Dopo l’attacco speculativo seguito alle irresponsabili dichiarazioni della Lagarde e l’indignazione nei paesi del Sud Europa per la rigidità mostrata dai settentrionali riguardo alla mancata introduzione degli eurobond, tanti europeisti hanno espresso la loro contrarietà a questo modo di fare. Molti di loro sono in una fase tragica della loro stessa vita politica interiore; d’altronde dover affrontare la realtà dopo anni d’illusione fantasiosa è qualcosa che brucia certezze intime e pretende virate non indifferenti delle proprie speranze e utopie politiche verso altri lidi.

C’è chi ha sempre creduto che di fronte a forti crisi (come quella scaturita dal 2008) ci volessero forti politiche anticicliche e keynesiane. E di fronte a fortissime crisi (come le conseguenze della pandemia) sono necessarie fortissime politiche anticicliche. Molti europeisti, al contrario, hanno inneggiato ad austerità, vincoli esterni e demonizzazione del debito, nonostante sia chiaro che se c’è bisogno ora di espansione monetaria, ce n’era bisogno anche prima. Personalmente non ho mai affidato nessuna speranza alla costruzione comunitaria. Non per scetticismo, non per antieuropeismo: per realismo.

Con realismo non intendo quell’attitudine a vedere le cose in modo “realista” e “pragmatico”. Intendo la scuola realista delle relazioni internazionali, scienza politica allo stato puro, studio del comportamento scientifico delle potenze, costrette a competere in spazi limitati e con interessi contrapposti, le cui uniche reali leggi non possono essere per forza di cose quelle giuridiche, ma le leggi implicite che ogni Stato, involontariamente, quasi pedissequamente, segue. Beninteso: esse non sono prescrizioni, non è un personale augurio affinché le potenze adottino certi comportamenti. È una questione puramente descrittiva, inamovibile della realtà internazionale, la quale non può, purtroppo, essere cambiata. Se non ci si adatta si finisce per essere umiliati dalla storia. Waltz parlerebbe di “condizione di anarchia”, Foscolo, con forza poetica, di “foresta di belve”.

In tutto questo l’Unione Europea non esiste. Ma in che senso?
Ovviamente le istituzioni europee esistono, perlomeno formalmente. Ma non nella sostanza. Niente di tutto quello che chiamate UE ha un ruolo minimo nella conduzione degli affari del mondo e persino nei confronti dei suoi Stati membri. Nella teoria realista, infatti, le istituzioni internazionali sono epifenomeniche, ovvero fenomeno secondario, puramente accessorio, nel migliore dei casi confermativo di situazioni sul campo a cui si è arrivati dopo guerre e misure di potenza. L’Unione Europea rientra perfettamente in questo caso.

L’UE, nelle sue varie denominazioni precedenti a Maastricht, fu essenzialmente un progetto americano atto a compattare la sfera d’influenza europea e non permetterne lo sfaldamento di fronte all’Unione Sovietica. Come mostra la trascrizione del vertice dei leader occidentali nell’aprile del ’49 l’integrazione europea fu progetto imposto da oltreoceano, come cardine della geopolitica antisovietica. Non solo fu un orpello di rapporti e interessi concreti puramente basati su interessi nazionali ed imperiali, ma fu l’orpello di un altro orpello che aveva un fine simile, cioè la NATO.

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Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, il trattato di Maastricht fu essenzialmente progetto di potere dagli Stati, degli Stati, per gli Stati. La Francia cedette alla riunificazione tedesca in cambio di un sistema che potesse legare la Germania, ridurne la destabilizzante portata economica. I francesi, ma anche gli inglesi e noi italiani, speravamo di “europeizzare” la Germania. In linea teorica poteva aver senso, ma fu sbagliata la tattica.
1. I francesi volevano legare a sé la Germania (quasi per ancestrale necessità di evitare una nuova invasione) sul piano economico. Non fu furbo scegliere come campo di gioco quello in cui i tedeschi sono più bravi.
2. Fu concessa la parità di cambio con il marco. E la Germania ebbe così vita facile a inondare di prodotti l’Europa ed imporre disoccupazione alla periferia.
3. Maastricht fu fatta secondo i dogmi della politica economica tedesca. Fobia inflazionistica, del debito, del deficit ed avversione alla dipendenza della Banca Centrale dal Tesoro. Ovvero i capisaldi keynesiani della politica economica mediterranea precedente agli anni ’80, in aggiunta ad una verace economia mista.

