“Dall’Alpi a Sicilia dovunque è Legnano”. La Lega fra storia e futuro è il quindicesimo Dossier del Machiavelli, opera di Dario Citati.

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SOMMARIO ESECUTIVO

  • Nella storia contemporanea d’Italia il concetto politico di Lega nasce nel Risorgimento, per indicare un progetto nazionale di Confederazione italiana fra gli Stati preunitari alternativo all’unificazione forzata in un solo Stato. Fino al 1848, esso era sostenuto trasversalmente da Nord a Sud, da intellettuali e politici di ogni orientamento e dalla stessa Chiesa cattolica.
  • I costanti tentativi di riforme autonomiste e per il decentramento amministrativo hanno mostrato la maggiore fondatezza del progetto confederale rispetto allo Stato unitario e centralizzato, che sin dalla nascita ha generato una forte critica da parte dei federalisti di tutto il Paese. Dall’unità d’Italia al Secondo dopoguerra il federalismo è nato e si è sviluppato al Sud, in parallelo al meridionalismo, mentre in età repubblicana si è spostato in Italia settentrionale trovando espressione nella Lega Nord.
  • Il passaggio dalla Lega Nord alla Lega nazionale di Matteo Salvini è radicato in questa storia e può recuperare le culture politiche federaliste del Sud e del Nord, attualizzando l’idea di Patria una ma plurale che accompagnò il progetto di Confederazione italiana. Il federalismo e il sovranismo della Lega sono due facce della stessa medaglia, perché nascono dalla medesima esigenza di avvicinare il potere al cittadino e di restituire alle scelte politiche in alto la legittimazione dal basso.
  • La Lega ha l’occasione storica di diventare un partito conservatore di massa a forte tinte sociali e con proiezione maggioritaria. Il suo futuro dipenderà dalla capacità di diventare istituzionale restando populista, portando avanti una classe dirigente qualificata ma sempre in contatto col Paese reale e consolidando all’estero una rete di alleanze internazionali strategiche.

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[showhide type=”testo” more_text=”Mostra di più” less_text=”Mostra di meno”]1. Il progetto di Lega italiana nella storia del Risorgimento

In Italia il tema della costruzione dello Stato nazionale unitario rappresenta un argomento molto divisivo e spesso foriero di ripercussioni importanti anche nell’attualità del dibattito politico. Da ormai diverso tempo si sono affacciate, tanto nella storiografia quanto nella pubblicistica, interpretazioni revisionistiche del Risorgimento che hanno enfatizzato non solo il carattere annessionistico della politica del Regno di Sardegna verso gli altri territori italiani (in particolare verso il Sud), ma anche il ruolo e gli interessi delle potenze straniere nella creazione dello Stato unitario, la dimensione anti-cristiana delle spedizioni garibaldine, l’esclusione o la scarsa partecipazione delle masse popolari all’unità nazionale, nonché l’accentramento amministrativo sul modello napoleonico in spregio alle tradizioni locali precedenti e l’aumento delle disuguaglianze socio-economiche dopo il 18611. Se vanno senz’altro criticate talune esagerazioni in tal senso – miranti ad alimentare una visione complottistica dell’intero processo risorgimentale e a suggerire nostalgie acritiche e idealizzate circa la realtà degli Stati italiani preunitari – il merito di questo revisionismo è stato però quello d’aver gettato luce su problematiche reali della storia nazionale, così come su quelle che avrebbero potuto costituire alternative concrete alle modalità in cui si è realizzata l’unità italiana. In particolare, il progetto di una Confederazione tra i diversi Stati italiani del XIX secolo (Regno delle Due Sicilie, Stato pontificio, Granducato di Toscana, Ducati di Modena e di Parma, Regno di Sardegna e Lombardo-Veneto liberato dall’occupazione austriaca) ha probabilmente rappresentato la più grande occasione mancata del processo risorgimentale. Nelle sue diverse articolazioni e proposte, tale progetto si imperniava infatti sull’idea di dar vita a una Lega italiana che sola avrebbe potuto garantire la piena indipendenza e sovranità a tutta la penisola, assicurando al contempo ampia autonomia politico-amministrativa alle diverse entità che la componevano.
Due erano le caratteristiche di tale proposta confederale: in primo luogo quella di esprimere una visione autenticamente nazionale, nel senso che si trattava d’un progetto teorizzato e sostenuto da intellettuali e patrioti del Nord, del Centro e del Sud Italia. Secondo, in essa emergeva una concezione dello Stato sostanzialmente trasversale alle diverse culture politiche: dal legittimismo cattolico al costituzionalismo liberale, dalla cultura monarchica a quella repubblicana, dai moderati ai democratici radicali, l’idea di una Confederazione fra gli Stati allora esistenti – possibile preludio all’esistenza di un futuro unico Stato federale – appariva a molti l’unica opzione atta a costruire un’Italia coesa e rafforzata di fronte alle ingerenze straniere ma pur sempre composta di entità autonome nel proprio governo interno. Risulta che la prima idea di costituire una Lega di Stati italiani nel XIX secolo si debba, inaspettatamente, a Ferdinando II di Borbone, che la invocò inizialmente soprattutto come difesa dall’estremismo giacobino e rivoluzionario sobillato dalle potenze straniere. Nel novembre 1833 l’ambasciatore borbonico a Roma, conte Ludolf, propose infatti al Cardinal Bernetti, segretario di papa Gregorio XVI, «la formazione d’una Lega offensiva e difensiva di tutte le Corti d’Italia sia contro le opere della propaganda rivoluzionaria, sia contro quella qualsifosse potenza che pigliasse a favoreggiare la rivoluzione»2. L’idea di Lega o Confederazione iniziò però rapidamente a farsi strada ben oltre i legittimisti, mietendo consensi tra tutte le forze che intendevano mantenere le proprie tradizioni di governo locale, migliorandole con necessarie riforme costituzionali e facendo fronte comune per garantire l’indipendenza di tutte le terre italiane. Modello di questo approccio divenne presto lo Zollverein tedesco, l’Unione Doganale fra i 38 Stati della Confederazione Germanica inaugurata nel 1834. Combinando protezionismo verso l’esterno e abolizione di tariffe doganali interne, il caso tedesco appariva un buon esempio da imitare per avviare un processo di aggregazione realmente condiviso e partecipato tra i popoli e le classi dirigenti della penisola3.

