25 aprile 2026. Dopo 81 anni, la data del 25 aprile si è confermata divisiva. È sufficiente leggere le cronache della giornata per averne conferma. Non per caso gli storici hanno dedicato particolare attenzione alla «memoria divisa della “resistenza”, mito fondativo della Italia repubblicana». Si è riflettuto sulla stessa scelta del 25 aprile quale data per celebrare la «nazione democratica». È la data della «insurrezione generale», che peraltro fu proclamata – il contesto dei fatti non è del tutto irrilevante in presenza di fatti storicamente impegnativi – quando ormai gli angloamericani erano già a un pugno di km da Milano: insomma una «insurrezione prudente», scrisse taluno nel 1956, «timida e gentile con i tedeschi asserragliati nel Hotel Flora, come con Valerio Borghese, chiuso nella sua caserma, mentre fu vindice e implacabile con la inerme Claretta Petacci, con i conti Manzoni, coi poveri carcerati di Schio».
Chi si è occupato a fondo del tema non ne ha tratto un consuntivo confortante: si è rilevato «come una memoria “partigiana” della storia recente … abbia bruciato alla radice la possibilità, pur sinceramente nutrita dai partiti dell’arco antifascista, di dotare di un consenso di massa la causa della risorta democrazia». Un esito di questo tipo sarebbe stato possibile – si precisa – «ad una condizione: che non si indulgesse alla retorica dell’antifascismo» e che non si cedesse alla tentazione di «una distorsione della memoria non piccola, a cominciare dal semplice fatto che il fascismo è stato abbattuto dagli alleati e non dalla “resistenza”».
Questa operazione di distorsione della memoria, ovviamente, non è stata, né casuale, né politicamente neutra. Essa è diventata elemento costitutivo del c.d. «paradigma antifascista», la cui formazione è stata funzionale allo spostamento a sinistra degli equilibri politici del Paese a far tempo dalla fine degli anni Cinquanta, dapprima con il «centrosinistra», successivamente con il «compromesso storico» e la «solidarietà nazionale». È un aspetto che si inserisce nel c.d. «uso pubblico della storia», ovvero nella costruzione di una «memoria pubblica», che è cosa assai diversa dalla storiografia. Proprio con riferimento all’antifascismo e alla «resistenza», nel 1959 Roberto Battaglia, uno storico militante nel Partito d’azione e poi nel Partito comunista, delineò con molta chiarezza scopi e premesse di un «uso politico della storia». Egli prese le mosse da una osservazione di grande realismo: «un partito politico non è un’accademia di studiosi o un movimento di storici, ma vive direttamente impegnato nella realtà, in funzione di una lotta o d’una polemica immediata da svolgere». Ciò perché «azione politica e interpretazione storica non coincidono necessariamente»: «l’elaborazione della “storia” è valida in quanto è capace di portare avanti l’azione, di tradursi in vera e propria “parola d’ordine” da tutti comprensibile e assimilabile».
Ne segue – nelle parole di chi ha ripreso più di recente il discorso su «memoria pubblica» e «antifascismo» – che «la memoria pubblica è distinta dalla storiografia: [nella prima] non agiscono, se non in forma occasionale, gli storici; agiscono attori politici e istituzionali, agiscono la grande stampa e i mezzi di comunicazione di massa». La «memoria pubblica» è del tutto svincolata dai limiti rigorosi subiti, invece, dalla storiografia: questa «deve porsi il problema di tutto comprendere e analizzare nella storia di un paese; la memoria pubblica è inevitabilmente selettiva, opera scelte, anche drastiche», ponendo, tra l’altro, gravi responsabilità a carico di quelle figure istituzionali, che contribuiscono a crearla in funzione delle esigenze politiche del momento, così come da loro avvertite.
Emerge la responsabilità delle figure istituzionali. Esse conferiscono il crisma dell’ufficialità alla «memoria collettiva», trasformandola in «memoria pubblica» e declinando così un particolare «uso pubblico della storia» in un determinato momento storico-politico. Si è già sottolineato che «la memoria pubblica è inevitabilmente selettiva, opera scelte, anche drastiche». E la drasticità di tali scelte dipende dal fatto che attraverso di esse si possono condannare all’oblio vicende, contesti, persone, per il solo fatto che – detto crudamente – non piacciono alle forze dominanti, non piacciono alla politica del momento. Al riguardo, è sufficiente ricordare l’assoluto e omertoso silenzio tuttora persistente su una figura assolutamente cruciale della «resistenza», ma assai scomoda per l’antifascismo militante, come Alfredo Pizzoni, pluridecorato di guerra, poi presidente del Credito italiano.
