L’Unione europea può disgregarsi? La domanda, fino a pochi anni fa, avrebbe potuto apparire quasi accademica. Dopo la Brexit, tuttavia, e soprattutto dopo l’invasione russa dell’Ucraina del febbraio 2022, la questione ha assunto un’altra dimensione. Non perché oggi esista un pericolo imminente di dissoluzione dell’Unione o una fila di governi pronti a seguire Londra fuori dall’Europa, ma perché sta emergendo un rischio più sottile: quello di una disgregazione dall’interno, senza trattati stracciati e senza bandiere ammainate.
L’Europa potrebbe continuare formalmente a essere l’Europa dei ventisette e, nello stesso tempo, trasformarsi in un sistema sempre meno unitario. Un’aggregazione nella quale ciascuno Stato resta membro, ma nella quale i grandi interessi strategici – difesa, energia, industria, fiscalità, politica estera – vengono gestiti attraverso geometrie variabili, coalizioni ristrette e rapporti di forza sempre più marcati. Non la fine dell’Unione, dunque, ma la fine progressiva dell’idea che tutti i suoi membri partecipino allo stesso progetto con un peso politico e una prospettiva storica comparabili.
Il problema nasce dalla natura stessa dell’edificio europeo: ventisette Stati, ventiquattro lingue ufficiali, storie nazionali diverse, culture politiche differenti, strutture economiche e interessi spesso concorrenti. L’Unione ha sempre convissuto con questa eterogeneità, trasformandola per decenni in una forza attraverso il mercato unico, i fondi di coesione e la progressiva integrazione economica. Ma una cosa è gestire le differenze in tempo di pace e di crescita, altra cosa è farlo quando il continente deve affrontare simultaneamente una guerra ai propri confini, una crisi energetica, una competizione industriale globale, il ritorno della politica di potenza e, non ultima, la gestione dell’immigrazione con controllata. Non dimentichiamo inoltre la mancanza di una carta costituzionale comune e un apparato militare difensivo unico.
Il riarmo dell’Europa
La guerra in Ucraina è stata il più grande acceleratore di questa trasformazione. L’Europa ha dimostrato una capacità di reazione che molti giudicavano improbabile. Il sostegno politico, finanziario e militare a Kiev è stato ed è ancora imponente e ha costretto l’Unione a considerare la sicurezza non più come una materia delegabile quasi interamente alla NATO e agli Stati Uniti. Nel 2026, l’UE e gli Stati membri hanno mobilitato sino a poco tempo fa circa 220 miliardi di euro di sostegno complessivo all’Ucraina, mentre il nuovo Ukraine Support Loan può arrivare a 90 miliardi per il 2026-2027.
Ma proprio questa risposta ha evidenziato le profonde asimmetrie europee. Non tutti percepiscono la minaccia russa nello stesso modo. Per i Paesi dell’Est la guerra è una questione quasi esistenziale; per altri Stati mediterranei le priorità strategiche comprendono anche l’instabilità del Nord Africa, il Mediterraneo, le migrazioni e il terrorismo. L’Irlanda conserva inoltre una tradizione di neutralità che rende più complesso il percorso verso una politica militare realmente comune. Anche le conclusioni del Consiglio Europeo riconoscono esplicitamente che il contributo alla sicurezza deve rispettare le specifiche esigenze politiche di difesa di alcuni Stati membri.
La vera questione, quindi, non è se l’Europa debba difendersi, ma chi comanderà questa difesa e con quali strumenti. La Francia possiede l’arma nucleare ed è l’unico Stato dell’Unione a disporre di una propria forza atomica. Questa realtà attribuisce a Parigi un peso strategico inevitabilmente superiore nel momento in cui l’Europa discute di autonomia militare. La Germania, invece, possiede la maggiore capacità economica e industriale dell’Unione, ma porta con sé i limiti storici della propria cultura strategica e oggi è attraversata da un’inquietudine politica nella quale le nuove destre rappresentano una variabile sempre più importante.
Se la difesa europea dovesse avanzare senza una vera struttura politica comune, il rischio sarebbe quello di creare una gerarchia di fatto: Stati con capacità nucleare e militare di primo livello, Stati industrialmente decisivi, Stati finanziariamente forti e, più in basso, Paesi chiamati soprattutto a contribuire alle decisioni prese altrove. L’aumento delle spese militari rende il problema ancora più evidente. La spesa per la difesa dei Paesi UE è cresciuta in modo vertiginoso rispetto al 2021 e per il 2026 è stimata in circa 454 miliardi di euro. La domanda decisiva sarà se questo denaro produrrà una vera capacità europea o ventisette politiche nazionali di riarmo, magari coordinate solo in parte.
