di Emilio Pietro De Feo

L’appello di Draghi al multilateralismo

In apertura del G20 svoltosi a Roma, con tono austero e deciso, il primo ministro Mario Draghi, quasi ricalcando la orme del ben noto “Whatever it takes”, ha annunciato :

Abbiamo affrontato il protezionismo, l’unilateralismo, il nazionalismo. La pandemia ci ha tenuti distanti – e lo ha fatto con tutti i nostri cittadini. Ma non dobbiamo fare errori. Il multilateralismo è la migliore risposta ai problemi che affrontiamo oggi. Per molti versi, è l’unica soluzione possibile. Dalla pandemia, al cambiamento climatico, a una tassazione giusta ed equa, fare tutto questo da soli, semplicemente, non è un’opzione possibile.

Peccato che il summit si sia svolto con la presenza virtuale, quasi solo di cortesia, dei capi di Stato di Cina e Russia, non due attori qualunque nello scenario internazionale. Un’assenza che stride col progetto multilaterale, sempre se con tale concetto si voglia intendere governance internazionale condivisa da tutti i Paesi e non solo da alcuni. Verrebbe dunque da chiedersi se il nostro Primo Ministro, nonché quegli Stati partecipanti che hanno condiviso il suo discorso in ouverture, siano a conoscenza dell’abissale differenza che sussiste tra multilateralismo e multipolarismo.

Il multilateralismo come strumento di politica estera americana

Il primo concetto è stato rispolverato non a caso insieme a quello della difesa comune europea, che va di pari passo. Tali interrogativi sono riemersi dopo la fine di quel periodo di incertezza (nell’ottica degli storici alleati europei, tra cui Francia, Germania ed Italia in prima fascia) contrassegnato dall’Amministrazione Trump. Quella di Donald Trump è stata una presidenza quantomeno inedita, confusa ed imprevedibile quanto si vuole, la quale ha visto la superpotenza a stelle e strisce intraprendere una politica estera per certi versi paradossale, una sorta di “unilateralismo isolazionista”.

Tralasciando la componente ideologica attraverso la quale il multilateralismo è da intendersi come una sorta di mutuo sostegno ed unanimità nelle scelte tra la comunità di nazioni, da un punto di vista prettamente geopolitico è sic et simpliciter come uno dei tanti modi di fare la politica estera da parte degli Stati Uniti. Quando non è possibile adoperare tale strumento nelle relazioni internazionali si ricorre all’unilateralismo, utile in particolar modo nei momenti storici in cui torna in auge anche l’eccezionalismo americano, mediante una forte coesione interna che attualmente manca. Ne è un esempio il decennio che comincia dalla dissoluzione dell’URSS (1991) e che si conclude con l’attentato alle Torri Gemelle (2001).

Il multilateralismo, attraverso le istituzioni internazionali – dall’Onu alle sue diramazioni, le istituzioni economiche nate dagli accordi di Bretton Woods (FMI, WTO e Banca Mondiale), includendo l’alleanza con l’Unione Europea da subalterna – ha proprio lo scopo di rallentare quanto possibile quel sistema multipolare che si è delineato con l’ascesa della potenza cinese in primo luogo. Non è un caso che il G20 nasca su proposta dello storico e placido alleato canadese nel 1999. Afferma Manlio Graziano:

Dietro la decisione di dar vita ad un nuovo organismo – afferma Manlio Graziano – vi era l’idea di un grande baratto: concedere ai Paesi detti emergenti un consesso dove si sarebbero discussi in un clima di concertazione i destini economici del mondo, in cambio della loro adesione ai principi del Washington Consensus. […] In realtà i Paesi cooptati nel G20 erano già emersi nel corso del ventennio precedente e rappresentavano ormai un terzo del PIL mondiale […] tanto valeva allora, creare un ambito in cui avrebbero avuto più ampio margine di discussione, obbligandoli però ad accettare le regole stabilite dalle vecchie potenze dominanti e, in ultima istanza, dagli Stati Uniti a Bretton Woods nel 1944.

L’anelito multipolare di Russia e Cina

Ad un sistema più multipolare che multilaterale aspirerebbero – ma è da capire fino a che punto – proprio le due grandi presenti-assenti del G20, Russia e Cina. Basti pensare alle varie dichiarazioni congiunte russo-cinesi emerse all’interno del Gruppo di Shangai dal 1996, anno della sua nascita, passando per il trattato di buon vicinato fra i due Paesi nel 2001, fino alla “dichiarazione sull’ordine internazionale del XXI secolo” del 2005, il quale può essere inteso come il manifesto del multipolarismo.

Se gli USA in un futuro prossimo non accetteranno l’idea di condividere, in senso multipolare e non multilaterale, con la Cina il controllo del globo, sarà inevitabile un ritorno allo strumento unilaterale nell’adottare le proprie scelte. Ciò accadrà all’interno di uno scenario internazionale segnato da un neobipolarismo, facendo cadere gli USA nella trappola di Tucidide, scontrandosi in qualità di potenza dominante ma in declino con la potenza emergente ed in ascesa.

Emilio Pietro De Feo

Laureato in Scienze politiche e relazioni internazionali (Università degli Studi di Salerno) è laureando in Investigazione, criminalità e sicurezza internazionale (Università Internazionale degli Studi di Roma, UNINT). Pubblicista, collabora con "Quotidiano del Sud- Corriere dell'Irpinia" e con "Oltre la linea".