di Daniele Scalea

Mario Draghi si è (nuovamente) dimesso da Presidente del Consiglio, dopo aver incassato una fiducia striminzita al Senato dietro cui si nasconde il ritiro de facto dalla maggioranza di Forza Italia, Lega e Movimento 5 Stelle. Verosimilmente il Presidente della Repubblica dovrà ora sciogliere le Camere e convocare elezioni anticipate a settembre o inizio ottobre, col Governo Draghi in carica solo per il disbrigo degli affari correnti.

Bilancio in rosso

Quando, un anno e mezzo fa, il Presidente Mattarella incaricò Draghi di formare un nuovo governo, il Centro Studi Machiavelli si mostrò cautamente aperto all’ipotesi. Cautamente anche per il convivere di opinioni molto differenti. Ad esempio, in un dibattito da noi promosso il 5 febbraio 2021 con due membri del Consiglio Scientifico, si scontrò la linea pro-Draghi rappresentata da Corrado Ocone e quella radicalmente ostile all’ex presidente della BCE incarnata da Marco Gervasoni.

La nostra apertura non dipendeva dall’essersi dimenticati chi fosse Mario Draghi. Grand commis implicato in controverse privatizzazioni, governatore di Bankitalia che non risparmiava stilettate all’allora governo di centro-destra, presidente della BCE implicato nell’abbattimento di Berlusconi nel 2011, entusiasta euro-unionista e globalista. Il contesto però imponeva di essere aperti. Un esimio e autorevole economista come Draghi, disponibile a coinvolgere il Centro-Destra in un governo di unità nazionale, andava a sostituire lo sciagurato Governo Conte, marcatamente sinistrorso e responsabile delle politiche liberticide del lockdown nonché di una guerra aperta contro PMI e lavoratori autonomi. Si trattava di seppellire Giuseppe Conte, il parvenu che sfruttando l’emergenza sanitaria stava costruendosi un controllo serrato sui gangli del potere – dai media ai servizi segreti alle strutture commissariali.

Siamo rimasti delusi. La discontinuità che si invocava sulle politiche anti-covid non c’è stata: anzi, Draghi ha confermato Speranza e tutte le limitazioni alle libertà personali, aggiungendoci il carico da novanta dell’infame Green Pass. Draghi ha pure abbracciato le politiche ideologiche ed estremiste di stampo ambientalista promosse nell’UE, e si è lanciato senza remore in una campagna anti-russa motivata dall’aggressione all’Ucraina ma dimentica di oggettivi problemi come la dipendenza italiana dal gas russo. Non ha, cioè, creato la crisi energetica in corso ma la ha alimentata con le sue scelte.

Infine, è evidente come Draghi, fin dall’inizio del suo mandato, abbia sempre mostrato una netta predilezione per l’ala sinistra della sua maggioranza, e in particolare per il PD. Dalla selezione dei ministri alle scelte politiche, dalle comunicazioni alla stampa ai rapporti personali coi leader, Draghi è sembrato “tollerare” il Centro-Destra di governo più che coinvolgerlo e sublimarlo nello schema dell’unità nazionale.

L’hybris finale

Ciò ha avuto un ruolo primario nella sua inattesa caduta. In queste ultime settimane Draghi si è mostrato chiuso a ogni confronto e mediazione. Ha ripercorso (ironia della sorte) gli atteggiamenti e le scelte che già portarono Conte a perdere il governo: si è crogiolato nella buona stampa e anche in un discreto livello di consenso popolare, dimenticandosi però di avere bisogno soprattutto di quello della maggioranza del Parlamento.

La crisi è cominciata da un braccio di ferro con Giuseppe Conte e il M5S: braccio di ferro che, probabilmente, questi ultimi non volevano portare fino alle estreme conseguenze. Draghi, con l’inflessibilità e – diciamolo pure – l’arroganza che lo contraddistingue, ha trasformato un “non voto” del M5S nell’occasione per delle dimissioni. Ma tali dimissioni potevano condurre solo a due strade: o la fine definitiva del governo, o una nuova maggioranza senza il M5S. Quella che ha chiesto infatti il Centro-Destra di governo.

