinto, luogo in cui si crea inevitabilmente quel legame che consente a noi di continuare a vivere con chi non è più tra noi ed al defunto di continuare a vivere con noi.

La tomba richiama da sempre i concetti di pietà e di ricordo, attraverso i quali si esprime la memoria di una famiglia, di una comunità, di un Paese, realizzando una continuità tra le generazioni, quale baluardo contro ogni forma di degenerazione sociale. Si tratta di una tradizione che da sempre caratterizza universalmente i popoli, senza la quale si disperde il senso stesso di appartenenza ad una comunità, il senso stesso del vivere civile.

Colpisce pertanto profondamente la denuncia di un padre che da oltre due mesi attende di avere un luogo fisico in cui piangere il proprio figlio, dove ricostituire con il medesimo quel legame di vita spezzato dalla morte, anche al fine di eliminare quel senso di solitudine che aggredisce inesorabilmente chi è chiamato a continuare a vivere. Chi di noi non ha provato quel senso di sollievo che si avverte nel depositare dei fiori nel luogo in cui si è assistito alla tumulazione di un proprio caro, espressione e conseguenza della necessità umana di ricostituire un legame tra la vita, che continua, e la presenza, seppure in un’altra dimensione, di chi non è più tra noi. La denuncia di quel padre, accompagnata da esperienze simili di molte altre persone, tra le quali quelle di chi, perdendo i propri cari a causa del Covid, si è visto negare persino la possibilità di accompagnarli nell’ultimo viaggio, dovrebbe indurre la nostra società ad una profonda riflessione, in quanto da sempre quel rito della tumulazione o, negli anni recenti, della collocazione delle urne cinerarie all’interno dei cimiteri, rappresenta una cerimonia della quale nessuna civiltà può essere privata, a meno che non si decida di eliminare la civiltà stessa.

Come ebbe ad affermare Papa Ratzinger nel corso della udienza generale del 2 novembre 2011, “da sempre l’uomo si è preoccupato dei suoi morti e ha cercato di dare loro una sorta di seconda vita attraverso l’attenzione, la cura, l’affetto. In un certo modo si vuole conservare la loro esperienza di vita; e, paradossalmente, come essi hanno vissuto, che cosa hanno amato, che cosa hanno temuto, che cosa hanno sperato e che cosa hanno detestato, noi lo scopriamo proprio dalle tombe, davanti alle quali si affollano ricordi. Esse sono quasi uno specchio del loro mondo”.

Al cospetto di quanto sta avvenendo in alcuni cimiteri del nostro Paese, con centinaia di corpi in attesa della tumulazione, ed alla sottovalutazione del fenomeno da parte di chi dovrebbe assumere immediati provvedimenti atti ad arginarlo, vietando a chi è chiamato ad eseguire le tumulazioni ogni valutazione in merito alla necessità di procedere con minore o maggiore speditezza, affiora in me il timore che anche questa sottovalutazione rientri oramai in quella negazione totale di ogni valore, come tale destinato ad essere soppiantato da nuovi valori maggiormente sentiti all’interno di una società mutevole, “fluida”, nonché in quel costante allontanamento dalla divinità, allontanamento che pone comunque tutti noi davanti alla “voragine dell’assenza di Dio” (Roger Scruton, Il Volto di Dio).

Se abdicassimo ai valori che ritroviamo nei Sepolcri, diventerebbe ancora più inarrestabile quel senso di infinito derivante dalla traumatica presa di coscienza del divenire eterno delle cose e, privati di quel senso di appartenenza ad una comunità che si esprime anche mediante il doveroso rispetto dei defunti, rischieremmo di trovarci definitivamente immersi in quel brodo universale che nega persino ogni legame per negare l’esistenza stessa di qualsiasi diversità. La cancellazione del ricordo di chi siamo stati in chi verrà dopo di noi quale atto finale della cancellazione di ogni civiltà, in quell’ottica progressista che nasconde un costante regresso, ben raffigurata dal tentativo di banalizzare se non di cancellare il concetto di “Dio, Patria e Famiglia”, che richiama le nostre tradizioni e l’origine stessa del singolo individuo.

Se perdiamo persino la speranza di esseri compianti, se cancelliamo “il desiderio di ricordo e di amore oltre la tomba e sulla tomba” (Benedetto Croce, La Letteratura Italiana), non resta che l’abisso.

Silvio Pittori

Avvocato cassazionista con sede a Firenze, esperto in diritto civile societario e in diritto penale di impresa e contrattualistica. Laureato in Giurisprudenza all'Università degli Studi di Firenze.