di Emanuele Mastrangelo

L’anidride carbonica è il nuovo peccato mortale e la banca è il tuo confessore. Con tutto il rispetto dovuto a una religione bimillenaria che ha edificato cattedrali, ispirato santi ed artisti e costituito la colonna portante della nostra civiltà, il parallelo con l’aspetto più deteriore e banalizzato del rapporto peccato-penitenza s’impone.

Naturalmente cambiano i tempi e i modi. Non c’è più il severo predicatore che grida dal pulpito ammonendo il popolo sulle pene dell’inferno che attendono gli impenitenti, bensì colorate e giocattolose app. Anche il peccato è diverso: da ciò che spiace a Dio a ciò che spiace a Greta. E, ovviamente, al posto della chiesa c’è la banca, nuovo Tempio del XXI secolo.

È l’istituto bancario Vancity, con un capitale di 33 miliardi di dollari canadesi, a lanciare per i propri correntisti una app, collegata alla carta di credito Visa, con la quale gli dà l’utilissima possibilità di sapere qual è la loro “impronta di carbonio”, ossia quanta CO2 si presume emetta ogni loro transazione. “Sono sempre più utenti a chiedercelo” è la scusa con cui i vertici della banca annunciano la novità per i loro correntisti. “Un ottimo esempio di come possiamo consentire ai consumatori di comprendere il loro impatto ambientale e onorare l’impegno di Visa per un futuro sostenibile” gongola Stacey Madge, Country Manager e presidente di Visa Canada.

Del resto, lo dicono i sondaggi: il 70% dei canadesi interpellati dalla Visa afferma che “la sostenibilità è molto importante” (un po’ come chiedere: “Sei a favore della pace nel mondo?” sul palco di Miss Italia, insomma). Metà del campione esaminato dalla Visa è curioso di “conoscere meglio la propria impronta di carbonio”. Tutte domande che poste così non possono che avere risposte compiacenti verso l’intervistatore. Che si guarda bene dal far vedere quali saranno le conseguenze nel medio periodo di cotanto entusiasmo…

Il meccanismo implementato dalla Vancity su progetto di un’azienda europea specialista del settore – la Ecolytiq – è per il momento un simpatico accessorio. Tipo il contapassi dello smartphone. Puoi sapere quanti passi fai o quanta CO2 hai emesso. Naturalmente col primo meccanismo puoi anche essere geolocalizzato e sapere se sei venuto a contatto con un “positivo al covid” e, per questo, perdere la tua libertà personale finendo in quarantena. E col secondo si spalancano opportunità impressionanti per il controllo dei nostri diritti costituzionalmente garantiti. Una volta diffuso e accettato il criterio che ogni azione umana è “responsabile” dell’emissione di CO2 (quantificabile secondo criteri arbitrari e non controllabili dall’individuo) e una volta imposto che questa CO2 sia un “peccato mortale” di cui far penitenza, l’entità dei Pater e delle Avemaria è nelle mani di chi controlla il meccanismo.

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Già abbiamo visto come esistano dei sistemi sperimentali che stabiliscono un plafond di spesa alle carte sulla base dell’impronta di carbonio del correntista. Che questi sistemi da grillo per la testa del fanatico ambientalista radical chic vengano trasformati a obbligo per i cittadini è solo questione di tempo, in assenza di un intervento del legislatore che decida di sovvertire l’agenda globalista e blindare i diritti costituzionali. D’altronde tutti ricordiamo benissimo quando avere una carta di credito era uno status symbol o al massimo una comodità, mentre oggi non possiamo più nemmeno prendere l’autobus senza un sistema di pagamento elettronico, perché i nostri spicci in tasca non vengono più accettati dalle biglietterie automatiche. Il tutto senza una vera legge con la quale si sia tolto valore legale al denaro sonante. Lentamente, molto semplicemente ci stiamo ritrovando privi del diritto di prendere un mezzo pubblico senza possedere un sistema di pagamento elettronico. Così come non possiamo più lavorare, pagare tasse, percepire pensioni o altre provvigioni di Stato senza avere un IBAN.

È necessario che chi ha la responsabilità politica inverta queste tendenze, ristabilendo la gerarchia dei diritti a partire da quelli del cittadino.

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Emanuele Mastrangelo è redattore capo di "Storia in Rete" dal 2006. Cartografo storico-militare, è autore di vari libri (l'ultimo, con Enrico Petrucci, è Iconoclastia. La pazzia contagiosa della cancel culture che sta distruggendo la nostra storia) e ha curato Eroi. 22 storie dalla Grande Guerra e Terra benedetta. Storie d'Italia e di italiani.