2. Il Primato degli Italiani e l’idea di Lega nell’Italia del Nord e del Centro

A conferire dignità intellettuale di dottrina e cultura politica all’ipotesi di una Confederazione di Stati italiani fu in primo luogo l’opera del presbitero torinese Vincenzo Gioberti (1801-1852), caposcuola di quella corrente di pensiero detta spregiativamente «neoguelfismo» perché guardava al cristianesimo cattolico come collante di civiltà primario per le genti e i popoli d’Italia. Il suo libro Del primato morale e civile degli Italiani, pubblicato nel 1843 e significativamente dedicato ad un altro patriota cattolico quale il saluzzese Silvio Pellico (1789-1854), ebbe una grande fortuna negli anni Quaranta dando un impulso fondamentale alla fase iniziale del processo risorgimentale, quella che si concluse con la Prima guerra d’indipendenza. Benché l’insieme del pensiero giobertiano non fosse privo di aspetti problematici (per esempio la scarsa attenzione al ruolo del Lombardo-Veneto sotto occupazione austriaca, ma anche talune posizioni eterodosse in materia ecclesiastica e una certa strumentalizzazione del Papa nell’idea utopistica di affidargli la presidenza della Confederazione italiana), il merito indubbio e tuttora valido del Primato resta proprio quello di aver associato patriottismo e federalismo, indipendenza italiana e autonomie locali. L’appassionata difesa dell’Italia e della sua missione nella storia delle civiltà andava di pari passo con una concezione dello Stato dichiaratamente anti-centralistica, nella piena convinzione che l’unità spirituale italiana, ben viva nella lingua e nella letteratura, nelle arti e nella religione, si articolava però in una tale pluralità di concrete espressioni locali – tanto culturali quanto soprattutto politico-amministrative – da richiedere forme di governo il più possibile decentrate. Per questo nel Primato si proponeva «il concetto di una lega italiana, che lungi dall’intimidare, aggiungerebbe spiriti ed audacia al nostri governi, come attissimo ad accrescere la loro potenza […] non coi gretti interessi della giornata, ma colla providenza oculata dell’avvenire»4.
Di origine trentina era Antonio Rosmini (1797-1855), filosofo e sacerdote che tentò senza successo di mediare tra Papa Pio IX e il governo di Torino, e che parimenti si fece sostenitore di una «confederazione perpetua» per assicurare l’indipendenza e la sovranità degli Stati italiani lasciandoli autonomi nelle questioni di governo interno5. Piemontese come Gioberti era invece lo storico Cesare Balbo (1759-1853), che nelle Speranze d’Italia (1844) si fece portavoce della medesima proposta, argomentando con dovizia di particolari che «le confederazioni sono l’ordinamento più conforme alla storia d’Italia»6 , al contempo disapprovando l’utopistica idea di Gioberti di affidarne al Papa la presidenza e sottolineando con maggiore chiarezza il problema rappresentato dall’Austria. Il concetto politico di «lega», presente nelle pagine di Gioberti, Rosmini e Balbo in riferimento alla Lega doganale ma utilizzato talvolta anche come sinonimo di Confederazione politica, richiamava in parte la Lega italica (l’alleanza seguita alla Pace di Lodi del 1454 che aveva garantito una politica dell’equilibrio nella penisola, su cui da sempre vi erano giudizi contrastanti), ma soprattutto la Lega Lombarda d’epoca medievale. Proprio l’alleanza dei comuni del Nord, che nella battaglia di Legnano del 29 maggio 1176 avevano sconfitto l’imperatore Barbarossa, divenne facilmente un efficace mito ispiratore per la cultura politica neoguelfa. La battaglia di Legnano e l’esperienza della Lega Lombarda figuravano non a caso come «l’impresa più grande e ad un tempo più sublime che la nostra storia ricordi»7 nei Pensieri sull’Italia di un anonimo lombardo (1846), sotto cui si celava il patriota valtellinese Luigi Torelli (1810-1887). Celebre per aver issato il tricolore su una guglia del Duomo di Milano all’alba del 20 marzo 1848, durante le Cinque Giornate, Torelli fu sostenitore di una futura confederazione tripartita in un Regno dell’Alta Italia, Regno dell’Italia centrale e Regno della Bassa Italia in accordo con le idee neoguelfe. In terra lombarda il pensiero federalista trovò però espressione soprattutto a sinistra, in attivisti e autori di orientamento repubblicano e radical-democratico quali Giuseppe Ferrari (1811-1876) e soprattutto Carlo Cattaneo (1801-1869). Prendendo a modello la Svizzera e gli Stati Uniti d’America, essi muovevano da posizioni progressiste, ostili alle dinastie regnanti e intenzionati a modificare profondamente l’ordine sociale, ma erano altrettanto critici nei confronti del centralismo unitario teorizzato e poi realizzato da Mazzini, Garibaldi e Cavour.
In Veneto la proposta politica confederale si manifestò invece nel solco della concezione neoguelfa grazie soprattutto all’attività del «padre spirituale di tutte le genti adriatiche», cioè il letterato dalmata Niccolò Tommaseo (1802-1874), protagonista dell’insurrezione veneziana del marzo 1848 durante la quale fu liberato dal carcere. Sincero patriota e sostenitore dell’irredentismo italiano in Dalmazia, filologo di grande levatura per i suoi studi sulla lingua, Tommaseo apprezzava l’iniziativa dei Savoia nella misura in cui questa poteva contribuire a liberare le terre italiane dall’occupazione austriaca, ma ne contestava le mire espansionistiche convinto che fosse necessario «a ciascuna provincia lasciare che, salva l’unità, si governi, quanto può, da se stessa», e che tale autonomia locale ben si accordava all’auspicio «che tutta Italia, fino all’ultimo confine segnato dalla favella, compreso il Friuli e quel che chiamano Tirolo italiano, sia libero: e che in vincoli di confederazione si unisca il Piemonte all’altre regioni d’Italia»8. Un’altra figura importante del neoguelfismo veneto, rimasta poco nota ma che meriterebbe ben altra attenzione, fu il padovano Eugenio Albèri (1807-1878). Storico e poligrafo di grande erudizione, sostenitore della Confederazione italiana e difensore del Papato, durante la Prima guerra d’indipendenza e si arruolò volontario nell’esercito pontificio entrando a far parte dello Stato maggiore del Generale Durando. A partire dagli anni Cinquanta Albèri divenne poi sempre più critico del percorso unitario proprio per l’abbandono dell’ipotesi confederale e per il predominio delle tendenze centralistiche e anticlericali; negli anni Sessanta sostenne quindi con forza provvedimenti in favore del decentramento amministrativo, ad esempio la fallita riforma Minghetti, nell’auspicio che un ordinamento regionalista potesse riavvicinare la popolazione alle istituzioni locali e favorire la costituzione degli Stati Uniti d’Italia9.
Altro polo di diffusione di idee leghiste e confederali in Italia settentrionale fu Genova: il 5 gennaio 1848 nel capoluogo ligure uscì il primo numero del giornale La Lega Italiana, fondato e diretto dal pesarese Terenzio Mamiani della Rovere (1799-1885) e dall’alessandrino Domenico Buffa (1818-1858). Anche in questo caso l’idea dominante era la consapevolezza che il solo nazionalismo possibile, in Italia, scaturiva dalla preservazione e dalla corretta armonizzazione delle identità cittadine e regionali. Soltanto attraverso una Lega italiana si sarebbe potuta garantire indipendenza e sovranità verso l’esterno e governi che fossero legittima espressione delle comunità locali all’interno. Scendendo verso l’Italia centrale, un’altra città dove si diffusero gli ideali patriottici all’insegna della proposta leghista-confederale fu Firenze. Qui il 2 luglio 1847 uscì il primo numero del giornale La Patria, fondato e diretto dal giurista Vincenzo Salvagnòli (1802-1861), che animò un vivace dibattito con altri esponenti del moderatismo liberale toscano quali Gino Capponi (1792-1876) e Raffaello Lambruschini (1788-1873). L’idea di Patria, di «terra dei padri» libera dallo straniero, da molti di essi veniva declinata non secondo il paradigma napoleonico dello Stato-nazione burocratico e centralizzato, bensì appunto nella proposta di confederare gli Stati italiani. Nella Lega italiana essi avrebbero trovato il mezzo per rafforzarsi gli uni con gli altri, e forse in un successivo momento si sarebbero evoluti in un singolo Stato federale. Sempre nella città di Dante e Machiavelli, un originale progetto confederale era stato formulato anche da Giovan Pietro Vieusseux, fondatore dell’omonimo gabinetto scientifico-letterario ed esponente di prim’ordine della vita culturale fiorentina. Nel suo Frammenti sull’Italia nel 1822 e progetto di confederazione, Vieusseux articolò una proposta di Confederazione di nove Stati italiani, certo che la soluzione d’una Lega e d’un sistema federale fossero «nelle condizioni in cui si trova ora l’Italia, il partito più savio a cui si possa appigliarsi nell’interesse de’ popoli e de’ loro sovrani»10.

