di Vincenzo Pacifici

 

Il Senato, in questi ultimi anni oggetto di progetti di riforma volti in primo luogo alla cancellazione del c.d. “bicameralismo imperfetto”, punto di equilibrio ingiustamente disprezzato, fortunatamente e sonoramente bocciati dall’ elettorato, nonostante sia stato tenuto in un ruolo istituzionale marginale, può vantare una storia, studi e saggi di notevole spessore e di accreditato contenuto; in una parola una bibliografia seria e ricca di documentazione.

La storiografia sull’istituzione è – a voler essere sintetici – densa ma non abbondante. È densa perché nella serie di volumi, di saggi e di articoli, apparsa sin dalla nascita ad oggi, non mancano osservazioni acute, ricostruzioni adeguate, rilievi misurati e riconoscimenti equilibrati. Solo di rado è stata svolta e continua ad essere svolta sul secondo aspetto giustificativo del bicameralismo, che, oltre ad ispirarsi al concetto dell’equilibrio politico, consente al lavoro legislativo “una maggiore ponderazione e perfezione” “quando le leggi debbano passare attraverso l’esame di due distinti assemblee”.

Con un giudizio, non tenero nei riguardi della Camera elettiva e polemico nei confronti di Giolitti, che nelle sue esperienze governative (1892 – 1921) fece inserire a Palazzo Madama 430 senatori, tra cui il genero Giulio Venzi, Alberto Maria Ghisalberti ha considerato “più degno, spesso, il contegno del Senato, più vigile custode degl’interessi dello Stato e meno proclive ad indulgere a preoccupazioni parlamentari o elettorali” salvo, poi, osservare che negli anni iniziali del Novecento “maturano progetti di riforme del Senato”, del quale “si lamentava la sempre più debole azione politica e l’accentuata sommessione al governo, che ne alterava la fisionomia con nomine male ispirate”.

Diversi sono i lavori di data vicina. Dopo i saggi di Piero Aimo, attendibili e misurati, di assoluta qualità è l’apporto recato da Nicola Antonetti, che riesce a provare l’ipotesi, non priva di interesse e di originalità, secondo cui “alla legittimazione del Senato contribuì la sua stessa composizione, la quale fu funzionale almeno ad alcune delle esigenze di rappresentatività progressivamente emergenti dalla società”. In due contributi, apparsi nel 2011, l’assemblea vitalizia è stata studiata con accenti precisi e con una visione storica inconfutabile da Gian Savino Pene Vidari, che sottolinea l’aspetto difficilmente confutabile e non raramente sottovalutato che “uno degli elementi basilari dell’ordinamento costituzionale sabaudo è l’esistenze delle Camere, tanto che lo Statuto albertino ha avuto il suo pieno effetto solo con la riunione di queste”. Scorge poi secondo la “mentalità liberale” del 1848 nel “parlamento, rappresentativo della volontà della nazione (…) l’organo più significativo di un ordinamento costituzionale (più o meno aperto o garantista)”.

Fabio Grassi Orsini dal canto suo delinea aspetti e caratteristiche difficili da contestare con argomentazioni probanti e sfuggite o sottaciute in analisi prevenute o addirittura precostituite: “La rappresentatività del Senato dipendeva in grande misura dal prestigio dei senatori. Anzi, si deve dire che il corpo senatoriale proprio perché era scelto con modalità diverse rispetto alla Camera era un fattore di integrazione della rappresentanza parlamentare, perchè cooptava personalità della scienza, della alta amministrazione e della finanza che difficilmente sarebbero state elette”.

Nonostante il quadro politico e a dispetto delle critiche preconcette ed acrimoniose sostenute da Croce, merita di essere conosciuta nei suoi componenti l’assemblea di Palazzo Madama nel ventennio fascista. Benedetto Croce, storico e filosofo tra i maggiori dell’Italia contemporanea, non brilla però davvero per misura e per obiettività critica.

Tra i 590 senatori, nominati, nel rispetto delle categorie statutarie, nel periodo 5 novembre 1922 – 6 febbraio 1943, figurano 102 docenti universitari, 6 archeologi, 22 giornalisti, 29 prefetti e 68 magistrati. Non sembra davvero materiale umano inerte, squalificato e mortificante. Basti citare, magari rinviando ad un’analisi particolareggiata, tra gli accademici entrati nel ventennio, Giovanni D’Achiardi, Mariano D’Amelio, Pietro Fedele, Balbino Giuliano, Pier Silverio Leicht, Luigi Messedaglia, Federico Millosevich, Eugenio Morelli, Raffaello Nasisi, Ernesto Pestalozza, Santi Romano, Bernardino Varisco, Adolfo Venturi, Riccardo Versari, Gaetano Vinci, Giacinto Viola e Adolfo Zerboglio. Tra i giornalisti spiccano Luigi Barzini e Vincenzo Morello (“Rastignac”).

Se chissà a quante ironie ed interpretazioni più che maliziose, addirittura maligne, potrebbe prestare il destro la designazione degli elementi di rilievo del c.d. “clerico – fascismo” Carlo Ottavio Cornaggia Medici Castiglioni, Paolo Mattei Gentili, Giulio Padulli e Livio Tovini, è sfuggita o meglio è stata artatamente trascurata la nomina, con giuramento prestato il 2 dicembre 1924, del predecessore di Mussolini alla guida del governo, il luogotenente storico di Giolitti, Luigi Facta (1861 – 1930). Nella commemorazione il presidente dell’Assemblea, Luigi Federzoni, non si lascia sfuggire l’occasione per mettere in evidenza “l’equità” del fascismo, che “rispettò il gentiluomo egregio e buono”, tanto da portarlo di nuovo in una assemblea legislativa.

Vincenzo Pacifici

Laureato in Giurisprudenza e in Lettere, è stato fino al 2015 Professore ordinario di Storia contemporanea presso l'Università Sapienza di Roma. Ha pubblicato, tra l'altro, volumi su Crispi, sul problema dell'astensionismo e dell'assenteismo nelle consultazioni politiche del periodo unitario, sui consigli provinciali all'inizio del XIX secolo, sulle leggi elettorali del 1921 e del 1925. È presidente della Società tiburtina di storia e d'arte.