di Luca Marcolivio

Con il nuovo concistoro indetto domenica scorsa alla fine dell’Angelus, papa Francesco conferma uno dei suoi record. È infatti il pontefice che ha nominato il maggior numero di cardinali nell’arco di tempo più breve: per l’esattezza 101, in sette concistori, convocati in poco meno di otto anni di pontificato. Benedetto XVI, che convocò cinque concistori, ha creato 90 cardinali. Il record assoluto, difficilmente battibile, rimane quello di San Giovanni Paolo II, che creò 231 cardinali in nove concistori: il suo pontificato, però, durò ben 26 anni e mezzo. Nemmeno il numero di cardinali viventi era mai stato così alto: 232 di cui 128 gli elettori a un possibile nuovo conclave. Tra gli elettori attuali, 73 cardinali hanno ricevuto la berretta rossa da Francesco, 40 da Benedetto XVI e 16 da Giovanni Paolo II. La maggioranza assoluta, dunque, è di nomina bergogliana, pertanto si fa sempre più concreta la possibilità di una continuità tra il papa regnante e il suo successore, in fatto di magistero, pastorale e governo della Chiesa.

L’altra tendenza confermata dal nuovo concistoro è l’accresciuto peso dell’Africa e dell’Asia all’interno del collegio cardinalizio. Del resto, dal 2013, anno dell’elezione di Bergoglio, l’Europa è il continente che ha perso più porporati elettori (da 61 a 54). Curiosamente, pur essendo il pontefice argentino, scende anche il numero dei latino-americani (da 19 a 15). L’America del Nord è sostanzialmente stabile (da 14 a 15), mentre l’Africa passa in otto anni da 1 a 17 cardinali elettori e l’Asia ne guadagna tre (da 11 a 14). L’Oceania, intanto, rimane con un unico cardinale. Tra gli intenti di papa Francesco c’è quello di rafforzare le chiese dei paesi emergenti, secondo l’approccio “terzomondista” che anima il suo pontificato: ridimensionare le diocesi occidentali, decadenti, secolarizzate, spesso anche corrotte e dare linfa vitale ai territori dove la Chiesa cresce. Una prospettiva che fa storcere la bocca a molti conservatori.

Nel concistoro del prossimo 28 novembre, ci sarà un numero di italiani più alto che nelle precedenti “tornate”. Se è vero che il cardinale Camillo Ruini aveva recentemente auspicato che nel collegio cardinalizio l’Italia non sia “sottorappresentata”, il Papa deve averlo ascoltato, avendo nominato tre elettori (Marcello Semeraro, nuovo prefetto della Congregazione dei Santi; Augusto Paolo Lojudice, arcivescovo di Siena-Colle Val d’Elsa-Montalcino; Mauro Gambetti, Custode del Sacro Convento di Assisi) e tre ultraottantenni (Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa Pontificia; Enrico Feroci, parroco al Divino Amore ed ex direttore della Caritas Romana; Silvano Maria Tomasi, già Osservatore Permanente della Santa Sede presso l’ONU di Ginevra). Bergoglio continua a bypassare la regola non scritta delle sedi cardinalizie, cosicché Milano, prima diocesi del mondo per fedeli e risorse finanziarie, rimane ancora una volta senza porpora. Da notare che ben tre dei nuovi cardinali italiani non sono vescovi ma semplici presbiteri. Non è affatto da escludere, quindi, la destinazione di padre Gambetti alla guida di una diocesi di rilievo, forse Torino o Napoli, i cui attuali titolari hanno abbondantemente superato i 75 anni. Se così fosse, la scelta del Papa sarebbe in linea con la nomina, avvenuta lo scorso maggio, di padre Marco Tasca (già ministro generale dell’Ordine dei Frati Minori) ad arcivescovo di Genova, in sostituzione del cardinale Angelo Bagnasco.

Dando uno sguardo al resto del mondo, spicca, tra le altre, la creazione cardinalizia di Wilton D. Gregory, arcivescovo di Washington, primo afroamericano a ricevere la berretta rossa. Gregory è salito agli onori delle cronache per aver stigmatizzato la visita di Donald Trump al santuario nazionale di San Giovanni Paolo a Washington, accusando il presidente di strumentalizzazione della Chiesa Cattolica. Una mossa percepita come un vero endorsement per Joe Biden da parte del Papa, a una settimana dalle presidenziali. Inutile dire che il neocardinale Gregory si oppone alla politica trumpiana sull’immigrazione ed è – cosa meno scontata per un afroamericano – tra gli “aperturisti” sul fronte dell’omosessualità. In quest’ultima categoria, peraltro, si annovera anche il già citato Semeraro, autore della prefazione a un recente libro del teologo morale don Aristide Fumagalli, dall’eloquente titolo L’amore possibile. Persone omosessuali e morale cristiana, ma, soprattutto, fautore di un’“ammorbidimento” del Catechismo in materia di omosessualità, con la cancellazione di espressioni quali “disordine oggettivo” e “peccato che grida vendetta al cospetto di Dio”.

Altra figura di spicco tra i “novatores” è il neoporporato non elettore Felipe Arizmendi Esquivel, vescovo emerito della diocesi messicana di San Cristóbal de las Casa, che lo scorso anno, durante il Sinodo sull’Amazzonia, difese la presenza in Vaticano delle controverse statuette della Pachamama. Sempre tra i latinoamericani, figura il nuovo arcivescovo di Santiago, Celestino Aòs Braco, impegnato nella difficile opera di ricostruzione della chiesa cilena, scossa alle sue fondamenta dopo gli scandali della pedofilia. Unico africano di questo concistoro è Antoine Kambanda, arcivescovo di Kigali, testimone diretto della tragedia della guerra civile in Ruanda, nella quale ha perso tutti i membri della propria famiglia. Due gli asiatici: José F. Advincula, arcivescovo di Capiz (Filippine), e Cornelius Sim, vicario apostolico del Brunei, primo cardinale proveniente dal sultanato, dove appena il 6% della popolazione è cattolica. Completa il quadro dei nuovi porporati il maltese Mario Grech, già vescovo di Gozo, recentemente nominato segretario del Sinodo dei Vescovi.

Si delinea così in modo sempre più chiaro il futuro della Chiesa Cattolica Romana: sempre meno eurocentrica, sempre più “periferica”, sempre meno legata ai vecchi giri di potere, sempre più – nel bene o nel male – innovativa.

Luca Marcolivio

Saggista e giornalista professionista, è accreditato alla Sala Stampa della Santa Sede dal 2011. Direttore del webmagazine di informazione religiosa "Cristiani Today", collabora con "La Nuova Bussola Quotidiana" e "Pro Vita & Famiglia". Dal 2011 al 2017 è stato caporedattore dell’edizione italiana di "Zenit".