di Davide Lanfranco

Mi è stato riferito che una delle più alte cariche istituzionali del nostro paese si ispiri alla figura di Winston Churchill. Ottimo, non trovo nulla di male ad ispirarsi a grandi figure del passato per chi occupi ruoli di responsabilità. Soprattutto in un periodo di grave crisi come quello che stiamo vivendo.

Però, al netto delle facili ironie sul parallelo col grande statista inglese, credo che sia il caso di dare un umilissimo suggerimento non richiesto all’alta carica istituzionale. Anche perché, se non erro, è la stessa persona che, appena giurata fedeltà alla Repubblica, avrebbe detto di ispirarsi alla figura di Aldo Moro. Vista la poca assonanza tra la storia personale e politica dell’esponente democristiano e del “British Bulldog”, ho l’impressione che “il nostro” non abbia ancora chiaro quale debba e possa essere la figura cui, visto il suo curriculum, dovrebbe e potrebbe ispirarsi.

Credo di aver trovato la figura giusta rileggendo il Capitolo VII de Il Principe di Niccolò Machiavelli. È il capitolo che descrive De principatibus novis qui alienis armis et fortuna acquiruntur ovvero il caso di condottieri che sono divenuti sovrani con armi altrui e fortuna, quindi in alternativa a quelli descritti nel Capitolo VI, che invece sono divenuti sovrani con virtù e armi proprie.  Chiaramente, e non c’è bisogno di dirlo, nell’accezione machiavellica non esiste un giudizio di valore in merito; non sono in assoluto, per il grande studioso, cattivi i primi e buoni i secondi o viceversa.  Le modalità con cui si acquisisce un Principato sono disgiunte dal giudizio sul Principe, perché il giudizio lo si dà rispetto al modo con cui lo stesso svolgerà la propria funzione storica. Non a caso, nel Capitolo VII, Machiavelli elogia, per l’intraprendenza e la determinazione, la figura del Duca Valentino (ovvero Cesare Borgia), che pure si macchiò di gravi delitti ed aveva conquistato il principato grazie alla buona sorte ed all’aiuto di Papa Alessandro VI, suo padre (appunto qui alienis armis et fortuna acquiruntur).

Il Duca Valentino però commise un errore grave ed imperdonabile, ovvero, forse preso dall’euforia dei facili successi e circondato da adulatori, si affidò totalmente alla buona sorte e non previde le circostanze sfavorevoli che ne avrebbero causato la rovina, come la morte del padre e l’elezione a nuovo pontefice di Giulio II.

Consiglierei all’alta carica istituzionale di rileggere, se non tutto, almeno questo capitolo de Il Principe, perché non è certo un demerito assurgere a ruoli importati per fortuna o grazie alla forza di qualcun altro, ma è catastrofico pensare che le stesse non possano presto o tardi rivolgersi contro.

Davide Lanfranco

Laureato in Sociologia (Università La Sapienza di Roma) con Master in Economia e Finanza degli Intermediari Finanziari (Università LUISS). Da vent’anni lavora per lo Stato Italiano nel settore delle Forze di Polizia.