Siamo infine alle battute conclusive: la campagna elettorale ungherese più combattuta di sempre vedrà la sua conclusione tra meno di una settimana, alle ore 19.00 di domenica 12 aprile, quando le urne si chiuderanno in tutta l’Ungheria e la conta dei voti comincerà a dare il responso sull’eventuale riconferma di Viktor Orbán alla carica di Primo Ministro per la quinta volta consecutiva e la sesta in totale. Ne abbiamo parlato con Mihályi Rosonczy-Kovács, direttore degli Affari Esteri dell’Istituto Nézőpont di Budapest.

Per Orbán comincia la settimana più difficile

Come già riportato in altri articoli a cura della Fondazione, l’Ungheria arriva da un lungo periodo di stabilità politica. Indipendentemente dai giudizi politici che se ne possono dare, l’attuale Primo Ministro ha plasmato l’immagine dell’Ungheria contemporanea, governando il paese con un’agenda economicamente improntata al liberalismo e valorialmente al conservatorismo cristiano; la stessa Legge Fondamentale (Magyarország Alaptörvénye) facente funzione di Costituzione ed emanata dal governo Orbán II nel 2012, costituisce la prima vera carta costituzionale dell’Ungheria democratica, in quanto la precedente carta, pur emendata e “democratizzata” più volte, rimaneva l’ultima costituzione di ispirazione comunista d’Europa (era infatti stata imposta, ispirata alla costituzione sovietica del 1936 e con il consenso di Stalin, nel 1949 dal primo leader filosovietico del paese, il primo ministro István Dobi). L’importanza della tornata elettorale incombente, inusuale per un paese di meno di dieci milioni di abitanti, la si può intuire dall’intensa copertura mediatica dell’evento, che ha ampiamente superato i confini del paese magiaro. L’agenda realistica di Orbán, basata su criteri di mero ed esclusivo interesse nazionale, hanno portato il Paese ad una politica di collaborazione con gli Stati Uniti di Donald Trump, con la Russia di Vladimir Putin e con la Cina di Xi Jinping (quest’ultima diventata il primo investitore estero nel Paese, superando la Germania nel 2020).

La partita geopolitica

Il progressivo avvicinamento ungherese ai tre principali concorrenti dell’Unione Europea in ambito economico (Stati Uniti e Cina) e geopolitico (Stati Uniti e Russia), ha provocato un progressivo raffreddamento dei rapporti con Bruxelles, vista più come una fonte di problematiche iper-regolamentazioni e ingerenze negli affari nazionali che non come una comunità di Stati amici dediti al reciproco supporto. L’inusuale approccio di Orbán alla permanenza dell’Unione, basato sul tentativo di massimizzarne i benefici senza cedere nulla della sovranità nazionale magiara, si è dimostrato vincente in campo economico e geopolitico, aumentando considerevolmente la forza diplomatica di Budapest nei consessi europei, ma ha allo stesso tempo portato il Paese al centro di un costante fuoco incrociato da parte della grande maggioranza delle cancellerie europee (Parigi e Berlino in primis) che hanno a più riprese cercato di mettere sotto sanzioni il paese e lavorato attivamente al patrocinio delle opposizioni a Fidesz sia in Ungheria che all’estero.

Punto di non ritorno, risalente ormai al 2022, anno dell’invasione russa dell’Ucraina, è l’atteggiamento ostativo portato avanti da Budapest nei confronti di ogni singolo pacchetto di eurosanzioni contro Mosca, nonché la decisione, condivisa con la Slovacchia di Robert Fico, di non rinunciare a gas ed energia russi (entrambi i paesi, privi di sbocchi al mare, si troverebbero sensibilmente penalizzati da un simile provvedimento). L’accusa rivolta all’Ungheria, proveniente da Bruxelles e da Kiev, ma anche da Londra, è quella di “fare il gioco di Putin”. Orbán, secondo tale narrativa, sarebbe in buona sostanza un bastone tra le ruote dell’UE, che impedirebbe di aiutare l’Ucraina con la celerità di cui avrebbe bisogno per trionfare nella lunga guerra che da ormai quattro anni si trascina stancamente nelle sue regioni orientali e meridionali. Non deve quindi stupire che a Bruxelles si guardi con grande simpatia proprio allo sfidante di Orbán, quel Péter Magyar che, uscito sbattendo la porta da Fidesz, ha deciso di diventarne il principale oppositore, portandosi dietro un certo numero di transfughi e delusi, e mettendosi a capo, grazie a numerosi patti di desistenza da parte delle altre forze politiche, della grande tenda di Tisza, partito di destra moderata affiliato al PPE ed al momento unico vero avversario credibile del Primo Ministro in carica. Senza più Orbán a Budapest, questa è la speranza che aleggia tra Bruxelles, Parigi e Berlino, finalmente l’Unione Europea sarà in grado di esprimere tutto il suo potenziale offensivo in ambito geopolitico, privando gli avversari (Putin, ma anche Trump) di una preziosa “quinta colonna”.

