di Luca Marcolivio

 

La sospensione delle proiezioni cinematografiche causa pandemia ha impedito, almeno per il momento, la diffusione nelle sale di Anni amari, il film su Mario Mieli (1952-1983). Diretta da Andrea Adriatico e presentata all’ultima edizione della Festa del Cinema di Roma, la pellicola ricostruisce la vita dello storico iniziatore del movimento omosessualista in Italia.

Già nella sua fase di realizzazione, il film aveva suscitato vivaci polemiche anche in Parlamento, dal momento in cui, nel 2017, il Governo Gentiloni aveva stanziato ben 150mila euro di contributi, avallando la produzione di Rai Cinema. Altri fondi per il film furono stanziati dalle due regioni più filo-lgbt d’Italia: la Puglia e l’Emilia-Romagna. La giunta Bonaccini garantì ben 105mila euro per le riprese. Un anno dopo, ai tempi del Conte-uno, l’allora sottosegretario ai Beni Culturali, Lucia Borgonzoni, minacciò di bloccare tali fondi, nel caso in cui fosse stato accertato che il film veicolasse espliciti riferimenti alla pedofilia.

L’iniziativa dell’onorevole Borgonzoni finì in una bolla di sapone, tuttavia l’inclinazione pederasta di Mieli era bene conosciuta. Lui stesso, nel suo saggio Elementi di critica omosessuale, scriveva: “Noi checche rivoluzionarie sappiamo vedere nel bambino non tanto l’Edipo, o il futuro Edipo, bensì l’essere umano potenzialmente libero. Noi, sì, possiamo amare i bambini. Possiamo desiderarli eroticamente rispondendo alla loro voglia di Eros, possiamo cogliere a viso e a braccia aperte la sensualità inebriante che profondono, possiamo fare l’amore con loro. Per questo la pederastia è tanto duramente condannata: essa rivolge messaggi amorosi al bambino che la società invece, tramite la famiglia, traumatizza, educastra, nega, calando sul suo erotismo la griglia edipica”. Il controverso intellettuale milanese sosteneva addirittura che tutti gli esseri umani nascono mentalmente transgender, salvo poi venire incanalati verso l’eterosessualità dalla cultura dominante.

Sesto di sette figli, cresciuto in una famiglia benestante, Mieli, come documentato dal film, sviluppò la sua omosessualità nel contesto di un rapporto contrastato con il padre. Gli anni amari ripercorre la vita sregolata di Mario Mieli, i suoi stravizi e il suo cruciale viaggio a Londra, dove fece conoscenza con il Gay National Front. Rientrato in Italia, aderì al collettivo omosessualista “Fuori!” e fondò i Circoli Omosessuali Milanesi. Esaltato dal movimento lgbt come pensatore finissimo e visionario, Mieli ebbe però una vita particolarmente infelice. Nel 1974 fu arrestato per atti osceni all’aeroporto londinese di Heathrow, dove era stato sorpreso a vagare completamente nudo, affermando il suo desiderio di sodomizzare un poliziotto. Soggetto a turbe psichiche, fu ricoverato più volte in reparti psichiatrici. Mieli fu anche dedito all’esoterismo ed esaltava il sadomasochismo, l’omicidio tra consenzienti, la necrofilia e la coprofagia, definita “fonte di piacere” e stimolo per le “facoltà creative”. Tra i suoi slogan: “Lotta dura, contronatura!” e “Mens sana in corpore perverso”. Morì suicida nel 1983, all’età di trent’anni, e, lo stesso anno, gli fu intitolato il “Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli”, tutt’oggi think tank di riferimento per gli ambienti lgbt romani.

L’aspetto più inquietante della massiccia promozione ricevuta dal film Gli anni amari non sono tanto i pur discutibilissimi fondi pubblici ricevuti per la produzione, quanto la tenace opera di “normalizzazione” della memoria di Mario Mieli, attraverso l’espunzione della sua pederastia. Lo stesso regista Andrea Adriatico aveva parlato a suo tempo di ostacoli alla realizzazione del film da parte di un “certo apparato mediatico apertamente ostile”, denunciando “articoli violentissimi, richieste di gogna” e la presunta “triste violentissima equazione omosessualità = pedofilia”. Anche l’attribuzione di pregiudizi ‘omofobi’ a una parte del circuito cinematografico appare sospetta e quantomeno poco veritiera.

Perché tanta determinazione in certi ambienti politici e culturali nel difendere la memoria di un personaggio così altamente ‘divisivo’?

Luca Marcolivio

Saggista e giornalista professionista, è accreditato alla Sala Stampa della Santa Sede dal 2011. Direttore del webmagazine di informazione religiosa "Cristiani Today", collabora con "La Nuova Bussola Quotidiana" e "Pro Vita & Famiglia". Dal 2011 al 2017 è stato caporedattore dell’edizione italiana di "Zenit".