Mercato unico, finanze disparate
Accanto alla frattura militare esiste poi quella economica. L’Unione europea è un grande mercato, ma non è uno spazio nel quale tutti competono alle stesse condizioni. Benelux e Irlanda, per ragioni storiche, fiscali e regolatorie, possiedono una forte capacità di attrarre sedi societarie, investimenti e attività finanziarie internazionali. Per un’impresa che opera su scala mondiale, la scelta della sede fiscale e legale può diventare una decisione strategica almeno quanto quella relativa alla localizzazione di uno stabilimento.
Qui si apre una contraddizione profonda dell’integrazione europea: la libertà di movimento dei capitali e delle imprese è una delle sue grandi conquiste, ma può anche favorire una competizione interna che svuota altri territori di funzioni decisionali e di basi imponibili. Il risultato non è necessariamente la deindustrializzazione dell’Europa, ma può essere la sua concentrazione geografica: produzione in alcuni Paesi, centri finanziari in altri, ricerca in altri ancora, mentre intere economie nazionali diventano progressivamente dipendenti da decisioni assunte fuori dai propri confini.
Per l’Italia questo scenario è particolarmente delicato. Il Paese conserva una buona base manifatturiera, ma soffre di dipendenze strutturali: materie prime insufficienti, vulnerabilità energetica, ritardi nella produzione di alcune tecnologie strategiche e difficoltà nel mantenere sul territorio nazionale non solo gli stabilimenti, ma soprattutto i centri direzionali, finanziari e decisionali. La delocalizzazione non è soltanto la perdita di una fabbrica. È, nel lungo periodo, la possibile perdita dell’intera catena del valore: prima si sposta una produzione, poi i fornitori, quindi la ricerca, infine la sede fiscale e la capacità di decidere dove investire.
La questione energetica rende questa fragilità ancora più evidente. Un’Europa che vuole essere una potenza geopolitica, ma che dipende dall’esterno per una parte rilevante delle materie prime e dell’energia, deve affrontare un problema di sovranità. La guerra in Ucraina ha costretto l’Unione a ridurre drasticamente le proprie dipendenze strategiche e ad accelerare la ricerca di nuove fonti e nuove infrastrutture. La stessa politica di coesione è stata progressivamente riorientata verso competitività, difesa, sicurezza ed energia, segno che Bruxelles ha ormai compreso come la coesione economica non sia più separabile dalla sicurezza strategica.
Ma la transizione ha un costo diverso per ciascun Paese. Chi dispone di grandi risorse finanziarie può investire rapidamente in reti, rinnovabili, tecnologia e difesa. Chi ha un debito pubblico più elevato o una minore capacità fiscale rischia di restare indietro. E qui emerge forse il pericolo maggiore per la tenuta dell’Unione: non la diversità in sé, ma l’ampliarsi delle differenze di potenza tra i suoi membri.
Un acceleratore di divergenze?
L’Europa è stata costruita sull’idea che il mercato dovesse essere corretto dalla solidarietà. Se questa funzione si indebolisce, il mercato unico rischia di trasformarsi in un acceleratore delle divergenze. I Paesi più forti attraggono capitali, imprese e lavoratori qualificati; quelli più fragili cercano di compensare con salari più bassi, incentivi o pressione fiscale ridotta. È una competizione interna che, se non governata, può diventare politicamente esplosiva.
In questo quadro va collocata anche la Spagna. Madrid rappresenta una delle principali economie dell’Unione, ma attraversa una fase nella quale è di tutta evidenza proprio in questi giorni la definizione del proprio futuro assetto politico resta centrale. Il problema non riguarda soltanto il destino di un singolo governo o di un singolo leader. Riguarda la crescente difficoltà, presente in molte democrazie europee, di costruire maggioranze stabili attorno a progetti politici di lungo periodo. Una Spagna impegnata nella ricerca di un nuovo equilibrio politico si inserisce in un continente dove anche la Francia, la Germania e altri grandi Stati affrontano frammentazioni elettorali e l’avanzata di forze che contestano con intensità diverse il modello dell’integrazione europea.