Un Primo Ministro forte

Ad accrescere l’importanza della tornata elettorale vi è anche l’architettura del sistema politico ungherese; pur essendo l’Ungheria una repubblica parlamentare, La Legge Fondamentale garantisce al Primo Ministro poteri tali da renderla de facto una repubblica semipresidenziale, dove però al Presidente della Repubblica (in questo momento Tamás Sulyok), spettano funzioni meramente cerimoniali e di garanzia. Diversamente dall’Italia, dove il Presidente della Repubblica (non eletto dai cittadini) può fungere da contrappeso anche molto forte nei confronti del Presidente del Consiglio, in Ungheria il Primo Ministro gode di un peso sensibilmente maggiore di quello degli inquilini di Palazzo Chigi, rendendo così molto influenti le opinioni e gli orientamenti personali dell’attuale Primo Ministro in carica. L’ovvio rovescio della medaglia di un così importante peso del capo del governo, è l’attribuzione ad esso di tutti i problemi del paese, anche quelli non immediatamente imputabili al governo. Il quinto esecutivo Orbán, ormai alle sue battute finali, sconta certamente la stagione geopolitica più tesa degli ultimi quarant’anni: con una guerra che coinvolge un paese direttamente confinante (l’Ucraina) e l’ostilità di molti paesi dell’Unione Europea, nonché dell’Unione stessa, a cui si aggiunge, nell’ultimo biennio, una certa inflazione (dovuta agli shock energetici mediorientali) che, specialmente nelle città, comincia a erodere il potere d’acquisto delle classi medie e delle borghesie urbane.

Péter Magyar, populismo e influenze esterne

In un contesto di progressive e crescenti difficoltà economiche (invero coinvolgenti l’intero continente europeo e non solo l’Ungheria) hanno trovato terreno fertile le invettive di Péter Magyar che, a dispetto dell’affiliazione centrista del suo partito, sono state connotate fin da subito da forti accenti populisti, accusando l’esecutivo e il Primo Ministro di corruzione e cleptocrazia, pur senza mai portare prove convincenti a suffragio di queste accuse. Pur rimanendo l’Ungheria un paese socialmente unito e a bassa conflittualità politica, la campagna elettorale corrente è stata certamente la più aspra mai svoltasi nel paese mitteleuropeo. Péter Magyar, in particolare, ha più volte rivolto accuse gravissime non solo al governo ma a tutta l’ampia parte della società ungherese (stampa compresa) che ancora lo supporta e intende confermargli la fiducia. I due grandi raduni svoltisi in contemporanea lo scoro 15 marzo a Budapest, con Fidesz in piazza Kossuth e TISZA in piazza degli Eroi (rispettivamente 180 mila e 150 mila partecipanti, numeri enormi se si considerano le dimensioni del paese), pur svoltisi pacificamente e senza alcun incidente tra le due parti, possono dare un’idea di quanto la tenzone di domenica sia percepita da entrambe le parti come decisiva, e non sorprende che lo slogan più di successo di TISZA sia proprio “Most vagy soha!” (Adesso o mai più!). Ad inasprire il clima elettorale, oltre agli scandali domestici, come il video che mostrerebbe Péter Magyar partecipare ad un ambiguo festino in cui si è consumata cocaina in compagnia di alcune escort, hanno contribuito anche le influenze esterne, tra le quali le non troppo velate minacce al Primo Ministro e alla sua famiglia provenienti da personalità ucraine vicine al governo di Kiev, come quelle del generale Hryhoriy Omelchenko, che hanno avuto ampia risonanza in Ungheria e che hanno portato anche lo stesso Péter Magyar a dichiarare che “Nessun leader straniero può minacciare alcun cittadino ungherese”.

