di Elisa Boscarol

Nella prima puntata di questa inchiesta è stato descritto il panorama in cui l’istituto WPATH si trova a essere il punto di riferimento a livello mondiale per le linee guida sul trattamento della disforia di genere. Tuttavia la rivelazione di chat e riunioni fra i membri di questa organizzazione ha mostrato come l’ideologia prevalga largamente sulla medicina e trattamenti irreversibili vengano somministrati a pazienti in tutto o in parte incapaci di comprendere le conseguenze di ciò che si apprestano a subire.

Medicalizzare minori e persone mentalmente fragili

Nonostante la consapevolezza che il consenso informato sia una chimera, nelle chat WPATH si parla senza problemi della possibilità di praticare una vaginoplastica su un ragazzino di 14 anni. “Meglio intervenire prima che i ragazzi vadano al college, quando sono ancora sotto la supervisione dei genitori”, consigliano esperti chirurghi transgender, tra cui lo stesso presidente WPATH Marci Bowers. Christine McGinn, un altro chirurgo trans che afferma di aver eseguito una ventina di vaginoplastiche su minorenni, concorda, sostenendo che aspettare la maggiore età è “problematico” perché al college i ragazzi potrebbero avere problemi a ricordarsi di procedere con la dilatazione.

È inquietante, consultando i file, constatare la leggerezza con cui i medici WPATH parlano dei corpi e delle vite umane che stanno distruggendo. Per fare solo un esempio, in una discussione sul forum WPATH risalente a maggio 2023, un ginecologo cita un paziente in preda a forti dolori in seguito a una vaginoplastica con inversione del pene. Alla preoccupazione del medico, dovuta alle perdite di secrezioni della prostata dall’uretra nel suo paziente, una sedicente “donna dall’esperienza trans” (un uomo), suggerisce di dire al paziente sofferente di “godersi il viaggio” e che la perdita di secrezioni “è il segno definitivo di un orgasmo, cosa c’è che non gli piace?”.

Leggendo i WPATH Files ritroviamo spesso una simile freddezza e mancanza di scrupoli nei confronti dei propri pazienti vulnerabili, sia bambini che adulti con problemi mentali.

In una conversazione, un’infermiera espone un caso che le causa dubbi sulla cosa giusta da fare, il caso di un paziente con gravi malattie mentali, tra cui PTSD, depressione, dissociazione e tratti schizoaffettivi. Questo paziente desiderava a tutti i costi sottoporsi alla terapia ormonale sostitutiva, ma l’infermiera ammette che, basandosi il suo lavoro interamente sul consenso informato, questo caso la lascia perplessa. Al che lo psichiatra Dan Karasic, autore principale del capitolo sulla salute mentale nei più recenti Standard di Cura WPATH, sminuisce le sue preoccupazioni ribadendo che la mera presenza di una malattia psichiatrica non dovrebbe limitare le possibilità di iniziare una transizione medica dagli effetti irreversibili. Karasic è noto nell’ambiente per non farsi alcun problema a fornire ormoni e chirurgie a pazienti con disturbo bipolare, schizofrenia e disturbo dissociativo dell’identità (ex disturbo di personalità multipla).

A tal proposito, nei WPATH Files, un cosiddetto “terapista di genere” afferma che con un paziente affetto da disturbo dissociativo hanno lavorato con tutti gli “alter” (ovvero tutte le identità nella testa del malcapitato) al fine di ottenere il consenso di tutti al trattamento ormonale. Questo perché se non ottieni il consenso da tutte le personalità, potresti incappare in problematiche legali più tardi, se qualcuna di queste ci ripensa. Un’altra terapista per il matrimonio e la famiglia, sulla stessa scia, rivela di aver negato la transizione ad una sola persona in quindici anni di carriera, e soltanto perché il paziente in questione era in psicosi attiva e con allucinazioni in atto durante la sessione di valutazione.

D’altronde, l’ideologia che anima l’operato di questi professionisti è chiara: la transizione ormonale e chirurgica è concepita come una necessità medica alla pari della cura di un cancro, una condicio sine qua non per evitare di suicidarsi. La retorica “transizione o suicidio”, come abbiamo accennato nella prima parte dell’inchiesta, è la giustificazione per eccellenza che permette la distruzione dei corpi di bambini e persone fragili in nome di una presunta empatia. La logica è quella della riduzione del danno: gli esperti WPATH conoscono bene le conseguenze dei trattamenti che somministrano, ma sono convinti che non somministrandoli i pazienti soffrirebbero ancora di più, fino al gesto estremo.

