di Emanuele Mastrangelo

Accade in un asilo (o “scuola dell’infanzia”, come si chiama ora) romano. Alcune maestre dell’istituto comunale hanno sequestrato e nascosto dalla vista un presepe che una bambina aveva portato per i propri compagni.

La vicenda inizia lo scorso anno, quando alcune maestre hanno detto che il presepe non sarebbe stato fatto perché “qualcuno potrebbe offendersi” e loro non facevano “cose divisive”. Tempo due mesi, scoppia la guerra in Ucraina e le stesse maestre, senza nulla chiedere ai genitori, hanno schierato l’asilo dalla parte di Kiev, con tanto di bandierone giallo-azzurro fatto dipingere ai bambini. Indottrinamento ideologico (bandierine arcobaleno, “marcia della pace”…) senza che nessuna educatrice abbia sentito la necessità di domandare (e domandarsi) se le famiglie di qualche bambino avessero componenti o amici russi – o semplicemente fossero favorevoli a una posizione neutrale nella diatriba fra Mosca e Kiev. Dunque, “laicismo” a senso unico. Il presepe “può essere divisivo“. La bandiera di una fazione in guerra invece no.

Così quest’anno alcuni genitori hanno chiesto un cambio di passo. I bambini – è stato detto nell’assemblea dell’istituto – non fanno nulla che sia costruttivo dal punto di vista della loro identità di italiani. Hanno imparato la bandiera arcobaleno ma non quella italiana. Sanno tutto di Halloween e di Babbo Natale ma niente delle feste tradizionali, religiose ma anche civili (come il 25 aprile e il 1° maggio). Sono stati messi in maschera, ma accuratamente evitando le maschere della tradizione carnevalesca italiana. Infine, hanno fatto una sorta di parodistico “presepe laico” dell’inclusione ma quello tradizionale italiano è stato rifiutato.

Se un bambino è italiano, ha il diritto di crescere e socializzare nella sua cultura d’origine. Se un bambino non è italiano ma la sua famiglia desidera integrarsi, essere privato della possibilità di conoscere e socializzare nella cultura d’accoglienza è fargli un disservizio. Infine, anche se un bambino non è italiano e la sua famiglia – legittimamente – non vuole italianizzarsi, comunque egli avrà un grande beneficio nel conoscere quella che è la cultura e la tradizione dei suoi piccoli compagni.

Parole cadute nel vuoto. Anzi. Da parte di alcune educatrici s’è alzato un polverone. La richiesta di inserire elementi di identità nel programma è stata ignorata ma senza un “sì” o un “no” aperto.

Ai genitori è rimasta tuttavia la strada delle “attività partecipate”. Ossia quelle in cui un genitore si fa parte attiva. Viene così presentato alla coordinatrice dell’istituto un progetto per un lavoro collettivo: materiali naturali portati dai bambini (cortecce, pigne, rametti, sassolini…) e statuine da assemblare in classe per costruire il diorama.

La coordinatrice risponde in maniera pilatesca: “Le educatrici hanno già deciso l’attività natalizia. Sarà l’occasione per scambiarci gli auguri. La sua proposta è stata comunque altamente apprezzata”. Inutile aggiungere che l’attività “natalizia” escludeva radicalmente qualunque riferimento alla Natività. Solo Babbi Natale, renne e palline rosse. Alla proposta fatta dal genitore alle maestre non c’è stata alcuna risposta nel merito. Nemmeno la decenza di due righe per giustificare il diniego. “La scuola è aperta alle proposte e alle attività dei genitori”, ma se queste non piacciono al Comitato Centrale delle maestre più anziane (quelle che riescono perfino a zittire la preside durante le assemblee…), non c’è neppure il “no grazie”. Fin de non-recevoir. E tuttavia, nonostante l’evidente matrice ideologica e di odio anticristiano di questa ostinata chiusura, la coordinatrice s’è sperticata nel giustificare le sue sottoposte: “Non c’è alcuna pregiudiziale verso il presepe”.

Bene, se non c’è, non avranno alcuna obbiezione se una bambina porta ai suoi compagni un presepe fatto insieme al papà. Così, il 7 dicembre una bambina, V., entra nell’asilo accompagnata da un presepe di oltre un metro per quaranta centimetri: Sacra Famiglia, pastori e Re Magi saldamente incollati a un letto di cortecce su una base di robuste assi di legno. Dietro di loro un cielo blu con le costellazioni invernali animate da lucine a pila. Su tutto, una stella cometa e alcuni versi dell’Adeste Fideles. Un dono per tutti i bambini. Per chi è religioso ma anche per chi non lo è. D’altronde, “non c’è alcuna pregiudiziale…”.

E invece, appena il genitore è uscito dall’asilo, è scattata la cancel culture: il presepe è stato sequestrato e nascosto dalla vista dei bambini. Come fosse un panetto di hashish. Come fosse un giornaletto porno. Nessuno ha ritenuto opportuno avvisare il padre telefonicamente, il quale ha scoperto la sottrazione del presepe solo nel pomeriggio, al momento di ritirare la bimba all’orario d’uscita. Alle proteste del genitore – che ha anche ravvisato gli estremi dell’appropriazione indebita, visto che il presepe è proprietà privata e non vi era alcun elemento di “pericolosità” nella sua struttura – maestre e bidelle si sono chiuse in un’ostinata omertà: non è stato possibile sapere né le autrici del sequestro, né chi avesse dato l’ordine. Il presepe è tuttora rinchiuso in una stanza e non è stato possibile riaverlo indietro.

LEGGI ANCHE
Coprifuoco ingiusto e irrazionale; e fumetti politicamente corretti [VL7]
+ post

Emanuele Mastrangelo è redattore capo di "Storia in Rete" dal 2006. Cartografo storico-militare, è autore di vari libri (l'ultimo, con Enrico Petrucci, è Iconoclastia. La pazzia contagiosa della cancel culture che sta distruggendo la nostra storia) e ha curato Eroi. 22 storie dalla Grande Guerra e Terra benedetta. Storie d'Italia e di italiani.