Per Rosonczy-Kovács

L’influenza esterna è un tema molto importante, e si è rivelato tale già durante le scorse elezioni e da allora ad oggi, dopo il cambio di governo negli Stati Uniti, si è potuta vedere l’influenza del fondo USAID, dimostrata nero su bianco nella sua attività di finanziamento di ONG che, dietro al paravento di finalità nobili, hanno portato avanti una politica contro il governo. Adesso questo sistema, basato prima sui due pilastri di Washington e Bruxelles, può appoggiarsi solo a Bruxelles. A questo deve aggiungersi l’influenza ucraina, come abbiamo visto in Polonia nel 2023, dove nonostante il governo [di Mateusz Morawiecki ndr] fosse quello che più aveva aiutato l’Ucraina alla fine il presidente Zelensky ha fatto quasi una campagna diretta contro di loro affinché vincesse quel Donald Tusk che è parte del PPE”.

L’allerta terrorismo e il timore di una guerra

In questo contesto, i servizi segreti ungheresi hanno innalzato più volte l’allarme, in particolare per quanto riguarda la sicurezza delle infrastrutture energetiche, la cui vigilanza, affidata direttamente alle forze armate, è stata fortemente potenziata negli ultimi mesi. A conferma della fondatezza di questi allarmi, è la recentissima notizia della scoperta di ingenti quantità di esplosivo nei pressi del gasdotto TurkStream che collega la Serbia all’Ungheria, segnalata al governo ungherese dal presidente serbo Aleksandar Vučić, in risposta al quale il governo ungherese si è riunito in via straordinaria nel pomeriggio del giorno di Pasqua per rafforzare le misure di sicurezza e antiterrorismo nel paese. In un contesto geopolitico così teso è evidente come anche le questioni nazionali più strettamente di attualità (inflazione, pensioni, sanità ecc.) siano passate in secondo piano. In questo quadro, Orbán è riuscito a imporre, come tema fondamentale della campagna elettorale, proprio la geopolitica, un ambito nel quale gode del consenso di ampia parte dell’elettorato ungherese, in massima parte contrario a qualsiasi tipo di supporto all’Ucraina così come ad ogni coinvolgimento in una guerra mondiale che, a torto o a ragione, in Ungheria viene percepita sempre più come inevitabile. Una mossa politica, quella di puntare tutto su di un programma “pacifista” e popolare, che ha costretto Magyar in posizione difensiva, portandolo a dichiarare che anche in caso di vittoria di TISZA l’orientamento di Budapest verso Zelensky e l’Ucraina non sarebbe cambiato: dichiarazioni spregiudicate che, pur non apprezzate da Bruxelles, hanno contribuito a parare politicamente il colpo sferrato dall’esecutivo uscente. Magyar, dal canto suo, costretto a tenere insieme una variegata platea di elettori molto diversi tra loro (liberali, conservatori delusi, socialisti, ambientalisti e sinistra radicale), risponde cercando continuamente di riportare la discussione all’interno dei confini nazionali, chiamando il governo a rispondere della sua presunta corruzione.

L’arma a doppio taglio dei sondaggi

In una clima così teso, dove anche i sondaggi possono diventare scudo e spada dell’una o dell’altra parte politica, questi assumono un’importante peculiare. L’Ungheria in particolare è uno dei paesi dove le forze che si oppongono ai sovranisti sono più sopravvalutate dalla gran parte dei sondaggisti. Gioverà, a questo proposito, ricordare come in occasione delle elezioni del 2022 la gran parte degli istituti, sia ungheresi sia esteri, fossero concordi nel vedere una situazione di sostanziale parità (o al limite di leggero vantaggio di Fidesz) tra Orbán e il suo sfidante Péter Márki-Zay, mentre quest’ultimo fu sconfitto dal primo con uno scarto di ben venti punti percentuali. Secondo gli ultimi sondaggi condotti dall’istituto Nézőpont Intézet  riportatici sempre da Rosonczy-Kovács: “il risultato più probabile è 46% per Fidesz, 40% per Tisza, 8% Mi Hazánk mentre hanno ancora la speranza di entrare in Parlamento e superare la soglia di sbarramento la Demokratikus Koalició e il Partito del Cane a Due Code”. I numerosi sondaggi condotti da istituti vicini all’opposizione, che danno TISZA in vantaggio di 10, 12 e persino 15 punti avrebbero, secondo Rosonczy-Kovács, lo scopo di “alimentare la speranza di un possibile cambio (strategia già usata negli Stati Uniti e in Polonia), sia nei confronti degli elettori sia degli alleati internazionali, a cominciare dal Partito Popolare Europeo, che in TISZA ha investito molto”.