Affermare in ogni caso: le nuove procedure “non standard” e “non binarie”

Le linee guida stabilite dalla WPATH attraverso i suoi più recenti Standards of Care (versione 8), prevedono l’approccio affermativo a prescindere dall’età e da qualsiasi disturbo mentale. Come abbiamo visto anche nella posizione della Società Italiana di Pediatria, qualunque approccio alternativo, come la psicoterapia esplorativa, viene visto come gatekeeping e terapia di conversione, un vero e proprio attacco alla dignità umana e al diritto all’autodeterminazione dell’individuo.

Tale “gatekeeping” non è ammissibile in nessun caso, nemmeno per coloro che non si identificano né come uomini né come donne, ma come “non binari”, “neutri”, “fluidi” e pretendono di allineare il corpo all’idea di sé stessi che hanno nella mente. Negli Standards of Care 8 è presente un capitolo intero sulle nuove chirurgie non binarie, tra cui procedure di nullificazione di genere per creare un corpo neutro e asessuato, liscio, senza genitali, mastectomie che eliminino i capezzoli, oppure chirurgie di vaginoplastica che preservino anche il pene, per quei pazienti che desiderano avere un doppio set di genitali.

Anche con le terapie ormonali si fanno grotteschi esperimenti per assecondare le identità neutre. Nei file trapelati un chirurgo, Cecile Ferrando, dichiara di fare esperimenti con microdosi di testosterone sui corpi di ragazze e giovani donne che desiderano lo stop del ciclo mestruale ma non una virilizzazione completa. Tali esperimenti, a suo dire, migliorano il benessere delle ragazze nello “spettro mascolino del genere”. Nell’ideologia dell’identità di genere infatti maschio e femmina, uomo e donna, non sono concepiti come una coppia di opposti, bensì come i poli estremi di uno “spettro del genere” (gender spectrum).

Questa idea non è affatto nuova: il primo a ipotizzare l’esistenza dell’identità sessuale come uno spettro di sfumature fu il sessuologo Magnus Hirschfeld negli anni Trenta del Novecento, con la sua teoria della bi-sessualità. Le teorie di Hirschfeld, seguite poi dal famigerato John Money (non a caso definito da molti “il padre dell’ideologia gender”) e rielaborate in campo accademico dalle teorie queer, confondevano il sesso biologico con il neonato concetto di “genere” o “ruoli e stereotipi di genere”, ovvero quelle caratteristiche socioculturali associate all’essere uomini o donne. Banalmente, l’ideologia gender confonde essere maschio con la mascolinità ed essere femmina con la femminilità: di conseguenza, se un uomo non performa mascolinità non è un uomo, ma può essere una donna soltanto perché dichiara di “sentirsi” tale. Seguendo questa logica, le identità di genere possibili sono infinite, come dichiara il transumanista transgender miliardario Martine Rothblatt “potenzialmente tante quante gli abitanti sulla terra”. Il corpo, per tale ideologia, deve poter essere modificato, deturpato e mutilato su richiesta per poter soddisfare il desiderio individuale di conformarlo all’identità auto-percepita.

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Negli Standards of Care 8 della WPATH troviamo persino un capitolo dedicato all’identità di genere “eunuco”. Gli “esperti” ci informano che gli eunuchi sarebbero “individui AMAB”, letteralmente “assegnati maschio alla nascita”, che desiderano liberarsi dei propri tratti mascolini, dei propri genitali maschili o delle proprie funzioni sessuali attraverso castrazione chimica e/o fisica. È chiaro che il concetto di identità di genere rappresenta la giustificazione ultima per poter fabbricare corpi neutri e asessuati, per sperimentare nuovi trattamenti, farmaci e chirurgie di modificazione corporale, il tutto in nome dei “diritti umani” e della “scienza”.

Le lobotomie del XXI secolo: il tradimento del Giuramento di Ippocrate

Nei WPATH Files i trattamenti chiamati “medicina di genere” vengono paragonati alle lobotomie del secolo scorso, all’epoca considerate il trattamento più efficace e umano contro le malattie mentali. Se pensiamo che nel 1949 l’inventore della lobotomia, Antonio Egas Moniz, ha vinto il Nobel per il suo contributo alla medicina, non possiamo stupirci che oggi la “scienza ufficiale” appoggi la distruzione di corpi sani e apparati riproduttivi sani. Anche all’epoca erano pochi coloro che osavano criticare l’eticità di quei barbari trattamenti, così come sono pochi oggi quelli che criticano la cosiddetta “medicina di genere”.

