Domenica 20 e lunedì 21 settembre il popolo italiano sarà chiamato alle urne per confermare o rigettare la riforma costituzionale che eliminerà oltre un terzo dei seggi parlamentari. La raccomandazione del Centro Studi Machiavelli è quella di votare NO, ossia opporsi alla revisione costituzionale. Ecco le nostre ragioni:

NO alla demagogia. La riforma costituzionale non appare pensata, ragionata, ma è un semplice taglio lineare del numero dei parlamentari. Perché 600 dovrebbe essere un numero giusto? Luigi Di Maio, Beppe Grillo e gli altri promotori di questo taglio non adducono motivi specifici, se non il risparmio monetario quantificabile in un paio d’euro l’anno per ciascun cittadino. Lo scopo della riforma è solo quello d’ottenere l’approvazione di quanti odiano la politica a prescindere e desiderano punirne i protagonisti.

NO all’anti-politica. La selezione della classe politica, il miglioramento della sua competenza ed efficienza, sono questioni reali e pressanti. La risposta, tuttavia, non può consistere nell’anti-politica, nel semplicistico “mandiamoli tutti a casa”. Migliorare il ceto politico richiede più impegno e coinvolgimento dei cittadini, non la riduzione degli spazi politici o un approccio nichilistico alla stessa. La politica è l’ambito in cui si svolge la vita democratica: essere contro la politica significa essere contro la democrazia.

NO alla tecnocrazia. Dietro il taglio dei posti elettivi si cela un programma tecnocratico il cui scopo è ridurre il potere del popolo sovrano e aumentare quello degli apparati e dell’establishment. Il M5S, malgrado la facciata populista, è da sempre in prima linea in tale battaglia anti-democratica. Non sorprende che, mentre cerca di ridurre i rappresentanti eletti dal popolo, stia moltiplicando quello dei funzionari, con costi non indifferenti. A quanto pare, la necessità di risparmiare non è pressante in questo caso, né in quello del costosissimo staff di Luigi Di Maio alla Farnesina, record di spesa storico per il Ministero degli Esteri. Si deve risparmiare solo sulla rappresentanza del popolo sovrano?

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NO alla minore rappresentatività. Può sembrare un astruso termine tecnico, ma si tratta semplicemente della misura in cui ciascun cittadino italiano è rappresentato in Parlamento. Trattandosi la nostra di democrazia rappresentativa, non è cosa da poco: senza rappresentanza non ci sarebbe democrazia. Con la riforma proposta, il nostro Parlamento diventerebbe il meno rappresentativo d’Europa. Questo significa che i gruppi minoritari non riuscirebbero più ad eleggere rappresentanti e che la distanza tra eletto ed elettori aumenterebbe a dismisura.

NO alla politica per pochi. Con la riduzione del numero di parlamentari, a diventare deputati o senatori saranno soltanto coloro che (a seconda che la legge elettorale preveda preferenze o meno) dispongono di ingenti risorse finanziarie o vaste clientele o appoggi occulti di potentati, ovvero coloro che stanno nel “cerchio magico” dei segretari di partito. Diventerebbe quasi impossibile per i comuni cittadini trovare spazio in politica e la meritocrazia si farebbe ancor più un miraggio.

NO al minore controllo parlamentare. La riforma non snellirebbe le procedure parlamentari, visto che non modifica il bicameralismo perfetto. Riducendo i parlamentari, renderà semmai minore la loro capacità di controllo su ciò che fanno il governo e la maggioranza. Se si vuole rafforzare il governo, si proceda ad una riforma presidenzialista: la strada non è certo ridurre la capacità di scrutinio parlamentare (ed ergo popolare) per permettere all’esecutivo d’agire “col favore delle tenebre”.

NO al perpetuarsi d’un governo inadeguato. La vittoria del Sì al referendum blinderebbe definitivamente la legislatura. Questa maggioranza ne uscirebbe rafforzata e con essa un governo che si è rivelato del tutto inadeguato a gestire le gravi crisi emerse in questo 2020.