Il ruolo dell’oblio è dunque amaro e complesso. L’oblio pone in ombra persone e vicende e così definisce la memoria contribuendo alla sua costruzione e alla costruzione dell’identità del gruppo e del progetto in essa sottinteso. In questo senso, la memoria – configurata anche attraverso l’oblio – ha la delicatissima funzione di proiettare nel futuro il passato di una comunità: anche i ricordi più individuali sono mediati dall’appartenenza di gruppo e possono essere rievocati solo attraverso le interazioni sociali con coloro che condividono gli stessi ricordi. Il gruppo di condivisione potrà essere di ampiezza variabile (la famiglia, il gruppo religioso, la classe sociale, la nazione), ma rimane pur sempre circoscritto al rapporto che i suoi membri hanno con il passato in funzione delle aspettative da essi riposte verso il futuro e tale transito dal passato al futuro, al quale è ancorato il processo identitario, è più o meno intenso a seconda delle più o meno estese aspettative progettuali future in vista delle quali è costruita l’identità.
A questo punto è meglio delineata la responsabilità delle figure istituzionali. Le loro dichiarazioni ufficiali «contano» perché incidono sulla memoria pubblica e costruiscono un progetto identitario. A seconda della curvatura che si intende assegnare a tale progetto saranno compiute quelle «scelte drastiche» prima evocate, nel senso che, a seconda del progetto, saranno selezionati e al bisogno «rielaborati» i dati storici degni di memoria e saranno lasciati cadere nell’oblio gli altri.
Ecco allora delinearsi un tema di indagine non privo di interesse sotto più profili. Esso consiste nell’esame sine ira et studio delle dichiarazioni ufficiali rilasciate dalle massime figure istituzionali in occasione del 25 aprile 2026. I temi trattati sono stati la libertà e la democrazia poste in contrasto con la «oppressione fascista, che aveva negato agli italiani libertà e democrazia». Si è, inoltre, fatto cenno a un «partito della Patria», che si sarebbe contrapposto a «un occupante, per redimere l’onta dei collaborazionisti». Di questo partito farebbero parte i «giovani che fuggivano i bandi della sedicente Repubblica sociale italiana … i sacerdoti trucidati per rappresaglia … i polacchi e il Corpo Italiano di Liberazione, con le ricostituite formazioni dell’Esercito italiano».
Queste parole recentissime sembrano avere, in realtà, un sapore antico. Non si saprebbe dire, infatti, quanto i riferimenti alla «oppressione» e alla «onta dei collaborazionisti» si discostino dalla prima stagione degli studi su fascismo e antifascismo, quando la storia del fascismo è stata elaborata sulla falsariga della memoria degli antifascisti e di conseguenza si è articolata fondamentalmente su due chiavi interpretative: quella secondo la quale il Regime si sarebbe imposto attraverso l’azione di una minoranza violenta e del suo apparato poliziesco; l’altra, secondo cui il popolo italiano sarebbe stato estraneo al Regime e vittima della sua azione repressiva. Se effettivamente questa dovesse essere la prospettiva, tornerebbero d’attualità i rilievi formulati nel 2001 da uno storico assolutamente insospettabile di una qualche simpatia «revisionista», Gianpasquale Santomassimo, secondo il quale, al termine della Seconda guerra mondiale, nel discorso pubblicò italiano «si affermò l’immagine di un fascismo mitico, una sorte di male assoluto, di non-umanità, privo di radici e di consenso reali nel costume e nel comune sentire».
La creazione di un «fascismo mitico» non ha giovato, né alle istituzioni repubblicane e alla loro ansia di legittimazione, né alla creazione di una «patria» comune sentita come tale dagli italiani usciti da una sanguinosa guerra civile, né – tanto meno – alla costruzione di una memoria condivisa. E ciò per un semplice motivo: quel «mito» non trovava alcun riscontro nella esperienza che gli italiani dell’epoca avevano appena vissuto.
Un interrogativo ineludibile si pone a questo punto: nel 2026, a distanza di 81 anni dalla fine della guerra, il «fascismo mitico» è stato finalmente dismesso? la complessità della realtà italiana del tempo – quale ci è restituita dalla storiografia più recente – è resa in modo soddisfacente dalle formule presenti nelle odierne dichiarazioni ufficiali? [1 – continua]
Consigliere Scientifico del Centro Studi Politici e Strategici Machiavelli. Già Capo dell'Ufficio Legale di una banca, è attualmente Professore Ordinario di Diritto civile all'Università di Milano-Bicocca. Ha pubblicato sei libri e circa un centinaio di articoli e scritti minori in materia di diritto privato, commerciale, bancario, finanziario.