Inopinatamente, invece, Draghi ha scelto una terza strada. Ha cercato di riconfermare l’attuale maggioranza e l’attuale governo senza alcun cambiamento. Se tale era l’obiettivo, però, il premier avrebbe dovuto evitare la precedente rottura col M5S: non ponendo la fiducia sul DL Aiuti oppure sorvolando sul “non voto” dei Cinque Stelle che – va ricordato – non lo hanno mai sfiduciato apertamente.

Come se non bastasse, mercoledì in Senato Draghi ha scelto di pronunciare un discorso duro e altezzoso. Con toni demagogici ha vantato una “mobilitazione […] senza precedenti” degli italiani a suo favore (davvero? Qualche piazza con poche centinaia di persone?!). Ha più volte tirato in ballo il sostegno all’Ucraina e quello di Zelensky a lui, alludendo a una presunta “intelligenza col nemico” di quei partiti non disponibili a dargli carta bianca. Ha, di fatto, chiesto i pieni poteri: i partiti avrebbero dovuto votarlo e votare ogni cosa che avrebbe proposto, da lì in poi, senza fiatare. Prendere o lasciare.

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E hanno lasciato. Il M5S, che pure stava pensando di votare la fiducia, è ribollito. Forza Italia e Lega sono state a tal punto umiliate da Draghi da non poterlo più appoggiare. Per giorni Draghi ha ignorato la loro richiesta di un nuovo governo senza il M5S. Martedì ha ignorato la loro risoluzione in tal senso, ponendo la questione di fiducia su una di matrice PD che gli accordava carta bianca su tutto. Il giorno prima, inoltre, con scelta inaudita si era visto col segretario del PD, Enrico Letta, per concordare con lui e lui solo la linea da seguire. Solo a fronte delle proteste del Centro-Destra di governo aveva, infine, accordato anche ai suoi capi udienza.

Draghi ha, insomma, fatto di tutto per non rimanere a capo del governo. O gli si accordavano pieni poteri – a lui e, per interposta persona, a Letta e Mattarella, ossia al PD – oppure erano picche. Picche sono state.

Cosa succede ora

Nelle condizioni attuali è molto difficile che il Presidente della Repubblica possa tirare fuori un nuovo coniglio dal cilindro per ritardare ancora le elezioni. Facile è accorgersi come Conte e Draghi abbiano confezionato un regalo favoloso al Centro-Destra, in una fase in cui era percorso da lotte intestine e piagato da un declinante entusiasmo del suo elettorato di riferimento.

Di colpo il Centro-Destra si ritrova ricompattato dalla fine del Governo Draghi. Il M5S invece è a pezzi, avendo subito la scissione di Di Maio che ha molti seguaci in Parlamento ma ben pochi nel Paese. Ciò che rimaneva della (immeritata) aura di “statista” di Conte è stata bruciata dalla maldestra gestione di questa congiuntura. La frattura creatasi col PD è evidente. La Sinistra può sperare di vincere solo con un campo molto largo, che porti a sé i voti del Centro. Forza Italia si è però infine riallineata a Lega e Fratelli d’Italia, al modico costo della fuoriuscita di personaggi impopolari come Brunetta e Gelmini. Forse la Destra perderà Toti e compagnia, ma è dubbio che possano rappresentare voti decisivi. Anche perché al centro l’unico leader con un po’ di popolarità è Carlo Calenda, il quale però è acerrimo nemico di tutto ciò che sa di M5S: quindi di Conte e pure di Di Maio. Trovare una quadra è improbo e, anche se la si trovasse a livello di segreterie di partito, potrebbe non funzionare tra l’elettorato.

Insomma: gli scenari in cui il Centro-Destra non ottiene la maggioranza sono pochi. Malgrado tutti i suoi limiti e le sue pecche, sembra che gli elettori vogliano davvero riaffidargli il governo, dopo undici anni di astinenza. Poi, però, toccherà esserne degni. E non sarà facile, con la tempesta socio-economica che si prepara per il prossimo inverno.

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Fondatore e Presidente del Centro Studi Machiavelli. Laureato in Scienze storiche (Università degli Studi di Milano) e Dottore di ricerca in Studi politici (Università Sapienza), è docente di "Storia e dottrina del jihadismo" e "Geopolitica del Medio Oriente" all'Università Cusano. Dal 2018 al 2019 è stato Consigliere speciale su immigrazione e terrorismo del Sottosegretario agli Affari Esteri Guglielmo Picchi. Il suo ultimo libro (come curatore) è L'attualità del sovranismo. Tra pandemia e guerra.