di Davide Lanfranco

Ho grande rispetto per l’Esercito Italiano, perché non sono un pacifista (considero certi pacifisti pericolosi quanto i guerrafondai) e sono convinto che il motto latino “si vis pacem para bellum” sia sempre valido, in quanto il mondo è stato e rimane un posto “grande e terribile” ed i cattivi ci saranno sempre e contro di loro non bastano le note di Imagine o le bandiere multicolore. Ne sono talmente convinto che mi piacerebbe vedere un Italia militarmente autosufficiente; chi crede nel principio della sovranità non può non convenire che un cardine per realizzarla appieno, oltre alla gestione della moneta, non possa non essere la difesa nazionale.

Inoltre ho grande rispetto per l’Esercito, perché è una delle strutture dello Stato Italiano che più è migliorata negli ultimi trent’anni. Al di là dei nostalgici dei bei tempi andati (il servizio militare insegnava ai giovani il rispetto e la disciplina!), rammento perfettamente cosa fosse l’Esercito prima della “professionalizzazione” e della fine della “leva obbligatoria” agli inizi degli anni Duemila. Lo ricordo bene perché quando andavo al Liceo “Dante Alighieri di Latina” passavo regolarmente di fronte al “distretto militare” e perché sono stato tra gli ultimi italiani ad affrontare la famosa visita dei “tre giorni”, che era la porta d’accesso al servizio militare obbligatorio. Ricordo perfettamente certe caserme che altro non erano che strutture vecchie e fatiscenti, oltre che totalmente inutili. Ricordo, tranne nel caso di alcuni reparti specializzati encomiabili, il personale con le stellette adibito a nulla o a funzioni che poco avevano a che fare con i compiti istituzionali della difesa della patria. Ricordo giovani capaci di qualsiasi cosa pur di evitare l’anno di naja (oltre i “normali” tentativi di raccomandazione per il servizio civile a casa, si verificarono anche episodi di autolesionismo per arrivare all’agognata riforma). Così come ricordo i vergognosi fatti di cronaca divenuti tristemente famosi come casi di “nonnismo”.

Le riforme approvate tra il 2000 ed il 2004, la Legge Martino in particolare (tra le poche riforme riuscite del nostro paese), hanno permesso invece all’Esercito Italiano di diventare, in breve tempo, una struttura efficiente e moderna, che si è fatta apprezzare e rispettare in molte missioni militari all’estero (scusate ma l’ipocrisia di chiamarle missioni di pace non la sopporto). L’Esercito è al momento, tra le forze armate italiane, quella meglio equipaggiata e che più ha puntato su specializzazione e professionalità del personale.

Premesso questo, capisco poco quello che sta avvenendo negli ultimi mesi o anni invece; ovvero l’utilizzo dell’Esercito, sempre più esteso, per compiti diversi dalla funzione prettamente miliare (Operazione Strade Scure, calamità nazionali, sorveglianza cantiere Salerno-Reggio Calabria, vigilanza all’Expò). Per carità: nulla di illegale o illecito, in quanto le norme e la costituzione prevedono che le forze armate ​​​​​​​possano essere impegnate sul territorio nazionale, in ottemperanza ai compiti di “salvaguardia delle libere istituzioni e per il bene della collettività nazionale nei casi di pubbliche calamità oltre che in attività di controllo del territorio in concorso alle autorità civili”. Ma fino a che punto è giusto farlo? Per quanto tempo si può prorogare un’eccezione? Perché compiti diversi o secondari rispetto a quelli istituzionali, per quanto leciti, non possono che essere un’eccezione; eccezione sicuramente spiegabile nel breve periodo e quando sia strettamente connessa ad eventi particolari. Per esempio lo fu, almeno inizialmente, la famosa operazione “Vespri Siciliani” dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio.

Ma ora? Perché viene ancora rifinanziata l’Operazione Strade Sicure? Perché quello che è un compito precipuo delle forze di polizia (perfettamente in grado di farlo visto il numero elevato di operatori del settore) necessita del concorso dell’Esercito? Viviamo una situazione eccezionale da dieci anni? Se invece il motivo fosse diverso, ovvero che l’autorità politica sta modificando, silenziosamente, il ruolo ed i compiti dell’Esercito? Il mio sospetto è fondato anche su un recente cambio di paradigma comunicativo da parte dello Stato Maggiore della Difesa.

Su tutte, ho in mente due immagini che ho visto questa estate e che possono confermare i miei dubbi.
La prima, finita su alcuni giornali, è quella dei militari del 32° Reggimento di Fanteria della Brigata Taurinense che pattugliavano, armati, le spiagge di Ventimiglia, facendo la “gincana” tra teli da mare ed ombrelloni.
A molti sarà sembrato che uno dei seimila DPCM di “rito contiano” abbia previsto l’impiego dei militari per verificare, sugli arenili d’Italia, il rispetto da parte dei cittadini bagnanti delle prescrizioni anti-covid.
Una cosa assurda in tempi normali, ma plausibile in tempi di caccia al podista senza auto-certificazione. I vertici dell’Esercito hanno però subito smentito l’allargamento di Strade Sicure al controllo dei lidi italici con un imbarazzato comunicato stampa:

I servizi di presidio propri dell’Operazione “Strade Sicure” sono condotti nella città di Ventimiglia come in altre città costiere della penisola, ma non prevedono disposizioni operative per il pattugliamento di spiagge. Le immagini diffuse si riferiscono ad un intervento occasionale, non operativo, finalizzato alla realizzazione di un’attività giornalistica presso Ventimiglia.

Solo un problema di errata comunicazione quindi? La comunicazione moderna è purtroppo una maledizione pure per le istituzioni secolari (anche le più serie), ma non credo quel servizio giornalistico sia stato solo un inciampo comunicativo.

La prova ce l’ho avuta pochi giorni fa dalla visione della pagina ufficiale Facebook dell’Esercito. In bella vista, negli aggiornamenti del 5 settembre, campeggia una foto di militari in mimetica con manganelli e scudi (con tanto di scritta Esercito al posto della tradizionale scritta Polizia o Carabinieri) nella classica formazione della “testuggine da ordine pubblico”.

Nessuno è forte quanto tutti noi messi insieme, uniti si vince! Buon sabato dall'#EsercitoItaliano #noicisiamosempre #alserviziodelpaese

Pubblicato da Esercito Italiano su Sabato 5 settembre 2020

Così ho scoperto che pure l’Esercito si addestra per compiti di ordine pubblico e lo rivendica ufficialmente.
Pensavo che per L’Esercito questa fosse attività residuale, legata solo all’addestramento di personale in Paesi e zone di guerra in cui i nostri militari svolgono missioni militari (per esempio l’addestramento delle reclute afgane o irachene).

È cosa normale il nuovo corso comunicativo? Sicuri che non sia in atto, su spinta politica, una rivisitazione dei compiti dell’Esercito e si voglia abituare l’opinione pubblica alla novità? Fosse così non mi piacerebbe per nulla.
Per me l’Esercito è presidio di difesa militare, mentre l’ordine pubblico e la lotta all’illegalità possono essere sufficientemente portati a compimento dalle forze di polizia. In democrazia normalmente funziona così, a meno che qualcuno non guardi alla Belfast degli anni Settanta oppure, peggio, alla Hong Kong di oggi.

Davide Lanfranco

Laureato in Sociologia (Università La Sapienza di Roma) con Master in Economia e Finanza degli Intermediari Finanziari (Università LUISS). Da vent’anni lavora per lo Stato Italiano nel settore delle Forze di Polizia.