«Quando s’è per la strada della passione,
è naturale che i più ciechi guidino»
Alessandro Manzoni, Storia della colonna infame


Jung ipotizzava l’esistenza di archetipi mentali, impostazioni psichiche innate che accomunano il genere umano. È possibile che di fronte a determinate esperienze, in particolare se traumatiche come un’epidemia, gli uomini reagiscano nella stessa maniera, a prescindere dall’epoca in cui vivono e dalla presunta “modernità” del loro modo di pensare. Indimenticate sono le pagine manzoniane sulla peste del 1630 e la descrizione della caccia all’untore. Quando l’uomo è in guerra difficilmente può astenersi dall’odiare il nemico; ma un virus è troppo impalpabile come oggetto d’odio, e dunque parte la ricerca del capro espiatorio in carne ed ossa, magari sotto forma di untore che starebbe spargendo il morbo.

In queste settimane di lockdown abbiamo visto tutto ciò all’opera, seppur in maniera meno violenta e drammatica del precedente storico sopra detto. Di fronte al crescere del numero di vittime malgrado il regime di distanziamento sociale, subito è cominciata la caccia al responsabile: la stessa opinione pubblica che, fino al giorno prima, in massima parte sottovalutava l’epidemia continuando ad accalcarsi in bar e ristoranti, ha preso a scagliarsi ogni giorno contro un nuovo untore. Si è partito – non senza ragion veduta – con chi viveva la quarantena come una vacanza, per poi passare – con più fragile motivazione – ai podisti o a chi passeggia (anche se rispetta le distanze prescritte), a chi fa la spesa con troppa frequenza e ai fattorini, infine alle fabbriche (idiota e infame la carta presentata da un quotidiano, che sovrappone la distribuzione delle aziende e del contagio asserendo vi sia una causalità tra le due; qualsiasi persona assennata può comprendere che la coincidenza derivi dal loro essere entrambe dipendenti dalla densità demografica). Non si tratta solo d’odio sparso nei social: le cronache riferiscono di aggressioni verbali a numerosi passanti.

Eppure, le FF.OO. stanno denunciando come inadempienti ai Dpcm solo il 4-5% dei controllati. Assumendo che i controlli si concentrino sui più sospettabili (ad esempio, maggiormente su chi fa assembramenti che su chi sta buttando la spazzatura), questo dato proiettato sulla popolazione italiana andrebbe ridotto. E non tutte le inadempienze sono automaticamente comportamenti che estendono il contagio: se una persona esce di casa ingiustificatamente ma senza avvicinarsi a nessuno, sta violando le prescrizioni ma quasi certamente non diffondendo il virus. La narrativa secondo cui l’indisciplina degli italiani sarebbe la causa della persistente crescita dell’epidemia non regge, sia alla luce del fatto che oltre il 95% sta rispettando le misure varate, sia di un’altra considerazione essenziale.

Non è colpa di nessun untore se il lockdown non fa immediatamente diminuire contagi e decessi. Per quel che sappiamo del virus, il suo periodo d’incubazione va solitamente dai 2 agli 11 giorni, con una media di 5 giorni ma picchi anche di 14. Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, dall’insorgenza dei sintomi all’eventuale decesso trascorrono in media 8 giorni. Considerando che il dato sul numero dei contagiati è poco indicativo (dipende dal numero e dal criterio con cui si effettuano i tamponi – i cui risultati per giunta non sono istantanei), concentrandoci su quello dei decessi vediamo che c’è uno iato, dal contagio alla morte, mediamente di due settimane, ma che può superare anche le tre. Inoltre gli strascichi possono arrivare anche oltre: immaginiamoci il caso di una persona contagiata in prossimità della proclamazione del lockdown, magari asintomatica, che mercè il forzato contatto 24 ore su 24 trasmetta la malattia ai propri conviventi. Questi ultimi potrebbero non essersi ancora manifestati come contagiati, ricoverati o deceduti, sebbene l’evento origini a prima di un lockdown che data ormai più di due settimane. Insomma: potremmo avere un’adesione rigida dal 100% della popolazione eppure sperimentare la crescita dell’epidemia ben oltre l’inizio delle drastiche misure di distanziamento sociale.

Passino gli archetipi e il bisogno delle folle di un capro espiatorio: perché i media, che in teoria dovrebbero informare e riflettere, stanno assecondando, anzi aizzando rabbiosamente la caccia all’untore? Incompetenza, forse; sicuramente bisogno di alzare lo share suscitando forti sentimenti nello spettatore (come odio e indignazione). Ma anche, viene il sospetto, volontà di coprire l’altro possibile bersaglio del risentimento popolare, che sarebbe il Governo. E di scheletri nell’armadio esso ne ha eccome. Perché un regime di lockdown funziona tanto meno e lentamente quanto più diffuso era il contagio nel Paese quando lo si è imposto: e abbiamo già letto della negligenza e minimizzazione con cui a lungo il Governo Conte ha trattato la nuova influenza cinese. Persino il liberal “New York Times” ha pubblicato una dura requisitoria sugli errori del nostro esecutivo.

Non è dunque una sorpresa che dal Governo e dai media a esso allineati (cioè quasi tutti) si sia costantemente alimentata la narrazione dell’italiano indisciplinato che vanifica gli sforzi profusi; i decreti sempre più restrittivi di Giuseppe Conte sono stati vissuti come punizioni collettive per la nostra riottosità, facendo dunque emergere un altro archetipo irrazionale: l’epidemia vista come un castigo e il bisogno di un’espiazione collettiva. Tutto ciò non solo è abietto (nascondere i propri errori scaricandoli su capri espiatori), ma pure pericoloso: si mettono italiani contro italiani, vicini contro vicini, e si ingenerano false attese di rapidi e miracolosi risultati, proprio quando la nostra nazione ha appena cominciato ad affrontare una prova che sarà terribilmente lunga, e richiederà uno sforzo di sacrificio collettivo precluso se ci si guarda tutti in cagnesco e con sospetto.


Daniele Scalea è Presidente del Centro Studi Machiavelli.

Daniele Scalea

Fondatore e Presidente del Centro Studi Machiavelli. Laureato in Scienze storiche (Università degli Studi di Milano) e Dottore di ricerca in Studi politici (Università Sapienza), è docente di "Storia e dottrina del jihadismo" e "Geopolitica del Medio Oriente" all'Università Cusano. Dal 2018 al 2019 è stato Consigliere speciale su immigrazione e terrorismo del Sottosegretario agli Affari Esteri Guglielmo Picchi. Il suo ultimo libro (scritto con Stefano Graziosi) è Trump contro tutti. L'America (e l'Occidente) al bivio.