3. La Lega italiana e il mito di Legnano nel Regno delle Due Sicilie

Un fatto solo apparentemente sorprendente è che il proposito di creare questa Lega italiana trovò un fecondo terreno di coltura anche e soprattutto nelle regioni del Mezzogiorno, grazie anche alla diffusione dell’opera di Gioberti11. Se in Abruzzo la figura più rappresentativa fu il marchese Luigi Dragonetti (1791-1871), che sperava nella possibilità di riformare il Regno delle Due Sicilie mantenendone la fisionomia nella futura Confederazione, nel resto del Sud fu la Campania la principale sede di dibattiti sul futuro confederale del Paese. Una serie di giuristi, storici alti funzionari definiti «municipalisti» e attivi soprattutto a Napoli, quali Carlo Troya (1784-1858), Federico Persico (1829-1919), Enrico Cenni (1825-1903), Giovanni Manna (1813-1865) e Giacomo Savarese (1808-1884), si fecero interpreti audaci dell’idea di Lega italiana. Sottolineando il ruolo unificante a livello nazionale del cristianesimo e della cultura alta, essi insistevano sulla necessità di preservare e valorizzare, riformandole, le forme istituzionali degli Stati italiani assegnando ovviamente un ruolo essenziale al Regno delle due Sicilie nel processo confederale. Come sarà successivamente riconosciuto anche dagli avversari, soltanto la vittoria politica del filone centralista e unitario avrebbe poi oscurato l’importanza di questa corrente culturale12, fortemente ancorata alla tradizione dello storicismo vichiano e che avrebbe senz’altro meritato maggiore ascolto da parte della Corona borbonica. Vicino alla scuola municipalista fu anche Pietro Calà Ullòa (1801-1879), l’ultimo Primo ministro del Regno delle Due Sicilie, che in un pamphlet dall’evocativo titolo Unione, non unità d’Italia argomentava: «la confederazione è l’unica possibile in Italia, perché poggia sul genio della nazione […] I difensori più illustri dell’indipendenza italiana l’hanno sempre intesa, e servita, attraverso leghe e confederazioni […] Per quanti amano veramente la patria, l’unità non può essere che nella federazione, un fatto di fede e di coscienza»13.
La vittoria a Legnano della Lega Lombarda, «simbolo dell’alleanza tra potere civile e papato in nome del riscatto della nazione»14, anche a Napoli divenne esplicitamente un mito ispiratore. Lo si vede ad esempio nell’opera dell’abate benedettino Luigi Tosti (1811-1897), partenopeo vicino anch’egli ai municipalisti neoguelfi. Nel 1848 Tosti pubblicò una Storia della Lega Lombarda, dedicata a Pio IX, in cui il Carroccio assurgeva a rappresentazione morale della patria, «che quasi viva e seguita dalle più sante affezioni di Dio e famiglia, sorreggeva i battaglianti a fronte del nemico» nell’evidente parallelismo tra l’alleanza dei comuni settentrionali nel Medioevo e quella di cui erano in cerca gli Stati italiani, da Nord a Sud, nell’Ottocento: «le insegne e le bandiere militari le usarono tutti i popoli negli eserciti: il Carroccio fu solo degli Italiani»15.
In Basilicata, i sostenitori della Lega degli Stati italiani furono anch’essi animati da uno spirito riformatore nel segno della continuità con le tradizioni locali, non privo però di mordaci critiche all’amministrazione borbonica. È il caso del poeta Nicola Sole (1821-1859) e del giurista Vincenzo d’Errico (1798-1855), fondatore del Circolo Costituzionale Lucano, che si possono entrambi ascrivere a un filone centrista e moderato nella loro adesione al progetto di Confederazione italiana. In Calabria le istanze confederali erano invece spostate più a sinistra, come nell’opera e nell’azione del cosentino Francesco Saverio Salfi (1759-1832). Erudito di formazione illuminista, il suo progetto di Lega italiana prevedeva comunque di preservare il principio di legittimità e le dinastie regnanti, in vista però di un loro successivo rovesciamento in favore d’una «repubblica federativa». Già nel 1820, un altro esule calabrese riparato a Londra, il capitano Francesco Romeo, aveva redatto un opuscolo dal titolo Federative Constitution for Italy. Project for its Regeneration, rimasto ignoto come il suo autore, che pure anticipava di circa un ventennio alcune idee – come il riferimento all’ordinamento costituzionale inglese quale fonte cui ispirarsi per riformare le monarchie italiane – che sarebbero poi state espresse, in particolare, da Cesare Balbo16.
Se i grandi intellettuali sardi come Giorgio Asproni e Giovanbattista Tuveri non potevano che sostenere la causa dell’autonomia dell’isola, accanto alla Campania l’altro baricentro meridionale di idee confederali fu senz’altro la Sicilia, dove si sviluppò una ricca pubblicistica di segno costituzionalista e autonomista grazie all’attività editoriale di alcune delle migliori menti dell’epoca: Emerico Amari (1810-1870), Raffaele Busacca (1810-1893), Vito D’Ondes Reggio (1811-1885), Francesco Paolo Perez (1812-1892) e Francesco Ferrara (1810-1900). Economisti, magistrati e giuristi, inizialmente riuniti attorno al «Giornale di statistica», costoro articolarono un vasto dibattito in cui venivano teorizzate riforme costituzionali ed economiche finalizzate a combattere i monopoli e le rendite improduttive, perorando la causa dell’autonomia della Sicilia dai Borbone di Napoli (come apparve evidente nel loro sostegno alla Rivoluzione siciliana del 1848) e il suo successivo inserimento nella Lega italiana, «perché prima viene l’indipendenza riconosciuta e poi la lega, perché lega significa indipendenza e unione»17. In modo che oggi può apparire profetico, questi autori combinavano inoltre l’esigenza di riforme costituzionali a una forte critica delle politiche assistenzialiste, a cui opponevano un approccio liberista all’economia. Tra i migliori frutti della scuola federalista siciliana si può menzionare il giornale palermitano L’indipendenza e la Lega, in cui si parlava appunto dell’indipendenza della Sicilia «non in senso separatista, ma come eminentemente utile alla emancipazione d’Italia»18 e che faceva emergere nondimeno la crisi di legittimità dei Borbone nell’isola. Palermitano e sostenitore di una Sicilia indipendente all’interno della Lega italiana fu anche una delle figure intellettuali più sottovalutate di tutto il Risorgimento: quel padre Gioacchino Ventura (1792-1861) che insieme a Rosmini e Gioberti compone la triade di sacerdoti consiglieri di Pio IX che si sforzarono, non senza contraddizioni ed errori, di tenere insieme la fedeltà alla Chiesa e l’amore per l’Italia. Autore estremamente prolifico, seguace e primo divulgatore in Italia dei filosofi controrivoluzionari Joseph de Maistre e Louis de Bonald, Ventura sarà anche uno dei riferimenti di don Luigi Sturzo per il suo proposito di «battezzare la democrazia», cioè per il non facile tentativo di dare una base democratica e popolare al cattolicesimo, sottraendo alle sinistre il consenso delle masse senza però snaturare in senso progressista e modernista il messaggio cattolico19.

