di Lorenzo Bernasconi

A una settimana dal voto, sebbene – tra riconteggi e ricorsi – qualche piccola sorpresa potremmo ancora averla, lo scenario è sufficientemente definito per delineare un quadro dei vincitori e degli sconfitti nella tornata elettorale da poco conclusasi.

Fratelli d’Italia

Tra i vincitori spicca, indubbiamente, Giorgia Meloni, che, forte del 26% ottenuto da Fratelli d’Italia, può ambire a diventare la prima donna alla guida di un esecutivo italiano. Risultato straordinario se si pensa che, solo quattro anni fa, il partito della fiamma tricolore si attestò sul 4,3% a livello nazionale.

Partito Democratico

Tra i perdenti viene invece comunemente annoverato Letta, che paga l’incapacità di costruire una coalizione sufficientemente ampia da risultare competitiva nei collegi uninominali, ma sconta pure alcune scelte comunicative discutibili. La campagna del PD si è infatti rivelata utile tutt’al più a compattare e mobilitare la parte più ideologizzata dell’elettorato di area, ma ha mancato totalmente l’obiettivo di coinvolgere gli indecisi e di pescare nell’ampio bacino dell’astensionismo.

Lo slogan Scegli, cuore della campagna dem, si è rivelato – a mio avviso – un autentico boomerang: in un contesto di disaffezione verso la politica e di diffusa disistima nei confronti della classe dirigente del Paese, per rivolgersi all’elettore con un imperativo (“Scegli!”) senza apparire arroganti e autoreferenziali occorrerebbe una fortissima credibilità personale, di cui Letta, palesemente, non dispone.

Va tuttavia riconosciuto che, a fronte di una riduzione del numero assoluto dei voti e di quello dei parlamentari, in termini percentuali il PD ha visto persino una lievissima crescita, passando dal 18,8% del 2018 al 19% odierno. Pertanto, pur avendo manifestamente perso le elezioni, l’ormai dimissionario Letta ha condotto il PD sì a una sconfitta politica, ma non a un’ecatombe elettorale: si può concludere, in sostanza, che Letta si sia rivelato un “buon perdente”.

Movimento 5 Stelle

Giuseppe Conte invece, col Movimento 5 Stelle che si assesta sul 15,5% (performance migliore del previsto, seppur lontana dal 32,4% del 2018) viene generalmente annoverato tra i vincitori. Senza dubbio parliamo di un risultato più che positivo per un partito in crisi di consensi da oltre tre anni, a lungo sotto il 10% nei sondaggi e oltretutto reduce dalla scissione dei dimaiaini.

Grazie a Conte e alla sua campagna elettorale, perfettamente centrata su un target ben definito -quell’area di disagio sociale, presente in tutto il Paese ma percentualmente più rilevante al Sud, che vede il Reddito di Cittadinanza come una manna dal cielo – il M5S rappresenta tuttora, sul piano dei voti reali, la terza forza politica del Paese.

A livello di rappresentanza parlamentare, tuttavia, il partito di Conte sconta, analogamente al PD, la sconfitta nella quasi totalità dei collegi uninominali. Per l’ex premier pentastellato parlerei, dunque, di una vittoria dimezzata: faccia e poltrona sono salvi, ma il ruolo del Movimento nella politica italiana è destinato a essere, perlomeno nel breve periodo, abbastanza marginale.

Lega

Il vero perdente, secondo buona parte della stampa italiana, sarebbe invece Matteo Salvini, che in 4 anni ha visto dimezzarsi il consenso elettorale delle Lega (dal 17,5% all’8,8%) in favore dell’alleata-rivale Giorgia Meloni. Salvini sconta i numerosi cambi di rotta compiuti nella legislatura appena conclusasi, nonché una campagna elettorale per molti aspetti speculare a quella del PD e basata su di uno slogan (Credo) particolarmente infelice, dal momento che la credibilità, oggi, non appare certo il punto forte di Salvini.

Ciononostante, la Lega rappresenta pur sempre il secondo partito della compagine vincitrice; oltretutto, la ripartizione dei collegi uninominali nella coalizione di Centrodestra, definita in base a rapporti di forza che ormai appartengono al passato, ha garantito alla Lega una nutrita pattuglia parlamentare, sostanzialmente pari a quella dei dem, che pure hanno ottenuto più del doppio dei voti. Se, dopo aver conquistato un buon numero di seggi in parlamento, Salvini riuscirà anche a ottenere – per sé e per il partito – dei Ministeri di peso, avrà una chance importante di invertire il trend negativo e tornare a crescere.