Il paradosso è che proprio mentre il mondo diventa più pericoloso, l’Europa è costretta a chiedere agli Stati membri più cessioni di sovranità. Più coordinamento militare, più politica industriale comune, più acquisti congiunti, più solidarietà energetica, forse in futuro più integrazione fiscale. Eppure è proprio quando queste scelte diventano più necessarie che i governi nazionali sono maggiormente tentati di difendere i propri interessi immediati.
Una ri-nascita europea?
Il pericolo di disgregazione, dunque, esiste, ma non va rappresentato come un destino inevitabile. Anzi, i dati disponibili indicano che l’appartenenza europea conserva un consenso significativo e che una larga maggioranza dei cittadini sostiene una cooperazione più forte nella difesa. Il rischio reale è un altro: che l’Europa riesca a reagire alle crisi senza mai riuscire a trasformare le reazioni in una vera architettura politica.
Potremmo allora assistere alla ri-nascita di un’Unione a più velocità non dichiarata. La Francia e pochi altri Paesi potrebbero guidare il nucleo strategico della difesa; la Germania continuare a esercitare un’influenza determinante attraverso la propria forza massiva economica; i Paesi più competitivi sul piano fiscale attrarre sedi e capitali; le economie mediterranee cercare di difendere il proprio tessuto produttivo e la propria autonomia energetica; l’Est chiedere sicurezza contro la Russia; il Sud chiedere maggiore attenzione al Mediterraneo. Tutti dentro la stessa Unione, ma non necessariamente dentro la stessa politica.
La storia europea insegna però che le crisi hanno spesso prodotto più integrazione. Il problema è stabilire se questa volta l’integrazione sarà sufficientemente rapida. Perché il mondo esterno non aspetta Bruxelles: Stati Uniti, Cina, Russia, India e le nuove potenze regionali ragionano in termini di dimensione, risorse, tecnologia e capacità militare. In questo confronto, la frammentazione dei ventisette può diventare un lusso che l’Europa non può più permettersi.
Separati in casa
Il pericolo remoto di una disgregazione, quindi, non è remoto quanto può sembrare. Non è probabile, almeno nel breve periodo, un collasso dell’Unione europea. È più plausibile qualcosa di meno spettacolare e forse più insidioso: una lenta erosione della solidarietà, una crescente differenza tra Stati di prima e seconda capacità strategica, un’Europa formalmente unita ma sostanzialmente divisa.
La vera sfida dei prossimi anni sarà impedire che le differenze naturali tra ventisette Paesi diventino disuguaglianze politiche permanenti. Per riuscirci non basteranno i vertici e le dichiarazioni di principio. Occorreranno una politica industriale comune, un mercato dell’energia realmente integrato, strumenti capaci di limitare le divergenze fiscali più aggressive, una difesa europea nella quale la deterrenza francese non si traduca automaticamente in supremazia politica e, soprattutto, un nuovo equilibrio tra grandi e piccoli Stati.
L’Europa non si disgregherà necessariamente perché troppo diversa. Potrebbe disgregarsi, invece, se non riuscirà più a dare alle sue differenze una ragione comune. La guerra in Ucraina, la crisi energetica, il ritorno della politica di potenza e la competizione economica mondiale hanno già dimostrato che l’epoca dell’Europa come semplice spazio commerciale è finita. O l’Unione riuscirà a diventare un soggetto geopolitico senza trasformarsi in un direttorio delle potenze più forti, oppure il suo problema non sarà l’uscita dei Paesi dai trattati, ma sarà qualcosa di più silenzioso, quanto a dire la permanenza di tutti nella stessa casa, ma con ventisette stanze che smettono lentamente di comunicare tra loro.
Nato a Conegliano (TV) , vive da diversi anni a Padova dove ha compiuto gli studi sino al conseguimento della laurea in Scienze Politiche. Iscritto all’Ordine dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili di Padova e al Registro dei Revisori Legali presso il Ministero dell’Economia, è Cultore di Nozioni Giuridiche Fondamentali presso l’Università di Padova. Riveste la carica di Sindaco in organismi di controllo, nonché Consulente Tecnico del Giudice. Attualmente è membro di commissione di studio presso l’Ordine dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili di Padova. Autore di vari articoli pubblicati su riviste a carattere nazionale.