4. Il 1848 e il tramonto del sogno leghista-confederale

Il biennio 1846-1848 segnò senz’altro l’apogeo di questo patriottismo leghista e confederale che fermentava vivacemente dalle Alpi alla Sicilia. Nel 1846, l’elezione di Pio IX accese le speranze di molti per il suo iniziale sostegno alla causa italiana che culminerà nel celebre «Benedite, gran Dio, l’Italia» di due anni dopo. Nel 1847, proprio su iniziativa del Pontefice e prendendo a modello lo Zollverein tedesco, furono avviate le trattative diplomatiche per la costituzione della Lega Doganale Italiana tra lo Stato Pontificio, il Granducato di Toscana e il Regno di Sardegna20. Lo scopo era quello di «addivenire ad una Lega politica, che fosse come il nucleo cooperatore della nazionalità italiana, e potesse dare all’Italia quell’unità di forza che è necessaria alla difesa interna ed esterna ed allo sviluppo regolare e progressivo della prosperità nazionale»21. Di lì a poco fu fondata la Società nazionale per la Confederazione italiana22, mentre tutti i sovrani della penisola concessero delle Costituzioni e gettarono le basi d’una alleanza per opporsi allo straniero. Nella fase iniziale della Prima guerra d’indipendenza si trovarono brevemente schierati insieme il Regno di Sardegna, il Granducato di Toscana, lo Stato Pontificio, i Ducati e di Parma e Modena e il Regno delle Due Sicilie, coalizzati per liberare le terre venete e lombarde. Parve così realizzarsi l’unità d’intenti di costituire la tanto agognata Lega italiana, libera Confederazione di Stati, come si può leggere nel proclama di Ferdinando II del 7 aprile 1848: «Noi consideriamo com’esistente di fatto la Lega Italiana, dacché l’universale consenso de’ Principi e de’ popoli della Penisola ce la fa riguardare come già conchiusa, essendo prossimo a riunirsi in Roma il Congresso che Noi fummo i primi a proporre; e siamo per essere i primi a mandarvi i rappresentanti di questa parte della gran famiglia italiana»23. Il Re affermava quindi che «le sorti della comune patria vanno a decidersi in Lombardia», dove «ogni Principe e popolo della penisola è in debito di accorrere, e prender parte alla lotta, che ne deve assicurare l’indipendenza, la libertà e la gloria»24. Secondo recenti scoperte archivistico-documentarie, in questo di clima generale la pur effimera iniziativa «nazionale» da parte del sovrano borbonico riscosse l’approvazione di Giuseppe Verdi, il grande compositore emiliano che nei mesi precedenti, dopo la concessione della Costituzione napoletana (poi revocata), gli aveva dedicato persino un inno: La Patria – Inno nazionale a Ferdinando II25.
L’illusione sarebbe durata poco, con il ritiro del Borbone e del Papa dalla coalizione antiaustriaca, le sconfitte di Custoza e Novara ed il rapido estinguersi sul nascere dell’alleanza politica nonché della stessa Lega Doganale. Le oscillazioni tra necessità di riforme e mantenimento di vecchi privilegi, l’incapacità dei governi preunitari di valorizzare le proprie migliori componenti culturali, la mancanza di una idea giuridica precisa e condivisa su come strutturare la Confederazione, nonché soprattutto l’aggressività delle forze centraliste e unitarie condurranno poi a un’unificazione nazionale molto diversa da ciò che sino al 1848 avevano auspicato i patrioti leghisti-confederali del Nord, del Centro e del Sud Italia. E purtuttavia del mito della Lega Lombarda e di Alberto da Giussano, simbolo ispiratore di un’Italia indipendente dallo straniero e composta da Stati alleati nel vincolo confederale, resteranno tracce anche nella cultura nazionale unitaria: per esempio nell’inno di Mameli, dove si rammenta che dall’Alpi a Sicilia dovunque è Legnano, ma anche nei cicli pittorici celebrativi del Risorgimento quali i dipinti di Amos Cassioli dedicati alla Battaglia di Legnano e al Giuramento di Pontida.

5. Le radici cristiane del progetto preunitario di Lega italiana

«Io non solo approvo la Lega, ma la riconosco necessaria; per questo ho invitato pertanto i sovrani di Napoli, di Toscana e di Sardegna a concluderla; disgraziatamente il Governo di Torino si mostra restio»26. Con queste parole Papa Pio IX aveva dato il suo assenso al progetto di Lega italiana, e già all’indomani della sua elezione in molti avevano sperato in un contributo alla causa dell’indipendenza e di una qualche forma di unione confederale della penisola. Non bisogna dimenticare che la rivolta antiaustriaca nelle Cinque Giornate di Milano (18-22 marzo 1848), fu incoraggiata proprio dalla nomina di un italiano, Carlo Bartolomeo Romilli, come arcivescovo della città, salutato con gran favore dalla popolazione. Ciò testimonia quanto il sentimento nazionale italiano – anche espresso nella forma di appartenenza locale e cittadina – e il sentimento religioso cattolico andassero di pari passo. Con l’allocuzione al Concistoro del 29 aprile 1848 Non semel, il Papa fece però marcia indietro, ritirando il contingente militare pontificio dalla guerra contro l’Austria e dichiarando di non volersi immischiare nei conflitti nazionali. L’assassinio del Primo ministro dello Stato pontificio Pellegrino Rossi nell’ottobre dello stesso anno e la proclamazione della Repubblica Romana avrebbero poi rappresentato, ai suoi occhi, la controprova che fra coloro che combattevano in nome dell’Italia avevano ormai preso il sopravvento forze ideologicamente ostili alla Chiesa, per le quali l’unità nazionale rientrava in un processo di matrice giacobina e rivoluzionaria il cui fine ultimo era una società completamente scristianizzata27.
L’immagine di una Chiesa cattolica nemica dell’Italia unita (nonché la spaccatura fra cattolici e anti-cattolici che costituirà a lungo una delle ferite più dolorose dell’unificazione) va fatta risalire proprio al 1848: cioè all’abbandono del progetto di Confederazione italiana, appoggiato dalla Chiesa al punto tale che il Papa in prima persona aveva avviato la Lega Doganale, in favore del programma unitario centralista fondato sulla conquista militare degli altri Stati italiani da parte del Regno del Sardegna e dei garibaldini. Un dipinto dell’epoca spiega meglio di tante parole come, sino a quel fatidico 1848, il patriottismo italiano e il cattolicesimo fossero non solo compatibili, ma quasi indissociabili l’uno dall’altro: la Meditazione di Francesco Hayez (1850). La Patria è qui personificata in una giovane donna dal seno nudo, dallo sguardo ambiguo e misterioso che quasi oscilla tra ostinazione e rassegnazione, mentre in una mano tiene un volume di una «Storia d’Italia» e nell’altra un crocifisso dove sono incise le date delle Cinque Giornate. A Milano come nel resto della penisola, il senso di appartenenza non poteva infatti prescindere dall’identificazione con quel simbolo che indicava non solo una fede religiosa, ma un costume, un insieme di pratiche e di valori in grado di affratellare, più di tante astrazioni, gli abitanti delle diverse regioni d’Italia.
E per avere un’ulteriore conferma di quanto il Papa e le gerarchie ecclesiastiche non fossero stati ostili, ma avessero anzi approvato con entusiasmo l’indipendenza italiana – nella forma compatibile con le prerogative della Chiesa stessa, cioè appunto la Lega o Confederazione – si possono leggere le parole di Giuseppe Romano, un gesuita siciliano collaboratore del già menzionato giornale palermitano L’indipendenza e la Lega, grande oppositore di Gioberti nella polemica sulla Compagnia di Gesù ma ugualmente convinto della necessità di confederare il Paese: «La Lega! il sospiro di tanti anni, il voto unanime de’ popoli italiani quanti abitano questo benedetto Paese dalle Alpi all’Etna, l’opera incominciata e già presso a compiersi sotto i fausti auspici dell’immortal Pio IX […] laonde essenza della Lega è che i popoli sieno liberi ciascuno di reggersi a suo modo in casa propria; e che tutti spontaneamente si obblighino e restino astretti a prestarsi quei vicendevoli aiuti che rendano la forza del tutto vigorosa e compatta»28.
Si può dire che il progetto di un’Italia confederale non fosse certo prerogativa esclusiva del mondo cattolico, perché era stato avanzato con ricche argomentazioni anche dai repubblicani milanesi come Cattaneo e Ferrari o dai liberali moderati della Toscana. Ma la Lega rappresentava il progetto nazionale nel quale tanto i cattolici laici quanto il clero avevano creduto e nel quale, se si fosse realizzato, avrebbero potuto riconoscersi insieme a tutti gli Italiani. In primo luogo perché, fondandosi sulla libera associazione, una Confederazione italiana non avrebbe usurpato con la forza i territori di nessuno degli Stati preunitari, neppure di quello pontificio. Ma anche perché in questa idea di Lega italiana si esprimeva una visione di società fondata sui valori cristiani che, a prescindere dall’orientamento personale dei singoli, riconosceva nel ruolo anche istituzionalizzato della religione il più antico e concreto fattore comune d’identità.