I medici-attivisti che portano avanti questi esperimenti sulla pelle di persone fragili tradiscono costantemente il Giuramento di Ippocrate, il quale si basa sul principio fondamentale del primum non nocere, in primo luogo non fare del male. La domanda, ovviamente, sorge spontanea: perché lo fanno? Si tratta di una mera questione di guadagno? È soltanto il vile denaro a muovere i professionisti della medicina transgender?

Le radici attiviste della WPATH

Nonostante i soldi e le opportunità di una florida carriera facciano gola a molti – se non tutti – i professionisti coinvolti, è essenziale comprendere come i protagonisti della cosiddetta gender medicine siano animati da un particolare fervore ideologico. Non è un caso che molti dei componenti WPATH siano attivisti LGBTQIA+.

Il fatto che la principale autorità mondiale per la salute transgender sia composta da attivisti ideologizzati può lasciare perplessi, ma se si conoscono le radici storiche della WPATH il quadro diventa più chiaro. Quella che dal 2006 si chiama World Professional Association for Transgender Health, infatti, nasce negli anni Settanta con il nome “Harry Benjamin Foundation”. Harry Benjamin era un endocrinologo tedesco piuttosto controverso ai suoi tempi per aver venduto era stato finti vaccini contro la tubercolosi e supplementi di testosterone e vasectomie spacciati per trattamenti anti invecchiamento (trattamenti che sperimentava addirittura su se stesso).

È importante sapere che Benjamin seguiva la teoria della bi-sessualità di Magnus Hirschfeld, che come abbiamo scritto in precedenza considera maschio e femmina non come realtà biologiche, ma come mere astrazioni mentali, i poli estremi di uno spettro di sfumature al cui interno rientrano tutti coloro che divergono dagli stereotipi più estremi del mascolino e del femmineo, tra cui gli omosessuali e coloro che all’epoca venivano chiamati “travestiti”, che in seguito vennero chiamati “transessuali” e che oggi si chiamano “transgender”.

Il dottor Harry Benjamin, fervente sostenitore di questa teoria, nel 1963 incontra Reed Erickson, alla nascita Rita, transessuale FTM con una consistente eredità e una forte motivazione personale e ideologica a finanziare la causa. Ed è così che, con il denaro di Erickson e l’ideologia di Benjamin, viene fondata la Harry Benjamin Foundation, oggi WPATH.

Il silenzio dei media italiani

Il silenzio dei media italiani sullo scandalo WPATH è stato unanime, tranne poche voci isolate. Nessuna risonanza mediatica è stata data nel nostro Paese alla questione dei file trapelati, il che non dovrebbe stupirci, dal momento che questa storia non dipinge la “cura per l’affermazione di genere” sotto una luce molto lusinghiera.

La stampa ufficiale italiana ci bombarda costantemente con la retorica dei “diritti della comunità LGBTQIA+”, comunità di marginalizzati e oppressi bisognosi di protezione, e insiste con la narrazione stucchevole e falsata dei “nati nel corpo sbagliato” che per sopravvivere necessitano di sottoporsi a transizione ormonale e chirurgica, nonché della validazione da parte della società intera.

Chi contesta questa fuorviante narrazione viene chiamato “transfobico” e relegato, con la consueta tattica della reductio ad hitlerum, nel calderone dei bigotti, retrogradi e fascisti. Chi critica questi trattamenti sperimentali, soprattutto se eseguiti su minori e persone mentalmente fragili, viene accusato di volere la morte delle persone trans, così come chi critica l’ideologia dell’identità di genere viene accusato di volerne “negare l’esistenza”.

In un clima come questo, fare corretta informazione è essenziale. Solo conoscendo a fondo gli orrori della “medicina transgender” – orrori che, come evidenziano i WPATH Files, escono direttamente dalla bocca dei professionisti coinvolti – possiamo comprenderne l’entità e muovere una critica davvero informata.

Elisa Boscarol è divulgatrice, studiosa del fenomeno "gender" e fondatrice del canale Il Mondo Nuovo 2.0.