di Luca Ruggeri

Il Consiglio direttivo della Banca Centrale Europea, il 21 luglio, ha assunto due importanti decisioni in tema di politica monetaria; in primo luogo un aumento del tasso di interesse dello 0,50%, per combattere l’inflazione, e inoltre l’introduzione di un nuovo strumento monetario.

Cosa è il TPI

In dettaglio, circa questo secondo aspetto: la BCE ha creato il Transmission Protection Instrument (TPI) volto ad evitare la frammentazione dell’area euro. In sintesi è uno strumento che ha lo scopo di tutelare i Paesi finanziariamente più deboli, tanto più rilevante dopo che la BCE ha cessato gli acquisti legati alla situazione di crisi creata dalla pandemia che avevano sostanzialmente “anestetizzato” lo spread.

Il nuovo TPI non ha un ammontare massimo – aspetto indubbiamente assai positivo – ma prevede che il Paese che intendesse utilizzarlo dovrà sottostare a diverse condizioni. In dettaglio:

  • dovrà rispettare i parametri UE e quindi non dovrà essere soggetto ad una procedura deficit eccessivo (EDP) ed inoltre dovrà adempiere alle raccomandazioni della Commissione;
  • non dovrà essere oggetto di una procedura per squilibri macroeconomici;
  • dovrà trovarsi in una situazione di sostenibilità fiscale;
  • dovrà attuare politiche sostenibili seguendo quindi le raccomandazioni europee in tema fiscale e gli impegni del Recovery Plan (quest’ultima previsione sembra guardare proprio all’Italia stante il notevole impegno previsto per il PNRR).
Come è stato accolto

Un nuovo strumento, robusto negli importi e di agile utilizzo, era ampiamente atteso dal mercato e la BCE doveva presentare una iniziativa in merito, perché in assenza si sarebbe innescata una crisi per i Paesi finanziariamente più deboli tra i quali l’Italia.

Il TPI è stato accolto con commenti di diverso accento: alcuni hanno evidenziato che la sua stessa esistenza è una garanzia anche se con dei costi politici in caso di attivazione; altri sottolineano come, di fatto, l’utilizzo del TPI implichi un commissariamento del Paese che ne richieda l’intervento.

I mercati, i veri giudici del TPI, non sono apparsi particolarmente entusiasti del nuovo strumento predisposto dalla BCE.

Lo spread BTP/Bund, ormai famigerato, non è diminuito, ma anche i credit default swap (un contratto utilizzato per coprirsi contro il rischio di inadempienza di un debitore) non si sono mossi. In dettaglio la differenza di costo tra credit default swap con contrattualistica del 2003 (che non prevede il cambio di valuta come causa di default) e quelli con contrattualistica del 2014 (che invece lo prevedono), uno spread considerato un indice del rischio di “Italexit”, non ha evidenziato movimenti significativi dopo l’annuncio del TPI, a riprova del fatto che il TPI stesso non viene visto come una vera soluzione al problema della crisi finanziaria di uno dei Paesi europei.

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Indicativo un articolo apparso il 22 luglio su “IlSole24Ore”, ove venivano sintetizzati i commenti di venti case di investimento che, aldilà dell’opacità del TPI, sottolineavano che le quatto condizioni sopra elencate siano assai più numerose di quanto previsto dagli operatori. Un altro aspetto problematico individuato nell’articolo è la difficoltà di comprendere quando si configuri una situazione di mercato ingiustificata e disordinata (“unwarranted, disorderly market dynamics that pose a serious threat to the transmission of monetary policy across the euro area”) che dia facoltà alla BCE di attivare il TPI e, conseguentemente, a quale livello di spread si avrà tale attivazione.

Uno strumento debole

In estrema sintesi ciò che sembra mancare al TPI è la capacità di convincere i mercati dell’esistenza di uno strumento che possa essere agilmente impiegato per sostenere un Paese, contrariamente a quanto accadde con il programma OMT (Outright Monetary Transactions) a suo tempo predisposto da Draghi – peraltro mai utilizzato – e che prevede il ricorso al MES (Meccanismo Europeo di Stabilità), a tuttoggi ancora operativo.

Non rimane che auspicare una attenta gestione della tematica economica da parte del nuovo governo, espressione del voto del 25 settembre, visto che la protezione offerta dalla BCE rischia di essere messa alla prova dai mercati in caso di perturbazioni economiche, con esiti difficili da prevedere.

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Luca Ruggeri, laureato in Economia, ha lavorato per oltre venti anni presso una grande banca italiana ed attualmente svolge la propria attività quale direttore generale presso un investitore istituzionale.