PILATI: Von der Leyen, o della disintegrazione della politica europea


La complicata incertezza che oggi prevale nell’Unione Europea si rivela nella curiosa maggioranza che ha confermato Ursula Albrecht von der Leyen alla presidenza della Commissione: popolari, liberali, Visegrad, metà dei socialisti (con molti mal di pancia) e 5Stelle (biodegradati da pericolosi populisti anti-sistema a Scilipoti dell’europeismo ufficiale). Si pensava che popolari e socialisti, pur sconfitti, potessero con l’aggiunta dei liberali fare una stabile maggioranza unita nell’ortodossia ideologica. Alla prima prova dei fatti si è visto che interessi nazionali, gelosie personali, divergenze politiche li dividono nel profondo.

Non è affatto casuale. I sistemi politici dei principali Paesi europei sono sbandati, disfunzionali, incapaci di raccordare interesse nazionale, sintonia con il popolo, manovra parlamentare: la loro crisi è la premessa delle acrobazie che si vedono al Parlamento di Strasburgo. In Germania lo sfibrante tramonto di Angela Merkel alimenta il declino della Cdu e la perdita del suo ruolo di partito-perno del sistema, mentre i Verdi aspirano con buone chance alla successione. In Spagna, tre mesi dopo le elezioni i vincitori socialisti non riescono a formare il governo (si parla di nuove elezioni in autunno), mentre sono state chieste pene detentive di stile turco per i leader secessionisti catalani che hanno vinto più volte le elezioni nella propria regione. In Francia sembra valere una correlazione inversa tra il debordante attivismo estero di Macron e il suo gradimento in patria: il partito di plastica che ha fondato non attrae più, gollisti e socialisti sono in dissolvimento e il sistema politico è privo di baricentro. Nel Regno Unito la Brexit e la voglia di revanche dei vertici Ue stanno scassando il più antico sistema parlamentare.

Negli ultimi tre anni si è consolidata una coincidenza forse significativa. Mentre i grandi partiti continuano a indebolirsi, aumentano gli eventi misteriosi, a mezza via tra il complotto e la trappola, che condizionano la distribuzione del potere politico. Pochi mesi fa una vamp russa da film ha trascinato nel ridicolo il leader dei liberal-nazionali austriaci e fatto cadere il governo. Nel 2016 un modesto scandalo di rimborsi stroncava il candidato-presidente gollista avviato alla vittoria e apriva la strada al successo di Macron (qualcosa di analogo era successo alle presidenziali precedenti: una trappola sessuale aveva tolto di mezzo il geniale Strauss-Kahn e portato all’Eliseo il mediocre Hollande). Trump è stato bloccato due anni nella sua azione politica dalla bufala del Russiagate che i democratici speravano l’avrebbe condotto all’impeachment. Oggi le chiacchiere velleitarie di alcuni affaristi – pedinati dai giornalisti dell’Espresso – in un trafficato hotel di Mosca mettono in subbuglio il governo italiano e sembrano condizionare la scelta del nostro componente nella Commissione Ue.

Come la guerra, anche la politica – tra agenti provocatori, leaks, trappole, servizi – diventa ibrida.


Antonio Pilati è stato componente dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato e consigliere d’amministrazione Rai ed è autore di numerosi saggi sui media e sulle relazioni internazionali.