6. Dall’Unità d’Italia alla Seconda Repubblica: meridionalismo, federalismo, Lega Nord

Se prima dell’unità d’Italia il sogno di molti era stato la creazione di una Confederazione di Stati italiani, dopo il 1861 s’impose da subito la trasformazione in senso federale dello Stato unitario. Quanto fosse viva l’esigenza di modificare profondamente l’assetto di questo nuovo Stato, che amplificando la contrapposizione tra Nord e Sud, tra cattolici e laici, tra Paese reale e Paese legale, sembrava capace di spaccare più di quanto fosse riuscito a unire, lo si vide già in concomitanza e all’indomani dell’Unità stessa. I primi due tentativi in questo senso furono la riforma Farini del 1860, che ancor prima della proclamazione del Regno d’Italia proponeva una suddivisione amministrativa in Regioni, Province, Circondari e Comuni; e soprattutto la riforma Minghetti del 1861, che puntava ad un decentramento amministrativo con gli organi locali gerarchicamente svincolati dall’amministrazione centrale. Entrambi i tentativi furono bocciati: lo Stato, che già molti sudditi del neonato Regno d’Italia percepivano come un’entità estranea che si era imposta con la violenza, si orientò verso una sempre più marcata centralizzazione delle sue articolazioni burocratico-amministrative. Proprio in questa non facile congiuntura post-unitaria si andò sviluppando la cultura politica del federalismo, in parallelo alla «questione meridionale» con il contributo di intellettuali e politici inizialmente tutti provenienti dal Mezzogiorno. Francesco Saverio Nitti, Gaetano Salvemini, Napoleone Colajanni, Guido Dorso – solo per menzionarne alcuni – furono aspri contestatori dello Stato centrale e, senza alcuna nostalgia per i passati regimi, sostennero incessantemente la causa federalista come soluzione ai problemi del Paese. Il lucano Nitti, economista di fama internazionale di orientamento liberale e repubblicano, antiborbonico per convinzione e per tradizione familiare, ebbe ad esempio l’onestà intellettuale di riconoscere i buoni risultati a livello finanziario e amministrativo che aveva raggiunto il Regno delle Due Sicilie. Ma se da un lato documentò in modo inappuntabile come dopo l’Unità fossero state drenate le finanze del Sud per ripagare il debito pubblico sabaudo e permettere gli investimenti al Nord29, dall’altro criticò il parassitismo dei ceti possidenti meridionali e identificò nell’industrializzazione il rimedio agli squilibri esistenti. Salvemini, grande storico pugliese di orientamento socialista, sviluppò invece il pensiero di Cattaneo e vide proprio nell’autonomia il modo per responsabilizzare le classi dirigenti del Mezzogiorno spesso colpevoli d’inettitudine e immobilismo. Particolarmente acuta era la sua tesi del «blocco storico» costituito da latifondisti del Sud e industriali del Nord che perpetuavano non solo l’arretratezza del Meridione, ma anche le pessime condizioni di vita di operai settentrionali e contadini meridionali. In questo contesto si palesava il ruolo nefasto dello Stato unitario burocratico e centralizzato, che incentivando le assunzioni nel settore pubblico favoriva di fatto il clientelarismo e scoraggiava la nascita d’una piccola borghesia produttiva in grado di suscitare sviluppo e mobilità sociale. Individuando comunque nella città di Milano il centro propulsore di un riassetto federale dell’intero Stato italiano, Salvemini proponeva di demandare ai «comuni perfettamente autonomi» e quindi alle regioni la maggior ampiezza di poteri possibile30.
Originale sintesi tra il meridionalismo postunitario di impronta liberal-socialista e la tradizione neoguelfa preunitaria può essere considerato il pensiero di don Luigi Sturzo, che da un punto di vista generazionale a sua volta rappresenta un trait d’union tra il pensiero federalista del periodo prefascista e la Repubblica. La peculiarità della sua concezione, in continuità con la scuola federalista siciliana dell’Ottocento, sta sicuramente nel nesso fra libertà economica privata e decentramento amministrativo. Il federalismo per Sturzo era la soluzione dei problemi del Sud nella misura in cui si accompagnava a una «cultura del rischio» e della libera impresa, che avrebbe responsabilizzato l’attività civile ben al di là della politica. Perché se la politica e i governi possono e debbono fare molto, intuiva Sturzo, essi non potranno mai risolvere tutti i problemi, a cui sono chiamati a rispondere tutti i membri della società ciascuno secondo la condizione che gli corrisponde. Le parole del celebre Appello a tutti gli uomini liberi e forti del gennaio 1919 possono essere considerate un manifesto sempre valido: «Ad uno Stato accentratore tendente a limitare e regolare ogni potere organico e ogni attività civica e individuale, vogliamo sul terreno costituzionale sostituire uno Stato […] che riconosca i limiti della sua attività, che rispetti i nuclei e gli organismi naturali — la famiglia, le classi, i comuni».
Nel secondo dopoguerra una figura speculare a don Sturzo può essere considerata quella di Adriano Olivetti. Se il sacerdote di Caltagirone del federalismo novecentesco ha rappresentato la componente meridionale, municipalista e agraria, l’imprenditore di Ivrea ne ha incarnato l’anima settentrionale, industriale e comunitaria. La visione di Olivetti, incentrata appunto sull’idea di «comunità come cellula dello Stato federale» si rivela certo un po’ utopistica per il suo immaginare una democrazia senza partiti, ma le sue opere restano ancora illuminanti per la loro dimensione metapolitica e per l’attenzione che riservano al tema della persona. L’originalità del sua riflessione (assai attuale nell’epoca delle smart cities e della rete internet di quinta generazione) è riscontrabile non solo nelle proposte di riforma istituzionale tese a limitare l’invasività dello Stato, ma soprattutto nella capacità, teorica e pratica, di mostrare che lo spirito d’inventiva e l’innovazione tecnologica – assi del federalismo olivettiano – non possono trasformarsi in un mezzo di disumanizzazione delle relazioni personali e sociali, bensì devono ruotare sempre attorno alla comunità concreta.
Sarà soltanto nel corso degli anni Ottanta che prenderà forma il soggetto politico che ha incarnato nei tempi più recenti la battaglia per il federalismo e le autonomie locali: la Lega Nord. Un partito che ha rivestito un ruolo di indubbia importanza già nella Prima ma soprattutto nella Seconda Repubblica, e che ha avuto indiscutibilmente il merito di rappresentare una «questione settentrionale» di cui si stentava persino a riconoscere l’esistenza. Nella sua storia non sono certo mancati, in alcuni momenti, eccessi di ostilità nei confronti di altre regioni del Paese e fasi di esplicito e rivendicato separatismo. È tuttavia altamente probabile che gli storici del futuro ricostruiranno anche tali momenti come conseguenza dell’assistenzialismo, dello statalismo e dei fenomeni clientelari che in modo particolare fra anni Settanta e Ottanta hanno senz’altro danneggiato e limitato il Settentrione d’Italia.
La fondatezza culturale delle ragioni della Lega Nord è stata ben espressa da Gianfranco Miglio, filosofo della politica tra i più originali interpreti del federalismo di Cattaneo e dell’opera di Carl Schmitt. Miglio aveva riunito intorno al «Gruppo di Milano» un cenacolo di professori per lavorare ad una riforma federalista dello Stato e i suoi studi resteranno un punto di riferimento nella formazione dei quadri del partito. D’altra parte, imprescindibili sono apparsi il fiuto politico e la capacità aggregativa di Umberto Bossi, in grado di unificare sotto l’immagine Alberto da Giussano i principali movimenti autonomisti del Nord, cioè la Lega Lombarda, la Liga Veneta, il Piemònt autonomista, l’Union Ligure, la Lega emiliano-romagnola e l’Alleanza Toscana. È questo un dato essenziale, di cui tenere conto specialmente alla luce delle evoluzioni più recenti: la stessa Lega Nord è nata a suo tempo da un tentativo di ampliamento geografico e di sintesi politica, e persino la figura ispiratrice di Alberto da Giussano – che strettamente parlando sarebbe soltanto lombarda – è divenuta simbolo unificante per le altre regioni. Ciò perché ha prevalso la volontà di mettere insieme comunità, territori e movimenti che non si erano sempre amati gli uni con gli altri, ma che si erano convinti di poter condurre una battaglia fondata su interessi complementari e sulla riscoperta di un’identità plurale ma comune.

