di Daniele Scalea

I cinque referendum sulla giustizia sono falliti. L’obiettivo del 50% del quorum è rimasto assai lontano: l’affluenza si è infatti fermata al 21%.

Un grave errore degli elettori

Eppure i cinque quesiti riguardavano un tema che dovrebbe interessare tutti i cittadini. Molti hanno avuto a che fare con la giustizia italiana e potenzialmente tutti potrebbero doverla affrontare in futuro, chi come imputato chi come parte lesa. Pochi dubbi ci sono anche sul fatto che il sistema giudiziario del nostro Paese abbia qualcosa che non va: basti pensare alla durata dei processi civili (7 anni e mezzo per tre gradi di giudizio), più che doppia rispetto ai principali Paesi europei. O al fatto che negli ultimi trent’anni lo Stato – e quindi i contribuenti – abbiano dovuto sborsare alle vittime di ingiuste detenzioni o errori giudiziari oltre 800 milioni di euro.

I cinque quesiti non sarebbero stati una panacea di tutti i mali, ma avrebbero aiutato a lenirne alcuni. Non ci dilungheremo nello spiegare il perché, ma rimandiamo al puntuale chiarimento del nostro ricercatore Alberto Aimi:

Gli elettori di destra tra apatia e autolesionismo

Se i referendum riguardavano tutti i cittadini, quelli di destra dovevano essere i maggiormente interessati. Se non altro perché sono le prime vittime di un altro grande problema: la politicizzazione della magistratura. Memori della lunga persecuzione giudiziaria subita da Silvio Berlusconi, consci di quella ancora in corso contro Matteo Salvini, consapevoli di quella che presto arriverà contro Giorgia Meloni, avrebbero dovuto riversarsi alle urne per cambiare qualcosa.

Invece no. Considerando le percentuali relativamente alte di quanti hanno votato ma per il NO (si va dal 26% al 46%), quanti hanno sostenuto le intenzioni dei referendari sono stati 6,5 milioni nel migliore dei casi, 4,8 nel peggiore. Siamo tra il 10% e il 15% degli aventi diritto al voto. Molti meno di quelli che in teoria si riconoscono nella Destra: guardando ai sondaggi, anche considerando gli astenuti, saremmo a circa il 30% degli aventi diritto schierati col Centro-Destra. E, come si diceva, questi quesiti avranno interessato anche cittadini non simpatizzanti per queste forze politiche.

Questo conferma quanto già osservato dopo le precedenti consultazioni elettorali: ossia la crescente difficoltà dei partiti di centro-destra a mobilitare il proprio elettorato e portarlo alle urne. Un tema su cui devono riflettere al più presto, perché con sostenitori sfiduciati e demoralizzati non ci potrà essere vittoria alle politiche del prossimo anno.

Non si può però imputare tutto ai partiti. I cittadini non sono bambini che necessitino di essere guidati sempre per mano. Devono diventare soggetti attivi, capaci di auto-mobilitarsi, consci dei propri interessi e pronti al più piccolo dei sacrifici necessari per farli valere: recarsi alle urne e votare. Esattamente come fanno i cittadini di sinistra. Purtroppo, a destra scontiamo vecchi vizi – subalternità culturale, carenza di società civile organizzata, antipolitica, ecc. – cui si somma un certo autolesionismo. Persone di destra votarono in massa due anni fa per confermare la norma che tagliava il numero dei parlamentari, svuotando ulteriormente il potere legislativo – cioè dei cittadini stessi! – a tutto vantaggio della tecnocrazia globalista e progressista.

Questa volta, che si trattava di ricondurre nell’alveo del bilanciamento democratico dei poteri uno degli apparati più strumentalizzati dalla Sinistra – la magistratura, appunto – gli elettori di destra hanno sciaguratamente pensato di andarsene al mare. Salvo tornare da oggi a fare “la rivoluzione” sui social o al bar.

La questione del quorum

Una riflessione generale va fatta pure sull’istituto del referendum. Ieri 12 giugno si è registrata l’affluenza referendaria più bassa di sempre. Peggio anche dei referendum del 2009, che parlavano di collegamento tra liste elettorali per ottenere il premio di maggioranza: votò il 23%.

Osservando una lista dei referendum abrogativi (quindi con requisito di quorum) finora tenutisi in Italia, si scorgerà una chiara tendenza al ribasso dell’affluenza. Non a caso la più alta fu quella del primo (88%, referendum sul divorzio), mentre la più bassa è quella degli ultimi. I tre referendum degli anni ’70 videro tutti votare più dell’80% degli aventi diritto. Negli anni ’80 la quota scende sotto quella soglia, passando dal 79% nel 1981 al 65% nel 1987. Negli anni ’90 si hanno i primi referendum falliti per mancanza di quorum ed affluenze sotto il 60%, eccetto che per i referendum “anti-partiti” del 1993 che si svolgevano sull’onda di Tangentopoli portando alle urne il 77% degli elettori. Dal 1997 ad oggi si sono tenuti 34 referendum: di questi solo 4 hanno raggiunto il quorum, e con un non rassicurante 55%. Persino dei quattro referendum costituzionali (quindi senza requisito di quorum) svoltisi nello stesso periodo uno ha avuto affluenza ben sotto al 50% e due a malapena sopra la soglia.

È chiaro che il problema non sta solo in questi quesiti. Il problema sta in una repubblica che è, etimologicamente, cosa di tutti ma in cui sempre meno vogliono partecipare. Il disimpegno dei più deve privare tanti dei loro diritti? Se la risposta è negativa, è venuto il momento che anche per i referendum abrogativi sia eliminato il requisito del quorum, oppure che esso venga rivisto al ribasso per adattarsi alla nuova realtà. Un’idea potrebbe essere quella di legare l’entità del quorum a una frazione (il 50% o meno) dei votanti effettivi alle ultime elezioni politiche. Ad esempio, così facendo, oggi il quorum sarebbe al massimo del 35%. Un obiettivo molto più credibile nello stato attuale della nostra democrazia.

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Fondatore e Presidente del Centro Studi Machiavelli. Laureato in Scienze storiche (Università degli Studi di Milano) e Dottore di ricerca in Studi politici (Università Sapienza), è docente di "Storia e dottrina del jihadismo" e "Geopolitica del Medio Oriente" all'Università Cusano. Dal 2018 al 2019 è stato Consigliere speciale su immigrazione e terrorismo del Sottosegretario agli Affari Esteri Guglielmo Picchi. Il suo ultimo libro (come curatore) è L'attualità del sovranismo. Tra pandemia e guerra.

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