La scommessa fu inevitabilmente persa. Il mercato europeo è infatti essenziale alle necessità strategiche tedesche. Al di là della narrazione giunta in Italia, la Germania è un paese estremamente frammentato, quasi tribale, con in seno la scomoda alterità della Baviera, e le tensioni crescenti tra i prussiani dell’est, oggi in Brandeburgo e raccolti in forma partitica nell’AfD, e i renano-westfaliani, a cui gli americani concessero il potere di vice-regno nella nuova Germania federale integrata nell’impero americano. Data questa frammentarietà e crescente tensione interna, la Germania necessita l’euro ed il mercato unico per esportare il più possibile prodotti, importare denaro con il quale pagare il proprio Stato sociale al fine d’impedire il disfacimento del proprio Stato nazionale, o il rischio di un “cambio di regime” tra élite (es. da renani a prussiani).

I francesi allo stesso modo hanno voluto Maastricht per proprie paure ancestrali da un lato, e per perseguire i propri sbiaditi sogni di grandeur dall’altro. Nella visione francese l’Europa non è altro che uno strumento nazionale usato come megafono per la voce del suo presidente, percepita, se pensata in nome dell’intera collettività europea anziché solo di quella francese, ben più potente. E soprattutto il progetto europeo è essenziale per i progetti di sviluppo militare nazionali. Qui la Germania segue la Francia, in economia è il contrario.

Dall’altra sponda dell’oceano gli Stati Uniti sono partiti con una potente offensiva commerciale verso l’Unione Europea. Anche qui va letta in termini realisti. L’UE non esiste. Gli Stati Uniti leggono Germania. Le fasi che attraversano i grandi imperi della storia seguono leggi fisse, sono cadenzate da dettami immutabili. Strategia necessaria di ogni impero globale è impedire l’emergere di un egemone regionale in ogni altro spazio del globo. L’afflato narrativo, favolistico ed economicista che gli europei adoperano per legittimare l’UE è completamente alieno alla narrazione di una potenza matura come gli Stati Uniti. La Germania ha imposto un crescendo d’influenza preoccupante sul continente europeo; e l’intesa energetica con la Russia, riflesso dello spauracchio di mackinderiana memoria, ossia la costruzione di un asse eurasiatico, ne conferma i timori. L’Europa è solo Germania agli occhi dell’America. A prescindere dai presidenti. Difatti già Obama, prima di Trump, criticò aspramente la Germania per il suo gigantesco surplus commerciale.

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Dunque riepiloghiamo. Per i due attori europei principali l’UE è esclusivamente una narrazione sfruttata per interessi nazionali. E gli Stati che ne sono fuori lo vedono ancora più chiaramente. La riluttanza a cambiare dei paesi del Nord non è data da una presunta “cecità” dei loro leader che non hanno capito dove va la storia (come se questo possa facilmente essere intuito mentre essa procede). Purtroppo usando il filtro favolistico si rimane inevitabilmente delusi dal dispiegarsi degli eventi, dalla realtà effettuale delle cose. Soprattutto in un momento drammatico come questo, la presunta rilevanza di un’organizzazione internazionale non può che essere smascherata persino agli occhi dei più innamorati. Perché il come affrontare la pandemia non può essere questione globale; esso è afferente alla sensibilità nazionale di ogni paese, dipendente dal come e quando ogni collettività è abituata o meno a forti stress esogeni, fino ad infiltrare la stessa cultura della morte persistente nelle società umane. L’aleatorietà dell’UE non può misurarsi in un capo così intimo, e non può, in tali condizioni, continuare a fingere con successo di esistere.

L’UE non è mai stata progetto reale; è stata degna narrazione, favola, adoperata da altri Stati anche in termini estremamente tragici: come nel caso delle economie del Sud Europa, le quali non sono state falcidiate “dalla Unione Europea”, ma dagli strumenti che alcune potenze regionali (Germania in primis) hanno prestato ad un artificio precario e temporaneo, e che possono essere ritirati in qualsiasi momento o adoperati per tattiche differenti.

L’Italia ha avuto bisogno di 80 anni per rendersi conto di crepe nella dannosa favola europea. È ora di riprenderci spazi di sovranità regalati ai nostri concorrenti in un gioco a somma zero. Il nostro candore europeistico è stato quasi commovente, ma è tempo di tornare alla realtà. Tornare machiavelliani e realisti.


Giuseppe Palazzo è studente di Relazioni internazionali all’Università di Bologna.