Così un’epidemia cinese è diventata uno spot per Pechino | CASINI


Molto si è detto in merito alle misure adottate dal governo Conte per prevenire la diffusione del Covid-19. Tra aspre critiche per un modello troppo libertario e i primi segni di insofferenza per la limitazione alle “libertà individuali”, sempre più spesso si sente parlare dei risultati del “modello Wuhan”, i provvedimenti draconiani con cui Pechino avrebbe arginato l’epidemia. Ma è davvero così?

È il 23 gennaio quando entrano in vigore le misure di sicurezza del Governo cinese: la provincia di Hubei viene blindata, nelle città vige il coprifuoco, nessuno entra o esce. Nello spazio di circa un mese i contagi nel Celeste Impero diminuiscono e l’epidemia sembra essere stata arginata. Nondimeno, il virus si è già diffuso in tutto il mondo, i mercati occidentali sono in ginocchio e il numero di morti fuori dalla Cina supera il migliaio.

Secondo il “South China Morning Post” il primo contagio da Covid-19 risale infatti al 17 novembre, circa due mesi prima dell’annuncio ufficiale. Per la World Health Organization, il primo caso accertato risale all’8 dicembre. È invece il 27 dicembre quando Zhang Jixian, medico presso l’ospedale provinciale dell’Hubei, informa le autorità della malattia causata da un nuovo Coronavirus, ma a Zhang viene intimato di non diffondere ulteriormente la notizia. I contagiati erano già 180.

Il 30 dicembre inizia invece l’avventura di Li Wenliang, l’eroico medico oftalmologo morto lo scorso 6 febbraio. Li comprende che la malattia non è un qualcosa di ordinario, invita i colleghi a diffondere la notizia e ad adottare le precauzioni, ma quattro giorni dopo l’annuncio viene convocato presso l’Ufficio di Sicurezza dove gli viene chiesto di firmare una lettera in cui sottoscrive di “aver affermato il falso”. Solo settimane dopo, il governo cambia la sua narrazione su Li: la colpa adesso è dei funzionari di partito locali, il medico è un eroe; nessuno dei suoi appelli, tuttavia, viene preso sul serio fino a quando la situazione non è drammatica. Dopo un ultimo post sui social, che lo ritrae sul letto di ospedale, Li muore il 6 febbraio.

Storia simile quella di Ai Fen, direttrice del pronto soccorso all’ospedale centrale di Wuhan. In un’intervista a “Renwu”, dichiara che già alla fine di dicembre c’era stato un aumento inconsueto di pazienti che mostravano i sintomi di una grave influenza che resisteva ai farmaci. Il 30 dicembre riceve dal laboratorio una cartella che parla di “Sars da coronavirus”, la fotografa e diffonde presso il personale medico cinese. Due giorni dopo la direzione dell’ospedale la convoca e gli intima di smettere di diffondere notizie false che potessero turbare la stabilità. Complice di queste misure, la volontà di preservare il congresso provinciale del Partito che si è tenuto in quei giorni proprio a Wuhan.

E cosa dire degli “aiuti da Pechino”?. Lo stesso ministro degli esteri Luigi Di Maio ha annunciato trionfante a “La Vita in Diretta” che a breve da oriente arriverà la cavalleria, sottoforma di mascherine, tute e respiratori polmonari. La notizia rimbalza su numerose testate e il mondo si commuove di fronte alla generosità di Pechino. Tuttavia, come fanno sapere l’Ansa e “Il Foglio” tramite fonti della Farnesina, gli invii sono a pagamento e non gratuiti e l’intervento del Ministero è servito solo a velocizzare le transazioni. Gli unici aiuti sono stati quelli della Croce rossa cinese, che tuttavia si inseriscono nelle convenzionali misure di solidarietà di questo tipo di organizzazioni; allo stesso modo la Croce Rossa italiana aveva inviato aiuti a Pechino per gestire l’emergenza dopo il terremoto del Sichuan.

Perché, dunque, si insiste così poco sulle colpe di Pechino, mentre gran parte della stampa sta sottolineando, spesso esagerandole, le azioni di solidarietà con le altre nazioni?

Come ha sottolineato l’esperto di intelligence e sicurezza Jacques Baud, il controllo sull’informazione è cruciale nelle cd. “guerre asimmetriche”, quel tipo di offensive che propongono un approccio strategico indiretto. Tale approccio è cruciale nella dottrina militare del Dragone, a partire dalla “rivoluzione” del 1999, quando i generali Wang Xiangsui e Qiao Liang pubblicarono il volume Unrestricted Warfare, che avrebbe di lì a poco riscritto, con l’aiuto di Sun Tzu, le regole di ingaggio del gigante cinese.

La Cina sa che l’immagine è cruciale per un Paese in ascesa, a maggior ragione per un super produttore che vive dalla fiducia dei compratori. E così, passata la fase emergenziale, Pechino è passata alla controffensiva delle immagini. Nei giorni scorsi Zhao Lijian, portavoce del ministro degli esteri cinese, ha aleggiato l’ipotesi per cui siano stati militari americani a portare il virus in Cina. Dichiarazione che ha rischiato di generare un incidente diplomatico, con gli USA che hanno convocato l’ambasciatore cinese esigendone le scuse. Già poche settimane fa l’ambasciata cinese a Tokyo parlava di “coronavirus giapponese”, mentre si sono diffuse anche diverse illazioni per cui il focolaio italiano sarebbe stato originato da un ceppo locale. Al coro sull’attacco biologico americano si sono aggiunti recentemente anche i leader di Venezuela e Iran.

Gli esempi di quest’operazione di pulizia dell’immagine cinese sono decine, sebbene un posto particolare, almeno a livello “affettivo”, spetti ai cartelloni affissi dalle comunità cinesi sul suolo italiano agli inizi dell’epidemia, che recitavano “È solo un raffreddore”, mostrando su uno sfondo rosso il pugno chiuso.

Sono stati poi molti gli intellettuali della “galassia alternativa” italiana ed europea a farsi alfieri delle istanze di Pechino, in testa Diego Fusaro che prima ha aleggiato l’ipotesi che il virus altro non fosse che un’arma batteriologica americana, dotata di “intelligenza atlantista”, per poi renderci edotti sulla generosità di Pechino che inviava aiuti alla povera Italia (pagati, come abbiamo visto). Tuttavia, sono stati in molti gli intellettuali che dalle pagine di famose riviste si sono spesi in dichiarazioni propagandistiche, dal “Washington Post” a giornali nostrani come TPI e il “Corriere”. Reazioni fin troppo amichevoli, che illuminano sulla reale portata della rete di informazione filo-cinese diffusa in Occidente.

Mentre le nazioni europee si preparano a protocolli sempre più aspri e le borse sprofondano, la Cina si prepara a trarne tutti i benefici possibili, sfruttando i potenti mezzi mediatici per deviare l’attenzione dalle sue responsabilità, nell’attesa di poter infierire sui mercati in rovina delle nazioni occidentali, ancora alle prese con la fase più dura dell’epidemia.


Francesco Dalmazio Casini è animatore di “Progetto Prometeo”.