Ritengo, dunque, che il leader leghista vada comunque annoverato tra i vincitori, pur nella consapevolezza che, qualora non dovesse calcolare bene le prossime mosse, la sua potrebbe rivelarsi una vera e propria vittoria di Pirro.

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Gli altri

Esce bene dalle urne, infine, anche Forza Italia: nonostante la defezione di tre ministri forzisti -due dei quali confluiti in Azione – il partito di Berlusconi conquista l’8,2%, arrivando quasi a pari merito con la Lega salviniana e confermandosi un tassello fondamentale per la tenuta della futura maggioranza.

Sconfitta amara, invece, per Renzi e Calenda, che insieme totalizzano un 7,7%, garantendosi il diritto di tribuna ma scivolando sostanzialmente nell’irrilevanza. Risultato decoroso per l’alleanza di Verdi e Sinistra Italiana, che con un 3,6% conquista il biglietto d’ingresso per Montecitorio e Palazzo Madama. Performance deludente invece per +Europa, che manca di poco l’obiettivo del 3%, restando così esclusa dal parlamento: segno che la fiducia degli italiani verso il sogno – ma sarebbe più corretto dire “verso l’incubo” – di un super-Stato europeo è ai minimi storici.

Peggio ancora Noi Moderati e Impegno Civico, che non raggiungono nemmeno l’1% smentendo, semmai ve ne fosse ancora bisogno, il mito della necessità di “moderarsi” per attrarre gli elettori di un ipotetico centro che, dati alla mano, risultano praticamente inesistenti.

Il tema delle libertà individuali

Significativo, infine, il disastro elettorale di Italexit (ferma all’1,9%) e più in generale di tutte le liste antisistema e no green pass: segno che la pur evidente avversione di milioni di italiani – si pensi banalmente ai milioni di non vaccinati – verso le restrizioni imposte dai governi Conte e Draghi, culminate nell’obbligo vaccinale diretto e indiretto, non si traduce automaticamente in un voto massiccio a favore di partiti che della lotta contro tali soprusi abbiano fatto il cuore del proprio programma elettorale.

Sembra infatti che la battaglia per le libertà individuali sia, per larga parte della popolazione italiana, sì importante, ma non prioritaria: ciò spiegherebbe perché il voto di gran parte dell’elettorato no green pass si sia indirizzato verso Fratelli d’Italia, un partito che ha mantenuto nel tempo una posizione di coerente contrarietà al regime pseudosanitario tanto caro a Speranza, ma che non ha voluto dare particolare spazio al tema della tutela delle libertà individuali durante la campagna elettorale.

Il tema della guerra russo-ucraina

L’altro dato che emerge dalle urne è una diversa sensibilità tra l’elettorato di destra e quello di sinistra circa il posizionamento del nostro Paese riguardo al conflitto russo-ucraino. Il popolo della Sinistra, infatti, appare spaccato quasi a metà tra chi sostiene partiti “pacifisti” (M5S e Sinistra di Fratoianni) e chi appoggia una linea interventista votando PD e +Europa. La stragrande maggioranza dell’Italia che guarda a destra, invece, ha optato per forze ultraatlantiste come Fdi e Forza Italia, mentre meno del 9% ha dato fiducia alle posizioni pragmatiche e maggiormente interlocutorie della Lega.

Non è facile stimare quanto possa aver pesato il tema del conflitto in Ucraina sulla scelta degli elettori: tuttavia, pur ritenendo che la posizione leghista corrisponda maggiormente all’interesse strategico dell’Italia rispetto all’interventismo del resto della compagine di centrodestra, è evidente come il responso delle urne lasci presagire, sul tema del conflitto, una perfetta continuità, da parte dell’esecutivo prossimo venturo, con la linea del governo Draghi. Con tutte le preoccupanti ricadute del caso sulla sicurezza e sulla stabilità economica dello stivale.

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Laureato in Filosofia all’Università Cattolica di Milano, dove ha collaborato con la cattedra di Storia della Filosofia Antica. Ha trascorso sei anni a Bruxelles lavorando per il Parlamento Europeo. Rientrato in Italia nel 2018, ha prestato servizio presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri e, in seguito, come consulente presso la Camera dei Deputati.