di Daniele Scalea

Chi c’è dietro “Prometheica”

In una fase in cui ad essere in auge, a destra, è il conservatorismo, e forte la critica all’ideologia transumanista dell’élite, c’è chi ha deciso di andare controcorrente: si tratta dei fondatori di una nuova rivista, “Prometheica”, al centro del cui messaggio c’è una rivalutazione della tecnica e una proposta “sovrumanista”.

Tra i promotori della nuova iniziativa editoriale si trova Adriano Scianca, direttore de “Il Primato Nazionale” e redattore de “La Verità”. Già ospite di un dibattito online promosso dal Centro Studi Machiavelli, in cui si contrapponevano proprio la visione conservatrice e quella “progressista”.

Cominciamo col dire che la rivista è trimestrale, ne sono finora usciti due numeri, è pubblicata da Polemos Editrice e nel primo volume si trovava anche un “manifesto del prometeismo”, che si può leggere pure sul sito della rivista. I punti sono 11: quanti quelli del manifesto futurista, sebbene meno lapidari. Non è probabilmente un caso: se quello si chiudeva sulla “sfida alle stelle”, questo si apre proprio con “l’assalto al cielo”. Ma vediamo più in dettaglio quali siano le idee dei “prometeici“.

Le tesi prometeiche

La tesi di partenza è che l’attuale sistema dominante sia progressista solo di nome. Ostenta dinamismo ma è in realtà bloccato e stagnante: da tabù e moralismi, ma anche da un indirizzo tecnologico che ha preso la strada sbagliata. Non sta portando verso nuove frontiere, ma promuove la sedentarizzazione dell’umanità: conduce a rinchiudersi in casa, immobili davanti a PC e TV, senza nemmeno uscire di casa per fare compere perché pure gli acquisti si fanno dal cellulare. Tale inerzia si riscontrerebbe anche nell’assenza di visioni, di grandi spinte ideali, di “energie utopiche”: l’intera storia va rallentando.

La critica mossa ai progressisti è dunque quella di non essere veramente tali. La critica mossa ai conservatori è invece di essere fedeli al proprio nome. Secondo “Prometheica” il passato è già perduto; non ha senso rimanervi attaccati ma bisogna esser protagonisti del suo superamento per non subirlo.

La proposta concreta della rivista è dunque questa, espressa nelle parole di Adriano Scianca:

[…] accelerazionismo prometeico significa comunque per noi intensificazione della ricerca su biotecnologie, scienze cognitive, robotica, nanotecnologia, clonazione, procreazione artificiale, mind uploading, editing genomico, intelligenza artificiale e singolarità tecnologica […]; utilizzo intensivo di tali tecniche per porre in essere politiche demografiche, ecologiche, identitarie, di potenza, di sovranità […].

Dove “Prometheica” ha ragione

Partiamo dagli spunti più interessanti che si trovano in “Prometheica”. Azzeccata appare la denuncia del falso dinamismo di quest’epoca. Un grande ciclo di avanzamento scientifico e tecnologico rischia realmente di chiudersi, e ciò principalmente perché la scienza e la tecnica vengono soffocate da una nuova cappa ideologica. Lo vediamo chiaramente in determinati ambiti, come la biologia e la climatologia: alle tesi indotte empiricamente si vanno sempre più sostituendosi teoremi imposti dal sistema. Non omologarsi a essi significa essere estromessi dalla comunità scientifica. Oggi è inimmaginabile che un novello Darwin possa sfidare in maniera rivoluzionaria i preconcetti di una disciplina, a meno che abbia abbondanti coperture politiche e che le sue tesi siano incorniciabili nell’ideologia dominante. L’ideologia totalitaria progressista davvero finirà col bloccare il progresso scientifico, consentendo solo quello tecnico laddove passibile di strumentalizzazione (vedi ad esempio tutte le tecnologie di sorveglianza e controllo della popolazione).

Un’altra giusta osservazione contenuta nelle pagine di “Prometheica” è quella secondo cui non si possa sfidare il Sistema semplicemente affidandosi al “buon senso” dell’uomo “comune” contro le ultime follie ideologiche. Per quanto esse possano apparire tali, richiederanno al massimo lo spazio di una generazione per diventare senso comune, grazie al potere d’indottrinamento della combinazione scuola-media-cultura. Il senso comune è già oggi in massima parte imbevuto di dottrina progressista. E l’uomo comune, posto non sia già minoranza, è in genere troppo pavido o demotivato per opporre resistenza. La Destra, anche quella conservatrice, deve realmente capire che non c’è molto da conservare, semmai da restaurare, ricostruire o creare ex novo.