Cortesia Istituto Nézőpont Intézet

L’elettorato di destra – continua Rosonczy-Kovács – è in ogni caso più difficile da intercettare con i sondaggi, e questa è una tendenza riscontrata a livello globale come hanno dimostrano casi come le elezioni in Turchia e l’ottimo risultato, non pronosticato, del candidato Sławomir Mentzen alle presidenziali polacche del 2025”. Dal punto di vista dell’affluenza, diversamente da altri paesi, l’Ungheria vede gli elettori di destra tradizionalmente più attivi e propensi ad andare al voto rispetto a quelli progressisti, e non è un caso che tutti i sondaggi più favorevoli a TISZA corroborino sempre le loro rilevazioni con dati altissimi per quanto riguarda l’affluenza: secondo i sondaggisti più vicini all’opposizione, questa avrebbe la vittoria in pugno se l’affluenza toccasse il 90%, percentuale però lontanissima dagli standard ungheresi, dove la massima affluenza mai raggiunta si ferma al 70,5% (correva l’anno 2002). Che qualcosa non torni, nel coro che vede la gran parte dei sondaggisti dare per certa, e con ampio margine, la vittoria di TISZA è evidente dalla dissonanza proposta dagli stessi media che li diffondono, che pur dimostrandosi assolutamente certi della veridicità dei rilevamenti dipingono la tenzone come uno scontro all’ultimo voto. La percezione, sia in Ungheria si tra gli opinionisti conservatori all’estero, è che tali sondaggi abbiano anche lo scopo, chiaramente non dichiarato, di sporcare un’eventuale vittoria di Fidesz gettandole addosso la velata accusa, rivolta al governo, di aver fatto ricorso a brogli: accuse che sembrerebbero mera dietrologia da tabloid ma che assumono connotati inquietanti se si considerano le poco trasparenti vicende che hanno portato all’annullamento ed alla ripetizione delle presidenziali rumene nemmeno un anno or sono.

La partita si giocherà (ancora) nelle campagne

Secondo Rosonczy-Kovács:

Non va dimenticato che qui in Ungheria le circoscrizioni uninominali valgono molto (106 seggi uninominali su 199 in totale). Se ci sono due grandi partiti che hanno una differenza ampia chi vincerà più seggi uninominali sarà colui che governerà. Al momento 44 circoscrizioni uninominali sono date per certe a Fidesz, mentre altre 22 risultano molto probabili. In questo caso la maggioranza di Fidesz sarebbe netta [sommandosi con i voti proporzionali ndr] ma basterebbe un risultato imprevisto 5-10 circoscrizioni per rimettere tutto in discussione”.

L’incertezza rimane, quindi, altissima anche se, riporta sempre il Nézőpont, “la maggior parte degli elettori, compresi molti elettori dell’opposizione, si aspetta che Orbán rimanga al potere”.

Sempre secondo il Nézőpont (vedi foto), Fidesz-KDNP potrebbe contare su circa 109 seggi mentre TISZA, forte a Budapest e nelle città ma penalizzata dalla sua scarsa forza attrattiva nei collegi rurali, si fermerebbe a ottanta, con la destra nazionalista di Mi Hazánk che porterebbe a casa 8 seggi (tutti proporzionali), che potrebbero rivestire un’importanza capitale nelle caso di un esito sul filo del rasoio, risultando determinanti nella formazione di un’eventuale governo di coalizione con una delle due forze politiche principali (anche se Fidesz, per ovvi motivi ideologici, rimane l’alleato più probabile). Se questo scenario dovesse essere confermato, oltre all’ennesimo scacco per la gran parte del sondaggismo vicino all’area progressista, assisteremmo ad un vero terremoto all’interno dell’Unione Europea, alla quale la prospettiva di altri quattro anni di premierato Orbán appaiono sempre più come un incubo (anche in virtù dei consensi in caduta libera dei governi tedesco e francese), mentre tutte le destre sovraniste in Europa e a Washington, otterrebbero un’importantissima vittoria tattica.