di Enrico Petrucci

Educazione all’affettività, questo il mantra che impazza sui media dopo il tragico omicidio di Giulia Cecchettin. Evento che più di altri “femminicidi” sembra aver scosso l’opinione pubblica, basti pensare al caso di Giulia Tramontano, pure incinta di sette mesi, qualche mese orsono. Stavolta il caso di cronaca ha superato la consueta miscela fatta di interesse morboso per la cronaca nera e le polemiche su maschilismo tossico e patriarcato inevitabili nella classificazioni per sesso degli eventi delittuosi.

In questo caso, forse complice la speranza che la vicenda di Giulia Cecchettin non avesse esito tragico, o forse il fatto che vittima e assassino a differenza di altri casi di cronaca ricadessero maggiormente negli stereotipi dei “bravi ragazzi della porta accanto” (e studenti di ingegneria per di più!) ha resto la risonanza mediatica più potente che mai. Addirittura il serale di La 7 Otto e Mezzo ha titolato la puntata del 20 novembre «Giulia Cecchettin, un “omicidio di Stato”?»

E complice una politica che ormai vive solo di logica dell’emergenza il dibattito ha travalicato il solito disquisire di maschilismo tossico e patriarcato, ma ha introdotto nell’agenda comunicativa un nuovo elemento, quello dell’educazione all’affettività. Termine alquanto generico, che addirittura viene messo in relazione anche con il DDL Zan, come ha fatto Monica Cirinnà in risposta a un tweet di Massimo Giannini sull’omicidio scrivendo:

«Educazione al rispetto e all’affettività erano nella nostra legge Zan affossata in Senato dalla destra con voto segreto seguito da applausi. Ora tutti costoro devono tacere e sentirsi in colpa. Nel nome di #giuliacecchettin basta lacrime di coccodrillo: Ci ripensate?»

Educazione all’affettività che viene proposta quasi come un termine taumaturgico per cui basterebbe la parola per ridurre gli omicidi all’interno di contesti di coppia. Il solito pensiero magico di cui sembra preda l’Occidente. Educazione all’affettività che viene proposta senza mai entrare nel merito di programmi o descrizioni di come questa educazione all’affettività verrebbe erogata nelle scuole. E soprattutto senza nemmeno azzardare se queste “educazioni all’affettività” applicate già all’estero abbiano già portato qualche beneficio misurabile.

Insomma più che una proposta le “educazioni all’affettività” sono il classico slogan da applicare in logica emergenziale. Soprattutto in un contesto in cui più di uno psicologo e psicoterapeuta pone questi delitti in un’altra chiave di lettura. Come la deresponsabilizzazione e il contesto social in cui tutte le vite debbono apparire perfette (lo fa Elisa Caponetti su Il Messaggero). Una immaturità generalizzata che fa sì che gli adulti ragionino sul possesso come bambini (l’intervista di Francesco Borgonovo a Mariolina Ceriotti Migliarese su La Verità). Educazione troppo permissiva dei genitori che fa sì che i giovani siano impreparati alla vita fuori dal nido familiare (ne scrive Massimo Ammaniti su Il Giornale). Insomma, lasciando un attimo da parte la violenza di genere, ragionando di immaturità, deresponsabilizzazione e la retorica del “cresciuti nella bambagia” e “vite perfette da social”, si potrebbe facilmente mettere in relazione queste cause ad altri eventi tragici che spesso scuotono l’opinione pubblica come i suicidi (riusciti o tentati) a ridosso di lauree mai conseguite. Un aspetto, che al netto degli interventi dei singoli esperti, rimane completamente avulso nella gazzarra mediatica.

E quindi si torna a maschilismo tossico, violenza di genere, patriarcato e come risposta invocata a gran voce la fantomatica educazione all’affettività. Tanto che il governo prova a tamponare la falla proponendo come ha fatto Valditara con il piano ripreso semplicisticamente subito dalla stampa come “Un’ora con psicologi e influencer”. E qui verrebbe da fare una semplicistica battuta sul fatto che si spera che gli influencer selezionati non siano né trapper, i cui testi sembrano spesso più un incitamento alla violenza di genere che una prevenzione, né modelle di Only Fans, in cui l’esibizione dei corpi sembra più un incitamento all’oggettivazione della donna che altro.

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Pure il discorso di portare gli influencer a parlare di questi temi, potrebbe avere un fondamento nel mostrare come anche le “vite perfette da social” siano fatte di responsabilità, dolori e sconfitte. Ma in generale sotto lo slogan di chi chiede a gran voce l’”educazione all’affettività” il rischio di trovare la classica miscela fatta di principi intersezionali e teoria critica della razza (le implicazioni della gender theory le possiamo anche lasciar fuori dalla questione) come dimostra l’ampia casistica internazionale che ben conosce studia questi fenomeni.

Basti pensare a quello accaduto un paio di anni orsono in Australia, con ragazzini maschi dodicenni costretti a scusarsi con le compagne di classe per la violenza maschile tout-court. Tante polemiche, bambini traumatizzati, e poi la scuola costretta a scusarsi perché le buone intenzioni hanno portato a una scelta inappropriata come riporta Newsweek: «Come parte di questa discussione, ai ragazzi è stato chiesto di alzarsi in piedi come gesto simbolico di scuse per i comportamenti del loro genere che hanno ferito o offeso le ragazze e le donne. A posteriori, pur avendo buone intenzioni, riconosciamo che questa parte dell’assemblea era inappropriata».

Un caso isolato si dirà. Ma le cronache locali dei giornali del mondo occidentale più avanzato sono piene di queste vicende. E da alcune voci non confermate che rimbalzano sui social anche da noi è arrivata la prassi di richiedere pubbliche scuse preventivi da parte dei maschi in classe.

D’altronde quello che è accaduto nella scuola media australiana non è altro che una variante locale dei cosiddetti prilevege walk, “camminata del privilegio”, elemento centrale dell’“educazione” basata su CRT e principi intersezionali. Ormai applicata indiscretamente dai team building aziendali fino alle scuole elementari della California. Vengono fatte domande di ogni tipo (dal tipo di famiglia al tipo di educazione e ovviamente tutto l’armamentario di genere). Chi è un privilegiato in relazione alla domanda fa un passo avanti, chi no un passo indietro. I privilegiati a fine formazione dovranno fare pubblico autodafè nei confronti dei meno privilegiati. Questo soprattutto nelle scuole elementari diventa una sorta di colpevolizzazione collettiva e preventiva per chiunque abbia un minimo privilegio secondo i principi intersezionali (basta avere i genitori non divorziati per essere dei privilegiati).

Ecco, quando si parla di educazione all’affettività questi sono i rischi. Colpevolizzazione preventiva di chiunque non sia ascrivibile a una minoranza oppressa. Colpevolizzazione preventiva di cui, anche prima del tragico epilogo con il ritrovamento del corpo di Giulia Cecchettin avevamo avuto brillanti esempi, come il titolo di Vanity Fair: «Tutti gli uomini pensano come pensa un femminicida» del 15 novembre. Pensate davvero che questo tipo di approccio, come insegna il caso australiano, sia quello che vogliamo insegnare a poco più che bambini? La strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni.

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Saggista e divulgatore, tra le sue pubblicazioni Alessandro Blasetti. Il padre dimenticato del cinema italiano (Idrovolante, 2023). E con Emanuele Mastrangelo Wikipedia. L’Enciclopedia libera e l’egemonia dell’in­formazione (Bietti, 2013) e Iconoclastia. La pazzia contagiosa della cancel culture che sta distruggendo la nostra storia (Eclettica, 2020).