di Luca Ruggeri

Sul sito della CONSOB, l’autorità di vigilanza sulla borsa, è apparsa, il 10 agosto, la comunicazione della partecipazione (costruita attraverso strumenti derivati) di JP Morgan nel Banco BPM per una quota del capitale della banca italiana di circa il 5,1%.

Banco BPM: una preda ambita

Perché la notizia è interessante? Il Banco BPM è il terzo gruppo bancario italiano quotato per totale di attivi, impieghi netti alla clientela, raccolta diretta e indiretta e numero di filiali; si tratta quindi di una realtà di tutto rilievo nel panorama bancario italiano.

Il Banco BPM è generalmente considerato una preda nel contesto dell’atteso ulteriore riassetto del nostro sistema bancario, sia perché attivo nella parte più redditizia dell’Italia sia soprattutto perché la sua compagine azionaria è assai frazionata. Il primo azionista, secondo i dati Consob, risulta infatti essere il gruppo francese Credit Agricole con il 9,178% seguito da Capital Research and management company con il 4,988%. I restanti azionisti assumono una rilevanza assai scarsa, dato che nessuno di loro supera il 3%, anche se è stato sottoscritto un accordo di consultazione tra Inarcassa, Fondazione ENPAM ed altre fondazioni di origine bancaria (che comunque copre solo il 6,17% del capitale).

La scalata di Credit Agricole e il ruolo di JP Morgan

In questa situazione il posizionamento di JP Morgan è di particolare importanza, soprattutto se si considera che JP Morgan ha già operato in Italia quale advisor di Credit Agricole, in particolar modo nell’offerta pubblica di acquisto che, nel 2020, ha importato l’acquisizione del Credito Valtellinese da parte della Credit Agricole stessa. Si tratta peraltro dell’ultima di numerose incorporazioni di banche italiane da parte della banca francese che rumors di stampa reputavano interessata anche ad Anima, una delle principali società di gestione del risparmio italiane.

L’acquisizione della maggioranza relativa in BPM da parte di Credit Agricole ha una genesi recente e da approfondire. Nel febbraio 2022, il quotidiano “Il Messaggero” informava che Unicredit intendeva acquisire il controllo di BPM, probabilmente nel fine settimana successivo, sulla base di “indiscrezioni, di fonte governativa accreditate anche da fonti finanziarie”; la notizia comportava un balzo del valore delle azioni BPM che “bruciava” l’operazione studiata da Unicredit.

Successivamente, nell’aprile 2022, Credit Agricole comunicava l’acquisizione del 9,18% di BPM divenendone il primo azionista: una mossa a sorpresa che stupiva il mercato e veniva giustificata con i solidi fondamentali della banca italiana e con la joint-venture in essere nel credito al consumo. Inoltre, recentemente Credit Agricole ha effettuato una proposta per la bancassurance a BPM in concorrenza con la francese AXA.

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Credit Agricole, al momento dell’acquisto della quota azionaria in BPM, evidenziava di non aver superato la soglia del 10%; affermazione di scarso rilievo dato che tale superamento può essere richiesto in ogni momento alla CONSOB e, anzi, il suo rispetto evitava alla banca francese un approfondimento con l’autorità di vigilanza circa la strategia sottostante all’acquisizione.

Si replica lo schema Creval?

Lo spunto per questo articolo – il superamento della soglia del 5% da parte di JP Morgan – come sostenuto da un autorevole quotidiano finanziario è dovuto alle oscillazioni di valore degli strumenti finanziari, ma ciò non spiega nulla circa le motivazioni della scelta di JP Morgan che ben difficilmente si può configurare come un mero investimento.

La rilevante partecipazione di Credit Agricole pone infatti una pesante ipoteca sul futuro di BPM, una delle principali banche italiane. Dato che fin d’ora Credit Agricole è il primo azionista e, con la quota di JP Morgan, diventerebbe di gran lunga l’azionista più rilevante, a quel punto sarebbe facile attendere il momento giusto, magari a fronte di una diminuzione del valore delle azioni, per incrementare la propria presenza replicando lo schema già posto in atto con il Credito Valtellinese conclusosi con l’incorporazione del Creval stesso.

La CONSOB, nell’interesse del mercato ma anche dell’Italia, dovrebbe accendere un faro sulla vicenda; ma sarebbe auspicabile che anche il governo, forse “distratto” dalla ricerca di una soluzione per il Monte Paschi, valuti attentamente la situazione.

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Luca Ruggeri, laureato in Economia, ha lavorato per oltre venti anni presso una grande banca italiana ed attualmente svolge la propria attività quale direttore generale presso un investitore istituzionale.