di Pier Paolo Poggioni

Si legge nella Enciclopedia Treccani:

“asimmetrìa”  – 1. Mancanza di simmetria o di proporzione fra le parti di uno o più oggetti. 2. Con uso fig., nel linguaggio dell’economia, la imperfetta distribuzione delle informazioni tra le diverse categorie di operatori.

Sempre dalla Treccani:

“diṡilluṡióne”: Perdita di un’illusione o delle illusioni, disinganno.

Guardando all’Europa di Maastricht, ritengo che oggi questa abbia suscitato e susciti un sentimento che costituisce il montante dei due: la sensazione di un progetto asimmetrico e cui si somma la corrispettiva disillusione, dettata – in parte – dal primo e – per altra parte – da altri elementi.

Le aspettative erano alte. La positiva esperienza della CEE aveva generato l’illusione di una decisa marcia in avanti. Tuttavia, a tutto concedere, le ambizioni erano sproporzionate e nemmeno sostenute da credibili basi geopolitiche ed economiche.

La roboante “Unione Economica e Monetaria” che partoriva l’Euro, coinvolgeva – e coinvolge – solo una parte degli Stati membri. Venivano sostituite – con una fusione a freddo – le monete nazionali con una nuova valuta i cui rapporti di concambio erano arbitrari e addirittura penalizzanti (come per l’Italia, che assistette ad un sostanziale dimezzamento del potere di acquisto).

Veniva introdotto un assurdo benchmark rappresentato dal Bund tedesco che viene spesso usato quale clava politico/finanziaria i cui contorni non sono mai sufficientemente chiari. L’assurdità di tale sistema è evidente: una presunta unione monetaria che vede concorrere il sistema di finanziamento pubblico nazionale con quello di un Paese (la Germania) attraverso criteri opachi. È come se qualsiasi titolo obbligazionario emesso da qualsiasi Stato degli USA dovesse giornalmente confrontarsi con quello dello Stato di New York, soprattutto in obbedienza a criteri dai contorni sfuggenti. È evidente che il sistema politico/finanziario di un Paese non può reggere e ogni bilancio (pubblico e privato) deve scontare le imprevedibili fluttuazioni dei titoli con le connesse fluttuazioni in tema di stabilità.

La c.d. Unione Europea sconta anche l’incredibile asimmetria fiscale: vi sono aliquote differenziate con la inconcepibile sopravvivenza – all’interno dell’Unione Europea – di Paesi con regime fiscale fortemente di favore. L’Unione Europea, con l’allargamento sconsiderato e frenetico soprattutto negli anni 2004/2007, ha incorporato difficili realtà socio/economiche per le quali gli altri Stati hanno pagato – e pagano – un prezzo assai elevato.

L’Italia è contributore netto da sempre: contribuisce , cioè, alla sovvenzione europea molto più rispetto a quanto riceve indietro secondo i vari programmi di finanziamento . Se si aggiunge la scarsa competenza italiana – soprattutto nel pubblico – nella redazione delle domande di finanziamenti – specie quelli diretti – il disastro si compie : pochi e sofferti ritorni rispetto al denaro inviato.

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Forse il vizio originario sta nella constatazione che la descritta Europa nasce con una vocazione scarsamente democratica: l’unico organismo espressione di democrazia diretta (il Parlamento Europeo) ha sempre avuto poteri limitati – seppur successivamente e faticosamente ampliati – rispetto alla assoluta preminenza dei poteri dell’organo esecutivo: la Commissione.

Molte incongruenze, come si vede, che generano sfiducia e disillusione.

Che fare, quindi? Mettendo da parte le improponibili ipotesi di uscita, occorre iniziare a lavorare con competenza sui necessari correttivi. Molti possono essere gli argomenti da introdurre. Faccio alcuni esempi.

  • Una durata temporale dei trattati/regolamenti: non è pensabile che un trattato/regolamento abbia una durata illimitata la cui modifica sia condivisa dalla non raggiungibile unanimità. Le condizioni geopolitico/finanziarie mutano e, pertanto, tali documenti cogenti necessitano di un “tagliando” temporale ove, al termine di un periodo prestabilito, se ne ridiscutono le condizioni.
  • Una modifica – assai pesante – del sistema dello spread onde evitare di procrastinare l’opaco ricatto politico/finanziario del suo innalzamento.
  • Potenziamento dei poteri del Parlamento Europeo ridimensionando i poteri degli esecutivi (Commissione Europea in primis).
  • Sottoposizione a referendum popolare dei grandi temi operativi (allargamento dell’Unione Europea, introduzione di trattati come Maastricht ecc..).
  • Massiva adozione di opt out (ne fa gran uso, per esempio, la Danimarca), ove si pretende un trattamento differenziato del nostro Paese nell’ambito dei trattati in consonanza con le particolari esigenze del Paese.

Sono alcune proposte che potrebbero migliorare l’intelaiatura dell’Unione e il trattamento riservato al nostro Paese, spesso vittima dell’incompetenza e della deferenza (qualche volta, pelosa) dei nostri rappresentanti. Miglioramenti a cui corrisponderebbe un innalzamento della fiducia, oggi ai minimi storici.

Avvocato, ha insegnato presso l'Università di Siena ed è attualmente docente presso l'Università Cusano di Roma. Co-autore di Documenti per una finanza sostenibile- verso una finanza di sostenibilità ambientale (2020) e Circular Economy (2022).