di Giovanni Alterini

Quando affrontiamo una spesa o riceviamo un compenso, il regolamento avviene con il denaro, o con la sua forma moderna, il denaro elettronico. Tutti gli economisti, chi con più enfasi e chi con meno, si sono soffermati sulla teoria della moneta, sulla sua creazione, sul suo uso e perdita di potere di acquisto, che comunemente chiamiamo per questo ultimo aspetto con la parola inflazione. Molti hanno anche teorizzato che la moneta, il denaro, produce interesse, e che i prezzi si differenziano tra prezzi nominali e prezzi reali.

Nell’ambito della teoria economica si distinguono fondamentalmente due posizioni circa la funzione e il ruolo del tasso d’interesse:

  • la teoria quantitativa della moneta di Irving Fisher, secondo la quale la domanda di moneta non dipende dal tasso di interesse, e nel caso sia legata ad esso, non instaura comunque una relazione causa-effetto fra economia reale ed economia finanziaria. Egli ritiene che i cambiamenti monetari siano neutrali, soprattutto nel lungo periodo, e i cambiamenti dell’inflazione abbiano solo effetti economici nominali, lasciando inalterati la disoccupazione reale, il prodotto interno lordo (PIL) e il consumo;
  • la teoria della preferenza della liquidità di John Maynard Keynes, secondo la quale la domanda di moneta dipende dal tasso di interesse e crea invece un’interdipendenza fra economia reale ed economia finanziaria.
    Poiché la moneta è lo stock dei valori utilizzabili per regolare le transazioni, la quantità di moneta è la quantità di tali valori. Per l’area dell’euro spesso gli economisti fanno riferimento a una delle tre misure di offerta di moneta: M1 (circolante e depositi a vista), M2 (M1 e depositi a vista più a lungo termine) e M3 (M2 e strumenti del mercato monetario). Secondo J.M. Keynes l’offerta di moneta M determina il valore nominale della produzione aggregata PY, quindi il livello dei prezzi è proporzionale all’offerta di moneta. Poiché il tasso di inflazione è la variazione percentuale del livello dei prezzi, questa teoria è anche una teoria del tasso di inflazione affermata e riconosciuta dagli interpreti economici accademici. Questo significa che la Banca Centrale, controllando l’offerta di moneta, ha il controllo assoluto del tasso di inflazione.

Vediamo di analizzare ad esempio cosa accade in UE, dove la moneta circola sotto il controllo della Banca Centrale Europea; come l’inflazione influenza la crescita.

In UE i tassi d’interesse negativi attuali (ormai da anni) vorrebbero, nelle intenzioni della BCE/apparati UE, essere lo strumento di rilancio dell’economia facilitando la concessione di credito da parte delle banche.

Storicamente il tasso di rifinanziamento verso la banca centrale era il metodo per far ottenere una remunerazione delle riserve detenute dal sistema bancario. Dal 2014 invece, da quando i tassi sono diventati negativi, rappresenta un onere da pagare per parcheggiare le riserve in eccesso. Nei bilanci delle banche poi si formano, nei periodi recessivi, anche delle perdite su crediti dovuti a mancati rientri dei prestiti, e dato che i depositanti non vengono remunerati, i bilanci delle banche assumono consistenze molto diverse in relazione al peso della recessione localmente operante, contraendo i margini di guadagno.

La riduzione del margine di intermediazione e in particolare del margine di interesse è quindi la cosa più evidente nei bilanci bancari e, ogni qual volta si riducono i tassi ufficiali, si riduce anche l’utile potenziale che il sistema bancario può ricavare dall’attività di impiegare la liquidità prestandola a famiglie e imprese. Ed un sistema bancario meno solido porta lo stesso sistema ad esporsi a rischi sistemici di illiquidità e di solvibilità.

Sembra un cane che si morde la coda. Recessione, poi espansione monetaria tramite la riduzione del tasso, poi sistema bancario poco remunerativo, poi rischio di una ulteriore crisi di liquidità sistemica. Con la BCE che in tutto ciò si è impegnata a comprare tutti i debiti fatti dalle economie nazionali aderenti alla UE tramite politiche di quantitative easing.

Un toccasana? Forse, nel senso che l’UE dopo la crisi Covid si troverà a tassi negativi e con uno stock di debito a livello UE più ampio. Enorme? Forse no, se paragonato all’attuale debito mondiale di 272mila miliardi di dollari (nel 2006 era solo di 67mila miliardi di dollari), ma sicuramente una buona parte del debito mondiale è appannaggio della UE, una specie di azionista importante in questo club dei debitori incalliti, in cui l’Italia, diciamo, fa da punto di riferimento.

A questo punto in UE siamo al paradosso:

  • abbiamo più soldi perché la BCE ha abbassato i tassi fino a porli negativi, favorendo una politica monetaria espansiva, con conseguente aumento degli aggregati monetari;
  • non abbiamo più inflazione, o se l’abbiamo è veramente modesta, lontana dal benefico obiettivo del 2% annuo a livello UE;
  • non sappiamo più dove investire il denaro risparmiato perché i saggi di remunerazione, i rendimenti sono vicini allo zero;
  • abbiamo più debiti nazionali per far fronte alla crisi Covid, ma che derivano dalle crisi pre Covid;
  • il PIL nazionale non cresce per colpa della globalizzazione ed anche per la finanziarizzazione del sistema a discapito dell’economia reale, che non sa dove allocare l’immensa liquidità generata dalla BCE.

Cosa dovremmo fare adesso per far crescere la tanto sospirata inflazione del sistema UE e quindi del tasso d’interesse? Anche se il vincolo del 2% è l’obiettivo a cui tendere, quello che manca veramente sono le politiche espansive non solo della moneta, ma sopratutto fiscali, cioè quelle politiche che tendono a favorire la crescita e lo sviluppo del PIL, che rappresenta, per noi europei, non solo un parametro della misura del tasso di crescita della produzione di un paese, ma anche il parametro posto al denominatore della frazione Debito Pubblico/PIL.

Quando si parla di variabili fiscali, si parla di decisioni sia da prendere a livello locale sia centrale, cioè in UE. Ad esempio incentivare il reshoring con variabili fiscali ad hoc, abbassare le tasse in settori produttivi a saggi marginali di crescita importanti, armonizzare le aliquote a livello europeo sulla tassazione finanziaria dei rendimenti ed utili societari, migliorare il welfare rendendolo più equo e così via.

Sicuramente il primo anno di interventi fiscali può generare scompensi sui bilanci nazionali, ma in questo caso chiedere una mano al sistema UE, tramite un intervento ad hoc, può costituire la base per una ripresa dell’inflazione ed una conseguente ripresa della crescita con un effetto nel tempo diluitivo dei debiti accumulati. Bisogna crederci in un piano di ricostruzione della crescita del PIL nazionale aumentando l’inflazione, con il sostegno della BCE per avere un obiettivo comune: la crescita. Ed essere determinati.

Giovanni Alterini

Interprete Economico. Laureato in Economia e Commercio, ha lavorato come docente a contratto in materie finanziarie, è dottore commercialista e revisore contabile. Presta la sua opera nel settore bancario come Private Banker occupandosi di gestioni di patrimoni.