7. Prima gli Italiani: sovranismo e federalismo della Lega di Salvini

Il passaggio dalla Lega Nord alla Lega «nazionale» di Matteo Salvini è oggi il fatto politico più dirompente nel panorama della democrazia italiana, in quanto si accompagna ad una vorticosa crescita di consensi che ne fa il partito a vocazione maggioritaria in tutto il Paese. La ricostruzione politico-intellettuale sin qui delineata suggerisce tuttavia che questa svolta nazionale ha solide e profonde radici nella storia d’Italia. È dunque un paradosso solo apparente che un soggetto politico nato alla fine degli anni Ottanta per rappresentare le ragioni e le regioni settentrionali (e che in una fase della sua esistenza ha peraltro abbracciato apertamente la causa secessionista) possa oggi non solo ambire ad un radicamento elettorale su tutto il territorio italiano, bensì esprimere nelle sue proposte concrete una idea di Italia e di futuro condivisa da Nord a Sud. Il concetto politico di «lega», come si è visto, ha una lunga e nobile storia che dal Risorgimento alla Repubblica coinvolge tutta la penisola italiana e che – insieme al federalismo tanto d’impronta meridionalista che nella sua variante autonomista settentrionale – costituisce un ricco patrimonio di cultura politica di cui la Lega di Salvini può oggi a buon diritto raccogliere e attualizzare l’eredità. Inoltre, la stessa storia del partito fondato da Bossi suggerisce che la svolta nazionale vada letta come una maturazione ed uno sviluppo, più che come una sconfessione o uno stravolgimento.
Un attento osservatore come Francesco Giubilei ha giustamente notato che «il prevalere del colore blu invece del tradizionale verde padano», evidente nella manifestazione di Pontida 2018 dove peraltro è spuntata anche una bandiera tricolore, «fatto inimmaginabile sino a qualche anno fa», ha sancito nella simbologia cromatica il passaggio alla nuova dimensione nazionale dell’ex Lega Nord31. Esiste tuttavia un precedente storico: già negli anni Novanta, il partito aveva coltivato una sia pur effimera ambizione nazionale, presentandosi alle elezioni regionali anche al Centro-Sud con la lista «Lega Italia Federale» il cui simbolo era molto simile a quello attuale di Lega per Salvini Premier proprio per la presenza del colore blu32. Sbagliano pertanto quei commentatori e opinionisti d’opposizione che prima hanno dipinto la svolta nazionale come una operazione di marketing elettorale senza sostanza (ritenendo che la Lega sarebbe rimasta sempre e solo un partito autonomista e indipendentista del Nord), e adesso la banalizzano quotidianamente nei termini di una «svolta verso l’estrema destra» agitando lo spauracchio dell’estremismo, della xenofobia e del neofascismo33. La Lega esprime invece il frutto di una peculiare sintesi di cultura politica, peraltro ancora in evoluzione, che merita di essere esaminata con attenzione anche alla luce della ricca storia del federalismo italiano.
L’articolo 1 del partito recita: «Lega per Salvini Premier è un movimento politico confederale costituito in forma di associazione non riconosciuta che ha per finalità la pacifica trasformazione dello Stato italiano in un odierno Stato federale attraverso metodi democratici ed elettorali. Lega per Salvini Premier promuove e sostiene la libertà e la sovranità dei popoli a livello europeo». È da questo punto che occorre partire: la svolta nazionale impressa da Salvini al partito non esclude affatto la riforma federalista dello Stato e il decentramento amministrativo che ne costituisce la ragion d’essere iniziale. Esiste anzi un profondo legame tra il federalismo che, in continuità con la sua vocazione originaria, la Lega ancora oggi promuove come proposta di riforma dello Stato e il sovranismo che, attraverso il motto Prima gli italiani, è divenuto la bandiera che ne ha nazionalizzato i consensi. Qual è il fondamento di questo legame? Come spesso accade, sono le sfide poste dall’esterno a favorire il rilancio delle idee e la riformulazione dell’azione politica su basi rinnovate e adeguate ai tempi presenti. Il centralismo burocratico dell’Unione Europea, la gravità della crisi migratoria e gli squilibri finanziari prodotti dalla globalizzazione hanno rappresentato, in questo senso, i principali catalizzatori dell’evoluzione in senso sovranista della cultura politica federalista della Lega. Nella sua struttura di fondo prima ancora che nelle sue concrete scelte di indirizzo, l’Unione Europea si è caratterizzata infatti come un organismo agli antipodi d’una concezione federalista. Mentre il federalismo si fonda sul progressivo trasferimento di poteri e competenze dallo Stato nazionale centrale agli enti locali, l’architettura istituzionale dell’UE si basa sul principio contrario, cioè la cessione di quote di sovranità (monetaria, fiscale, ma talora anche legislativa e giudiziaria) dallo Stato nazionale verso una entità sopra-nazionale ancora più lontana dai cittadini. Per questo molte delle critiche che la Lega ha rivolto nei confronti delle politiche europee – e dei governi nazionali precedenti, eccessivamente proni alle indicazioni di Bruxelles – riecheggiano quelle che già venivano indirizzate ad uno Stato centrale visto come lontano, elefantiaco e oppressivo: il massimalismo burocratico-giuridico; la pianificazione normativa dall’alto che spegne e mortifica ogni spontaneità sociale; il livellamento delle differenze culturali e del legame tra le comunità e i territori; la pretesa di regolamentare in modo uniforme realtà socioeconomiche profondamente diverse; la debole rappresentanza democratica dei suoi organi decisionali; la scarsa o nulla possibilità dei cittadini di sindacarne le scelte anche a causa della lontananza fisico-geografica fra le sedi del potere e i territori interessati dalle sue politiche. Da questo punto di vista, l’esperienza diretta di Matteo Salvini come parlamentare europeo ha senz’altro influito sulla maturazione politico-culturale del partito, avendo permesso al suo leader di toccare con mano l’impatto dei trattati e degli accordi europei soprattutto in materia di bilancio (Fiscal Compact, Meccanismo Europeo di Stabilità) e dunque sino a che punto l’orizzonte della battaglia federalista si sia progressivamente ampliata ad un piano sovra-statale.
Allo stesso tempo, alcune specifiche tematiche hanno sicuramente aiutato a riconsiderare sotto una luce nuova taluni schemi del passato. L’introduzione dell’euro, ad esempio, inizialmente non fu sempre vista in modo negativo dall’allora Lega Nord, proprio perché rappresentava un indebolimento di quello Stato nazionale centrale considerato oppressivo e lontano dalle esigenze dei ceti produttivi settentrionali: «purtroppo anche nella Lega è prevalsa a lungo la convinzione che, sciolte le briglie fiscali al sistema del Nord, saremmo comunque riusciti a restare competitivi con la Germania senza mettere in discussione la moneta unica»34. Le difficoltà oggettive dell’euro e l’impatto negativo delle politiche di austerity sulla vita di cittadini e imprese hanno così consentito di rivalutare positivamente alcune prerogative dello Stato nazionale, quali appunto la sovranità monetaria, e più in generale la facoltà di determinare autonomamente la propria politica economica e di bilancio. Un ragionamento analogo può essere fatto a proposito del tema dell’immigrazione. Su questo la posizione di principio del partito è sempre stata molto chiara: priorità assoluta alla sicurezza dei cittadini, difesa dell’identità locale, integrazione dei singoli stranieri certamente possibile ma al prezzo dell’assimilazione alla cultura occidentale, del rispetto delle leggi e della regolare contribuzione alla fiscalità generale. Ciò che dal 2013 la crisi europea dei migranti ha accentuato è tuttavia la proporzione epocale di questo fenomeno, che soltanto uno Stato nazionale nel pieno delle sue forze e funzioni può affrontare e gestire nell’interesse collettivo35. Anche in questo caso, il modo in cui l’Unione Europea ha lasciato da sola l’Italia sul tema migratorio ha disvelato che la lotta per una maggiore autonomia – cuore della cultura politica federalista – si è trasferita oggi ad un livello sopraelevato, quello degli Stati nazionali che reclamano più libertà all’interno di organismi sovranazionali dove gli oneri e i vincoli superano di gran lunga i benefici.
Se dunque lo Stato nazionale italiano nel suo insieme resta una struttura certamente da alleggerire e riformare in senso federale, i suoi settori strategici – finanze, sicurezza, esteri e difesa – diventano una risorsa e uno strumento a tutela di tutta la popolazione, che dalle Alpi alla Sicilia è ugualmente colpita dall’immigrazione illegale di massa o da politiche depressive in materia di tasse, pensioni e lavoro. L’anticentralismo della Lega non è quindi mutato nel suo principio ispiratore originario, ma si è arricchito della comprensione di problemi di portata più vasta, consentendo una maturazione adatta all’ampiezza e alla complessità dei tempi. La pianificazione centralizzata e il deficit di controllo democratico si manifestano oggi prima di tutto a livello di istituzioni sovra-nazionali e qualche volta globali. La battaglia politica sovranista esprime dunque la medesima esigenza di fondo del federalismo: avvicinare il potere ai cittadini, rafforzare il peso degli organi elettivi rispetto alle tecno-strutture amministrative, restituire alla sfera della sovranità – cioè alle decisioni concrete che vengono prese – la sua legittimazione popolare.
Il sovranismo della Lega può essere dunque visto come un albero in crescita piantato su solide radici federaliste. Ecco perché esso non ha niente a che vedere con un ritorno ai vecchi nazionalismi che idolatravano lo Stato e comprimevano le libertà e le minoranze: nel DNA politico-culturale di questo partito vi è una costitutiva diffidenza verso ogni centralismo che funge da anticorpo naturale contro ogni eccesso di potere delle istituzioni nei confronti delle persone. Questa natura intrinsecamente libertaria e popolare della Lega, testimoniata anche dal contributo che essa ha dato alla storia della democrazia italiana come forza di opposizione e di governo (specie nell’esperienza di buona amministrazione di Comuni, Province e Regioni), la sua presenza sui territori e il dialogo costante con le forze sociali la rendono un soggetto politico ben lontano dall’estremismo che i suoi detrattori le attribuiscono. Poco più di due secoli fa Vincenzo Gioberti parlava del Primato morale e civile degli Italiani per dare forma al sentimento d’una nazione che aspirava alla libertà dallo straniero e ragionava su come organizzarsi nella forma istituzionale più confacente alla propria storia. Oggi il motto elettorale Prima gli Italiani, nella sua immediata semplicità, condensa lo stesso messaggio adattato ai tempi presenti: il riscatto di una comunità nazionale di uomini e donne «aggrediti dalle diseguaglianze, sorpresi dai migranti, flagellati da imposte e corruzione, bisognosi di protezione e sicurezza, feriti dalla globalizzazione, inascoltati dai partiti tradizionali e rafforzati nella capacità di esprimersi dall’avvento dell’informazione digitale»36 che in misura crescente stanno scommettendo sul progetto sovranista della Lega di Matteo Salvini.