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Dove “Prometheica” ha torto

Veniamo a dove le tesi di “Prometheica” si fanno meno convincenti o, quanto meno, meno condivisibili per chi scrive.

Innanzi tutto è intuibile, ma non ben enucleato, in cosa la visione degli sviluppi tecnologici di “Prometheica” si differenzi dall’agenda transumanista. La rivista rifiuta quest’ultima etichetta, adotta quella di “sovrumanismo”, accenna alla “battaglia tra gli allevatori di un uomo rimpicciolito e gli allevatori di un uomo potenziato”. Ma non offre molti altri dettagli. Questo anche perché la rivista è ricca di saggi filosofici e storici, ma non ve ne sono di natura scientifica e tecnica. La redazione si difende dicendo di occuparsi “di visione del mondo”, di non essere “una rivista di ingegneria, di informatica, fisica o biologia”. Eppure ciò non soddisfa l’obiezione di fondo: se una proposta (meta)politica si basa sull’utilizzo della tecnologia per determinati fini, come può evitare di occuparsi in dettaglio delle modalità? Non è possibile comprendere il grado di fattibilità del “manifesto prometeico” senza passare dalle pagine dei libri alle provette dei laboratori e agli utensili hi-tech delle officine d’avanguardia. Quali tecnologie andrebbero sfruttate e come?

Una volta risposto a tale domanda, rimane una seconda questione fondamentale. Quella della possibilità d’influenzare le prossime applicazioni tecnologiche. Correttamente “Prometheica” afferma: “[…] se le minoranze attive dovessero occuparsi solo di ciò su cui hanno influenza immediata dovrebbero smettere di occuparsi di qualsiasi cosa”. Ma viene da chiedersi: nel momento in cui certi sviluppi tecnologici puntano verso la sorveglianza di massa, il controllo pervasivo degli individui e via dicendo, non sarebbe più saggio cercare di frenare tali sviluppi prima che siano messi in pratica contro di noi? Non per una preconcetta avversione alla tecnica, ma per una pragmatica e contingente esigenza di sopravvivenza.

Viene infine la questione del conservatorismo. Se non piace tale termine, perché di sapore troppo passivo, si può usare quello di “tradizionalismo”. In ogni caso, intendendo la necessità che il futuro sia radicato nel passato, l’ultima generazione intimamente connessa ai propri avi. Ciò può impedire di sprigionare appieno una forza creatrice, ma costituisce un freno alla sua possibile degenerazione, al suo utilizzo negativo. Il passato è una forza viva e, paradossalmente, presente. Lo sanno bene i progressisti, che per la storia hanno una vera ossessione: per cancellarla, per riscriverla, per processarla – ma non smettono mai di parlarne. Coniugare tecnologia e tradizioni, modernità e storia è la grande sfida. Ma a ciò non sono certo insensibili gli autori di “Prometheica”.

Bilancio finale

Tirando le somme, “Prometheica” è una rivista che lascerà inevitabilmente perplesso chi di sentimenti conservatori o tradizionalisti. È una rivista che ha delle lacune e dei punti deboli, come quello di porre al centro della sua speculazione la tecnologia ma di non approfondire mai la tecnica, se non come soggetto filosofico. È però una rivista che va tenuta presente e consultata, perché fa da antidoto alla pericolosa inclinazione di trasformare il rifiuto del progressismo e del transumanismo in una rigetto totale del presente. Cosa che, davvero, ci condannerebbe a non avere futuro.

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Fondatore e Presidente del Centro Studi Machiavelli. Laureato in Scienze storiche (Università degli Studi di Milano) e Dottore di ricerca in Studi politici (Università Sapienza), è docente di "Storia e dottrina del jihadismo" e "Geopolitica del Medio Oriente" all'Università Cusano. Dal 2018 al 2019 è stato Consigliere speciale su immigrazione e terrorismo del Sottosegretario agli Affari Esteri Guglielmo Picchi. Il suo ultimo libro (come curatore) è L'attualità del sovranismo. Tra pandemia e guerra.