8. Il sole delle Alpi e il vento del Sud: la sfida delle autonomie locali

Se dunque il sovranismo della Lega si configura come uno sviluppo del federalismo, la riforma delle autonomie locali e del regionalismo è un aspetto ineludibile della svolta nazionale. È questo un banco di prova importante per dimostrare appunto che tale svolta non è semplicemente lo spostamento su posizioni più di destra, meno che mai estrema, contrariamente a quanto sostengono i suoi detrattori. Nella cultura politica della destra italiana, infatti, permane una forte diffidenza nei confronti del federalismo, in quanto l’autonomia di Comuni e Regioni ha sempre il retrogusto della disgregazione, quasi fosse necessariamente un attentato all’unità nazionale. Si tratta di una concezione piuttosto comune, che trae origine proprio dalla confusione tra il concetto di nazione e il concetto di Stato, identificazione di derivazione giacobino-rivoluzionaria e che in verità accomuna lo statalismo di destra come di sinistra. Non è tuttavia lo Stato che produce la nazione, ma esattamente il contrario: è la comunità umana concreta che esiste anche in uno stadio pre-giuridico e a darsi una forma regolamentata nelle istituzioni, le quali se non corrispondono alle esigenze originarie possono e devono essere cambiate37. Inoltre, questa confusione tra Stato e nazione si rivela particolarmente opinabile non solo nella visione politica generale e nel rapporto concreto tra istituzioni e individui, ma anche sul versante economico. Idolatrando infatti lo Stato come presunta incarnazione del principio nazionale, l’iniziativa economica privata viene vista ideologicamente con sospetto, come manifestazione di interessi egoistici incompatibili con un presunto «interesse pubblico». Alla giustificazione dell’assistenzialismo e dello Stato interventista che ne consegue, la componente liberale intrinseca al federalismo riequilibra il rapporto tra pubblico e privato all’insegna del principio «tanto Stato quanto necessario, tanta libertà quanto possibile».
Per quanto riguarda specificamente il tema delle autonomie, ci sarebbe da chiedersi se la mancanza di senso dello Stato e di unità nazionale, spesso imputata anche giustamente al particolarismo e al campanilismo, non sia però soprattutto il frutto di quella forzatura centralista che – come si è cercato di mostrare in questo studio – ha ricevuto argomentate critiche da Nord a Sud lungo tutta la storia italiana. E se pertanto il federalismo non sia «l’unica medicina per risolvere i nostri mali, l’unica via per unire nel rispetto delle differenze i due lembi di questo lunghissimo Paese»38. La sfida culturale della Lega di Matteo Salvini oggi è proprio quella di esprimere un forte patriottismo italiano sovranista e federalista, lontano dai vecchi stereotipi destrorsi che concepiscono la nazione come un monolite compatto e lo Stato come la sua incarnazione totalizzante. Più che di nazione omogenea, si tratta dell’idea di Patria una ma plurale, che si riconnette alla grande tradizione preunitaria del progetto confederale di Lega italiana e fa proprie le analisi e gli spunti dei grandi autori federalisti meridionali e settentrionali. È questa idea di Patria in cui metaforicamente il sole delle Alpi si incontra con il vento del Sud; una idea di cui la riforma delle autonomie locali costituisce dunque lo strumento legislativo di traduzione concreta. A inizio 2019 il Governatore della Regione Veneto Luca Zaia ha rivolto una accorata lettera ai cittadini del Sud in cui si spiega molto bene, e non solo ad elettori leghisti, che lo spirito della riforma è quello di responsabilizzare gli amministratori locali, ottimizzare le risorse, generare un meccanismo meritocratico che premi i virtuosi e sanzioni gli sperperi di denaro pubblico39. La complessità tecnica di una simile materia impone certamente una discussione articolata, per esempio nella corretta definizione dei «costi standard» di tutte le voci di spesa, del sistema di controlli e sanzioni, nonché del corretto meccanismo di perequazione. Sarebbe però un segnale importante se proprio dal Sud si affermasse che il principio delle autonomie è la strada da seguire, e che in particolare occorre superare il criterio della «spesa storica» nell’allocazione delle risorse perché è un disincentivo al rigore amministrativo e all’efficienza.
Il sostegno alle autonomie e ad una riforma federalista dello Stato reca in sé anche una conseguenza di natura squisitamente politica: la presenza durevole nelle regioni del Centro-Sud. Il consenso di cui gode oggi il partito è infatti dovuto in massima parte alla capacità trainante del suo leader. Perché il barometro di questo consenso resti alto anche quando interverrà fisiologicamente un calo o persino una crisi, non si può prescindere da un radicamento strutturato: esperienze di buona amministrazione leghista al Centro e al Sud, vicinanza ai corpi intermedi, alle associazioni di categoria, a tutto ciò che costituisce il tessuto sociale ed economico di ogni singola realtà locale in cui la Lega ambisce ad essere presente. La partita delle autonomie si gioca non sulla gara vittimista tra Nord e Sud a chi ha subito più danni dallo Stato centrale, ma sulla capacità di riconciliare tutte le parti del Paese riequilibrandone i diritti e i doveri. Anche attraverso quella idea di Patria una e plurale che permette alla figura di Alberto da Giussano – prima lombarda, poi settentrionale e finalmente anche italiana – di stagliarsi sulla bandiera tricolore.

9. La rivoluzione del buonsenso e il futuro del populismo
È ormai diventato un esercizio quasi retorico parlare di mancata distinzione fra destra e sinistra, e gli stessi esponenti politici della Lega non hanno fatto mistero di considerare superata questa dicotomia. Ciò è vero se si considera l’appiattimento sul politically correct che ha coinvolto in anni recenti quasi tutti i soggetti politici in Occidente, ma non lo è sul piano dei principi. Dal punto di vista culturale la Lega si colloca senza dubbio nel perimetro del centro-destra, anche se la ragione della sua svolta nazionale sta anche nella trasversalità di consensi che è riuscita a raccogliere. È un partito laico, ma che non ha problemi a rivendicare le radici cristiane dell’Italia ed è visto come punto di riferimento anche dai cattolici, dando voce a un malessere molto diffuso per le posizioni espresse dai vertici della Chiesa negli ultimi anni. È un partito i cui temi caratterizzanti fanno breccia in un elettorato di destra o di centrodestra (sicurezza, immigrazione, legittima difesa) ma che ha ugualmente condotto durissime battaglie in nome di diritti sociali un tempo nel raggio d’azione dei sindacati e delle sinistre (Quota 100), e che nelle sue proposte in materia di fisco ed economia cerca di venire incontro alle esigenze del mondo industriale e del lavoro (Flat tax, TAV e grandi opere, riforma del codice degli appalti). Se il referente classico e privilegiato della Lega Nord erano i lavoratori autonomi e le piccole e medie imprese dell’Italia settentrionale, oggi la Lega sovranista viene vista con crescente simpatia da molte altre categorie sociali: lavoratori dipendenti pubblici e privati, ordini professionali, militari e forze dell’ordine. E ovviamente in questa crescita rientra l’ampliamento dal Nord al Centro-Sud, testimoniato dai sondaggi e confermato nelle urne durante le recenti consultazioni elettorali regionali in Abruzzo, Sardegna e Basilicata.
L’aumento di consenso della Lega, passata sul piano nazionale dal 4% al 17% nelle elezioni politiche 2018 e salita oltre il 30% nei sondaggi da quando è iniziata l’esperienza del Governo Conte, appare il frutto di un audace movimento allo stesso tempo centripeto e centrifugo nei confronti della società italiana. Da un lato, la funzione primaria di un soggetto politico è infatti quella di sapere raccogliere le istanze di quella fetta di società che in esso si riconosce o per interesse di categoria o per senso di appartenenza ideologica. Dall’altro lato, la capacità politica si misura anche dalla dinamica contraria, cioè dalla bravura a saper andare incontro alle altre componenti della società, proponendo soluzioni di indirizzo ampio soprattutto nei momenti in cui un Paese è disorientato. In termini elettorali, il primo aspetto indica il rapporto con il proprio elettorato classico di riferimento; il secondo la conquista di spazi di consenso nuovi grazie alla persuasività della comunicazione e dell’offerta politica. La versatilità programmatica della Lega suggerisce che non vi è stato soltanto uno sviluppo del federalismo nel sovranismo, ma che il partito ha maturato una profonda vocazione nazionale e interclassista, una volontà reale di parlare a tutti i cittadini italiani. Così, quella che era una definizione nata in senso spregiativo, «populismo» è divenuta una bandiera identitaria sempre più accettata e rivendicata, ben presto in combinazione con un altro slogan della comunicazione politica del partito: la rivoluzione del buonsenso.
Un evento chiave per comprendere questo matrimonio di populismo e di buonsenso è la manifestazione svoltasi a Roma, in Piazza del Popolo, l’8 dicembre 2018. Dal palco della piazza, Salvini ha fatto esplicito riferimento all’unità di tutto il Paese, richiamando alla responsabilità anche i partiti di opposizione per far valere l’interesse nazionale nelle grandi questioni globali e citando Papa Giovanni Paolo II come esempio di un’altra Europa, fondata sulla consapevolezza delle proprie radici, sul lavoro e la libertà. Come ha sintetizzato un giornalista d’opposizione nella cronaca di quella festa leghista dell’Immacolata, «Matteo cita il “Buon Dio” in continuazione, il Santo Natale, auspica un paese dove “tornino a riempirsi le culle” e i genitori si chiamino papà e mamma, non “genitore uno e genitore due”, si impegna finanche “a dare la vita per il nostro paese”. Insomma, Dio, Patria, famiglia. Un paese ordinato ed educato dove sull’autobus si alza uno che vede una donna incinta, dove una ragazza con la minigonna può prendere la metro tranquilla e dove “non rischi che ti raschino la macchina i parcheggiatori abusivi se non gli dai due euro”»40. La semplicità e la sostanza del messaggio è rimasto di natura populista, cioè di immediata comprensione da parte dell’uomo comune, ma incastonato in una rassicurante cornice istituzionale e di governo che si è potuta osservare anche successivamente. Quando è stato raggiunto dalla richiesta di autorizzazione a procedere per il caso Diciotti, ad esempio, Salvini in qualità il Ministro dell’Interno ha invocato pubblicamente l’articolo 52 della Costituzione secondo cui «la difesa della patria è sacro dovere del cittadino». Il richiamo alla Patria e alla Costituzione è sintomatico di una percorso che vuole coniugare il carattere controcorrente delle scelte politiche alla responsabilità della funzione pubblica ricoperta.
Se la pars destruens del populismo leghista si è manifestata nella rivolta contro una élite nazionale e sovranazionale distaccata e non più rappresentativa dei cittadini, la sua pars costruens è proprio l’evoluzione in un «partito del buonsenso», che significa questa capacità di diventare istituzionale restando populista. Mantenere questo equilibrio è la scommessa più ardua, in quanto la democrazia si fonda su un paradossale e pur benefico cortocircuito. Per poter governare occorre il consenso più ampio possibile; ma per governare bene talora può essere necessario prendere anche misure impopolari o decisioni impreviste, che se non gestite bene determinano un crollo di consenso fino alla perdita della possibilità stessa di governare. Due sono le armi indispensabili per combattere una battaglia di questo tipo. In primo luogo, la formazione e la selezione di una classe politica qualificata e che però mantenga sempre il polso della situazione in cui versa il Paese reale, seguitando a sfruttare le forme comunicative adeguate ai tempi moderni e restando aperta alla critica costruttiva e al dibattito interno. Nel libro non scritto degli errori da non commettere c’è infatti la storia di tantissimi esempi passati, laddove la pratica di governo diveniva un’esperienza che quasi si auto-alimentava, perdendo progressivamente contatto con le condizioni reali della popolazione. Secondo, e forse ancora più importante, la costruzione di alleanze internazionali strategiche che rappresentino il necessario scudo protettivo per l’Italia, smentendo la vulgata secondo cui «il nostro Paese si trova sempre più isolato in Europa e nel mondo». Il percorso sovranista e populista intrapreso dalla Lega rientra in un quadro internazionale più vasto, dagli Stati Uniti di Trump al Brasile di Bolsonaro, passando per l’esperienza di Israele sino ai fermenti sovranisti in Spagna e in Francia e ai rapporti con diversi governi dell’Europa centro-orientale. L’obiettivo non è la chiusura retrograda e antistorica degli Stati nel contesto della globalizzazione, ma un’iniezione di linfa alla civiltà europea e occidentale sulla base della riscoperta della propria identità e della riforma delle proprie istituzioni.
Secondo il grande filosofo americano Russell Kirk, «il riformatore perspicace combina la capacità di innovare con una disposizione a conservare»41: in questa si formula si può forse sintetizzare l’occasione della Lega nazionale, populista e sovranista, di diventare un grande partito conservatore di massa a forti tinte sociali e con una ambiziosa ma legittima proiezione maggioritaria.[/showhide]

 

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Dossier-15-DallAlpi-a-Sicilia-dovunque-è-Legnano

Dario Citati

Co-fondatore e Ricercatore del Centro Studi Machiavelli. Laureato in Storia Contemporanea e Dottore di ricerca in Studi Slavi presso l’Università Sapienza di Roma.